lunedì 30 gennaio 2012

La Firenze che fu, che è, e come sarebbe potuta essere (2)

Testo di Roberto Di Ferdinando

Leggendo sempre dal già citato inserto de Il Nuovo Corriere di Firenze (http://curiositadifirenze.blogspot.com/2012/01/la-firenze-che-fu-che-e-e-come-sarebbe.html), riporto alcuni passaggi di articoli dedicati sempre alla figura dell’architetto-urbanista Giuseppe Poggi ed la sua opera di ammodernamento della città di Firenze precedenti e duranti il periodo di capitale d’Italia.
Da molti scritti si comprende che Poggi realizzò un progetto urbanistico nuovo per Firenze seguendo il mandato ed il volere del potere politici fiorentino di quel periodo. Nell’articolo di Francesco Guerrieri, leggiamo: “Quando il Poggi ebbe l’incarico per Firenze Capitale (novembre 1864) la città era governata dal facente funzione di Gonfaloniere – il sindaco – Giulio Carobbi, coadiuvato da una commissione di cui facevano parte il Peruzzi e il Digny. Il mandato dava precise indicazioni al Poggi: - il desiderato ingrandimento porti alla demolizione delle attuali mura urbane, e alla formazione di un pubblico grandioso passaggio secondante la traccia delle medesime e comprendente la larghezza della via Circondaria esterna ed interna e delle Ghiacciaie o di altri spazi intermedi […]; il piano viabile del nuovo stradone e dei laterali passaggi, oltre ad offrire modo di piacevole diporto e di agevole accesso ai caseggiati da cui desiderarsi fiancheggiato per opera della industria privata, dovrà servire pur anco di congrua difesa dalle inondazioni, e di col legazione fra le vie della vecchia città e quelle che dovranno aprirsi o modificarsi negli attuali suburbi.-
Il merito del Poggi fu anche quello di comprendere quanto fosse importante perché Firenze si dotasse di moderne infrastrutture. Il suo piano urbanistico per Firenze, infatti, prevedeva stazioni per i treni veloci, che però non furono mai realizzate. Riporto di seguito alcuni brani dell’articolo di Gaetano Di Benedetto sul tema delle infrastrutture previste dal Poggi, tema molto attuale: “Nella prima versione del suo Piano per l’ingrandimento di Firenze (gennaio 1865) Giuseppe Poggi aveva inserito una previsione dirompente, che se fosse stata mantenuta e attuata avrebbe reso inutili le opere oggi in corso per l’alta velocità. Al momento in cui il Poggi stendeva il suo Piano gli impianti ferroviari a Firenze erano ancora quelli ereditati dal regime granducale: cioè tre linee ferroviarie autonome, convergenti verso la cerchia muraria trecentesca, in prossimità della quale si attestavano tre stazioni. Le linee provenivano da Livorno (strada ferrata Leopolda), da Lucca (strada ferrata Maria Antonia) e da Fossato di Vico – Arezzo (strada ferrata Aretina). Le stazioni erano rispettivamente a Porta al Prato (Leopolda), dietro la chiesa di Santa Maria Novella (Mari aAntonia) e fuori la Porta alla Croce (Piagentina).
L’idea del Poggi era di approfittare dell’ovvia necessità di raccordare tra loro le tre linee per aggiungere alle tre modeste stazioni di testa una nuova grande stazione Regia di transito […]. Il Poggi pose la sua stazione lungo il nuovo binario di raccordo fra le vecchie stazioni in una posizione di grande respiro che corrisponde quasi esattamente all’attuale piazza della Vittoria. Previde al suo servizio un ampio piazzale ellittico, avente una superficie di circa 5 ettari (quasi tripla di Piazza Indipendenza), collegato direttamente col viale Lavagnini e con Via Santa Caterina D’Alessandria tramite quella che poi sarebbe stata via Ruffini – Via Poliziano”. Il progetto fu ritirato nell’autunno del 1865, in quanto ritenuto troppo ambizioso.
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La Torre della Pagliazza

