mercoledì 30 novembre 2011

Galileo Chini e il quartiere di Piagentina

Testi e foto di Roberto Di Ferdinando

Galileo Andrea Maria Chini (Firenze, 2 dicembre 1873 – 23 agosto 1956), fu artista completo, pittore, grafico, architetto, scenografo e ceramista del Liberty italiano. Lavorò in Toscana, Italia e perfino nell’estremo Oriente, ma ogni volta che rientrava a Firenze era solito frequentare il quartiere della Piacentina, dove difatti ebbe il proprio laboratorio e la propria abitazione. Galileo Chini, dopo gli studi di decorazione presso la Scuola d'Arte di Santa Croce, fu apprendista decoratore, prima nell'impresa di restauri dello zio paterno Dario, e poi nelle botteghe di Amedeo Buontempo e Augusto Burchi, entrambi affermati pittori fiorentini; mentre dal 1895 al 1897 frequentò saltuariamente la Scuola Libera di Nudo all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Ma è proprio nel 1896 che prende contatto con il quartiere, allora scarsamente popolato. In quell’anno infatti quattro giovani, Galileo Chini, Vittorio Giunti, Giovanni Montelatici e Giovanni Vannuzzi, sdegnati per il passaggio di proprietà della famosa fabbrica di ceramiche di Doccia, dai Marchesi Ginori all'industriale milanese Richard, fondarono il laboratorio Arte della Ceramica in via Arnolfo, i cui prodotti ben presto ottennero un grande successo riuscendo ad avere clienti in tutta Europa. Galileo Chini la diresse artisticamente, sperimentando nel campo della ceramica l'applicazione delle sue teorie modernistiche, dando vita ad oggetti dall'aspetto assolutamente insolito, su cui erano raffigurati elementi floreali o geometrie, secondo i dettami dello stile Liberty mitteleuropeo, ma Chini non volle però tralasciare tecniche e stili della tradizione ceramistica italiana e toscana. Negli anni successivi divennero soci del laboratorio anche gli altri fratelli Chini, Guido, Augusto e Chino, ma all’inizio dell’900, il sodalizio del laboratorio venne meno; così i fondatori man, mano si ritirarono per percorrere personali strade artistiche. I Chini abbandonarono il laboratorio nel 1906 per fondarne uno nuovo nel Mugello, la manifattura Fornaci San Lorenzo, che ebbe subito un tale successo che costrinse l'Arte della Ceramica a chiudere nel 1909.
Negli stessi anni Galilei Chini fu chiamato dal famoso architetto fiorentino Adolfo Coppedè a decorare il palazzo Antonini, sempre nel quartiere di Piagentina, nel odierna Via Orcagna al numero civico 53. Il palazzo in stile liberty, ma con tipiche variazioni in stile impero vide anche quattro affreschi del Chini sulle pareti esterne. Purtroppo oggi questi dipinti murali sono andati distrutti in seguito alla sopraelevazione del palazzo nel dopoguerra.


Via Orcagna, Palazzo Antonini

Dopo l’esperienza del laboratorio Arte della Ceramica, Chini ritornò ancora una volta nel quartiere, nel 1909, stabilendosi di fatto per sempre. In quell’anno in effetti incaricò l’amico architetto Ugo Giusti di costruirgli un villino, all’attuale numero 56 di Via del Ghirlandaio.


Via del Ghirlandaio, la casa-studio Chini

Il villino, tutt’oggi visibile, si rifà ai modelli modernisti, specialmente quelli tipici del Liberty viennese: una facciata movimentata da rilievi, decorazioni e una fascia marmorea verticale all'estremità sinistra che incorpora il portone di ingresso, sopra la quale vi è una finestra tripartita. Le decorazioni pittoriche furono opera di Umberto Pinzauti, mentre le vetrate, con motivi geometrici, di Vincenzo Ceccanti. Gli interni liberty furono decorati proprio dal Chini.


Via del Ghirlandaio, ingresso della casa-studio di Chini

Via del Ghirlandaio, particolare della targa della casa-studio di Chini
Nel 1911 Galileo Chini si recò nel Siam (attuale Thailandia) per affrescare e decorare il palazzo reale di Bangkok. Rientrato a Firenze con tutti gli onori, nel 1914 decise di farsi costruire, sempre dal Giusti, ed adiacente al suo villino, il proprio studio, anch’esso ancora oggi esistente al numero 52 di Via del Ghirlandaio. Anche lo studio fu decorato, sopra il portone di ingresso, con degli altorilievi anch’essi di Pinzauti che rappresentano un uomo ed una donna che richiamano le opere di Michelangelo; i vetri colorati delle finestre furono ancora una volta di Vincenzo Ceccanti mentre Galileo Chini dipinse il pannello decorativo sovrastante andato ormai quasi del tutto perso.
Galileo Chini morì il 23 agosto 1956 nella sua 'casa - studio' di via del Ghirlandaio 56. La storica dimora dell’artista nei decenni successivi ha subito varie trasformazioni architettoniche, passaggi di proprietà e di destinazione divenendo anche sede di istituti scolastici.
RDF