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Piazza Santa Elisabetta è un piccolo slargo tra via delle Oche e via del Corso, a metà dell’omonima via. Attraversandola non può passare inosservata la caratteristica torre a base circolare che svetta accanto all’elegante albergo qui presente. La torre è chiamata “della Pagliazza” èd è di origine bizantina. Infatti, fu costruita da alcuni soldati greci che giunsero sull’Arno in quanto incaricati di dare un nuovo assetto alle difese della città contro la minaccia dei goti. Il nuovo piano difensivo previde la realizzazione di questa torre che fu eretta dove in origine vi erano delle piscine delle antiche terme romane.
In seguito la torre fu utilizzata quale carcere femminile e di fatti il suo nome, Pagliazza, trae origine dai modesti giacigli (pagliericci) delle carcerate che erano fatti di semplice paglia.
Nei secoli precedenti su questa piazza si affacciava una piccola chiesa longobarda, San Michele, e nel Medio Evo nelle abitazioni adiacenti a questo luogo sacro, le autorità cittadine stabilirono di alloggiare i suonatori di tromba, che in quel periodo erano salariati dal Comune, divenendo così la chiesa di San Michele alle Trombe. Nel 1517 la chiesa passò ai frati della Visitazione, una confraternita devota a Santa Elisabetta, la madre di San Giovanni Battista (patrono di Firenze), e quindi prese il nome di Santa Elisabetta  che fu dato anche alla piazza. La chiesa oggi non più visibile in quanto inglobata nei palazzi vicini, suddivisa in appartamenti e fondi commerciali ed in parte distrutta sul finire del Settecento.
Per quanto riguarda la torre della Pagliuzza, oggi è parte integrante dell’adiacente albergo ed ospita anche un piccolo museo privato in cui è possibile ammirare gli scavi archeologici che hanno riportato alla luce i resti delle antiche terme romane e di oggetti di quel periodo.
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Piazza Santa Elisabetta - la Torre della Pagliuzza

lunedì 23 gennaio 2012

La Firenze che fu, che è, e come sarebbe potuta essere (1)

Testo di Roberto Di Ferdinando

Il 31 dicembre scorso il quotidiano fiorentino, “Il Nuovo Corriere” è uscito con un inserto dedicato a Giuseppe Poggi, l’architetto che diede un nuovo e moderno volto a Firenze. Giuseppe Poggi di cui nel 2011 si sono celebrati (in sordina) i 200 anni della nascita.
In queste pagine, storici, architetti, studiosi e giornalisti hanno ricostruito la storia e i progetti (alcuni incompiuti) del grande architetto. Di seguito riporto alcune notizie, curiosità, cenni storici che meritano di essere ricordati.
Quando Firenze divenne capitale la sua estensione era aumentata, erano nati nuovi quartieri, nuove urbanizzazioni  che  erano sorte su terreni sottratti ad alcuni comuni confinanti, e proprio alcuni di questi, in quell’occasione persero tale status diventando frazioni o quartieri di Firenze. Ricordiamo il comune de Il Pellegrino, parte del Galluzzo, Casellina, Torri e Brozzi.
Con Firenze Capitale si rese necessario dotare la città anche di un cimitero cittadino.  Fu così individuata la zona, sarebbe stata quella del Galluzzo. Ma la locale popolazione fu contraria ad ospitare tale struttura.  Nella relazione generale al bilancio del Comune del Galluzzo del 3 maggio 1869 si legge (riporto dalle pagine dell’inserto de Il Nuovo Corriere): “Finalmente nella decima categoria di spese straordinarie speciali, mentre nell’anno decorso si erano poste 3.000 lire non abbiamo oggi in previsione che lire 500 per gli atti e incombenze possibilmente necessarie onde continuare nella opposizione al progetto del Cimitero generale del Comune di Firenze alla Certosa, che  tanta apprensione destò nelle circostanti popolazioni, e che Dio mercè è oggi da credersi che, dopo i ripetuti pronunziati dell scienza, sarà da quel municipio abbandonati come inconsulto e inattuabile”. Il 17 dicembre 1871 il sindaco del Galluzzo, Luigi Bombicci scriveva al commendatore Zanobi Pasqui, senatore del regno e consigliere comunale del Galluzzo, per informarlo che “la commissione governativa del Consiglio Superiore di Sanità del Regno incaricata di visitare il Monastero della Certosa e le adiacenti località designate dal Comune di Firenze ad uso di necropoli generale, ha fatto in quest’oggi la sua prima ispezione […] le rinnovo le mie raccomandazioni poiché Ella si compiaccia continuare, in unione con gli altri membri della commissione ad hoc incaricata, le pratiche di opposizione nell’interesse del Comune del Galluzzo, come lodevolmente ed efficacemente se ne è occupata nelle precedenti circostanze”. L’opposizione al progetto della necropoli al Galluzzo prevalse, infatti, il cimitero cittadini fu realizzato, molti decenni più tardi a Trespiano, dalla parte opposta della città.
Il problema delle infrastrutture di cui Firenze si doveva dotare è ricordato nell’inserto, citando Edoardo Detti ed il suo libro “Firenze Scomparsa” edito da Vallecchi nel 1970 di cui riporto qui di seguito alcuni passi, a commento della relazione del sindaco di Firenze, Ubaldino Peruzzi, alla Giunta Comunale il 12 luglio 1872: “ nasce da qui (dal progetto di realizzare al posto della stazione di Porta al Prato, una fabbrica militare) la proposta di sopprimere la stazione di Porta a Prato e di concentrare tutti i servizi merci al Campo di marte in quello che di fatto diverrà l’attuale parco ferroviario. […] Questa convenienza crescerebbe qualora, congiunta con un breve braccio di strada ferrata la stazione di Rifredi, colla linea aretina, potessero i treni celeri provenienti dall’Alta Italia fermarsi alla stazione di Campo di marte, risparmiando il tempo occorrente all’accesso alla stazione di S.M. Novella ed al regresso dalla medesima: ciò che renderebbe viepiù vittoriosa sulle linee rivali la linea transitante per Firenze”.
Nel 2003 è stato deciso di realizzare la stazione di alta velocità di Belfiore, un progetto che le autorità politiche presentarono come innovativo e necessario. 138 anni prima Peruzzi lo aveva già visto. Non si inventa mai niente….
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mercoledì 18 gennaio 2012

Omaggio a Firenze

Foto di Roberto Di Ferdinando

Un omaggio fotografico a Firenze.
Scorci e monumento della città del Fiore: Un viaggio tra le bellezze di Firenze .
Una serena navigazione
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giovedì 12 gennaio 2012

Modi di dire: essere uscio e bottega

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Le antiche botteghe fiorentine avevano una particolare struttura che si rifaceva a quelle dell’antica Roma. Nelle facciate dei palazzi, al piano terra, un’apertura ad arco sormontava il bancone che si trovava proprio sulla strada e separava il fuori dall’interno della bottega. Sul bancone, quindi direttamente sulla via, qui il cliente si soffermava per chiedere informazioni sulla merce che era venduta e sempre qui avvenivano le contrattazioni. E solo se il suo interesse era forte, se voleva togliersi gli ultimi dubbi sull’acquisto o se era un ricco nobile, gli era concesso di superare il bancone ed entrare nel locale dove era conservata la merce e dove si concludevano gli affari più importanti.
L’ingresso al negozio era di solito al lato sinistro del bancone (più raramente alla destra del bancone) od al centro (in questo caso vi erano due banconi). Da quest’ingresso si accedeva anche alla casa del venditore che spesso era situata dietro alla bottega ed aveva le finestre che si affacciavano sulle strade laterali. Da questo utilizzo doppio dell’ingresso trae origine il modo di dire: “uscio e bottega”.
Oggi a Firenze, in Borgo San Jacopo, è possibile osservare, a metà della strada, una vecchia bottega del periodo di Lorenzo il Magnifico, con i caratteristici arco e bancone, che adesso ospita al suo interno un negozio moderno (vedi foto sotto).
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Borgo San Jacopo, l'antica (e moderna) tipica bottega fiorentina

lunedì 2 gennaio 2012

L’Arco de’Pecori

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando



La veduta della foto qui sopra, oggi è possibile ammirarla da via de’Pecori (la strada che unisce via de’Vecchietti  con piazza San Giovanni). Ma fino a 120 anni fa, percorrendo via de’Pecori (allora si chiamava via dei Buoni, dal cognome di una famiglia che vi risiedeva)  non era possibile osservare questo scorcio della piazza e del Duomo, infatti la strada finiva, all’altezza dell’attuale palazzo vescovile, con un profondo arco, per l’appunto l’Arco de’Pecori che permetteva l’accesso alla piazza, ma ne occludeva la veduta. Sotto questa volta si svolgeva il mercato di frutta e verdura. Con il “risanamento” del centro, intorno al 1890, fu abbattuto il ghetto ed al suo posto furono realizzati piazza della Repubblica, i portici ed i palazzi limitrofi, tale nuovo assetto urbano previde la distruzione dell’arco garantendo così l’attuale visuale sulla piazza e sul Duomo.
Via de’Pecori prende il nome da una un’antica famiglia fiorentina che aveva qui il proprio palazzo, il suo capostipite fu Dino di Giovanni di Ildebrandi, detto il “pecora”, da cui il cognome della famiglia, facente parte, nel 1296, dell’Arte dei beccai (macellai). Nei secoli successivi la famiglia divenne ricca e potente, si estinse nel 1785, con la morte di Costanza, vedova Giraldi; e da quel momento i Pecori furono uniti ai Giraldi, oggi esiste in zona di piazza Beccaria, il lungarno Pecori-Giraldi.
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