domenica 27 novembre 2011

La guida di Firenze Capitale

Alcuni mesi fa il quotidiano fiorentino, La Nazione, per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia uscì in edicola con in regalo la ristampa di una guida ottocentesca di Firenze. Questa guida era stata edita per la prima volta nel 1865 e fu realizzata per dare informazioni pratiche al personale amministrativo piemontese, e non solo, che di lì a poco si sarebbe trasferito a Firenze, la nuova capitale del Regno. La guida trattava di Firenze la topografia, il clima, la popolazione, le  circa gli usi, gli costumi e modi di vivere, i mercati, i prezzi, le abitazioni, le scuole, i passeggi, i teatri ecc.
Di seguito ho trascritto alcuni passi della guida che ritengo essere curiosi ed interessanti per conoscere come era vista la Firenze dell’Ottocento da i non fiorentini e come si viveva e quali erano i costumi in quella Firenze prossima capitale d’Italia. Da notare anche l’italiano che allora si utilizzava nella scrittura.
RDF

La Nuova Capitale – Guida Pratica Popolare di Firenze – ad uso specialmente degli Impiegati, Negozianti, delle Madri di famiglia, e di tutti coloro i quali stanno per trasferirvisi – colla pianta della città – indicante la località dei Ministeri, Pubblici Uffici, Stabilimenti, ecc. – Torino, 1865 – Tipografia Letteraria

Usi e costumi
Le donne alla finestra - Le donne fiorentine amano moltissimo di stare alla finestra.
Ei cittadini delle parti d’Italia che giungono a Firenze per la prima volta notano quest’uso, che non di rado fa loro concepire un giudizio non troppo favorevole.
Ma è un giudizio temerario – assolutamente temerario. –
E perché di questo peccato non si macchi anche il nostro lettore, ci facciamo un dovere di spiegargli la ragion del fatto. Abbiam già detto, poco prima, che nel centro, specialmente, della città le case sono piccole, e senza cortili. Se le case sono piccole, piccole sono naturalmente anche le camere; non essendovi cortili, oppure essendo questi strettissimi, sì che dir si potrebbero piuttosto bussole, voi capirete benissimo che l’ambiente di quei quartieri non debb’essere sempre il più respirabile. Ora se l’aria è uno dei principali elementi di vita, e se la donna, colà come ovunque, ha da esser casalinga, è pur troppo giusto ch’essa cerchi d’ossigenare i suoi polmoni stando alla finestra. Avete capito?


Abitazioni
Capitolazioni - […] i trasferimenti d’alloggio si fanno due volte l’anno, cioè al 1° maggio e al 1° novembre. […]

Pigione -  ed ecco alcune norme in proposito. Chi vuole avere un quartiere (appartamento) pel 1° maggio, ordinariamente lo cerca negli ultimi giorni di febbraio, e trovatolo e stipulatone la pigione, si stende la scritta, e all’atto della medesima l’inquilino paga un semestre anticipato; e così di sei in sei mesi fino alla durata del contratto.
Chi vuole trovare il quartiere pel 1° novembre fa le stesse operazioni in fin d’agosto. […]


Economia domestica
Pane – A Firenze in generale si mangia pane non salato; ma è un pregiudizio il credere che sia insipido per questo; è anzi molto gustoso, e se i Fiorentini non lo salan al pari di noi, ne avranno le loro buoni ragioni. Fatto è che colui il quale ignorasse quest’uso, non si accorgerebbe nemmeno dell’assenza del sale.
Ma siccome i Fiorentini sono per indole ospitali, e non pretendono d’imporre i loro usi estranei, così le nostre lettrici non debbono allarmarsi pel pane della nuova capitale. Troveranno dei fornai che lo fabbricano col sale; troveranno perfino di quelli che fabbricano i grissini alla torinese. […]. Il pane casalingo si paga da cent. 28 a 35 il chilogramma; il pane di prima qualità da cent. 35 a 45.

Pasticcerie e liquori – […] Chi poi fra i buoni piemontesi trasferiti volesse gustare il vero vermouth di Torino, vada in via Tornabuoni, in faccia a palazzo Strozzi, dal liquorista Giacosa, torinese puro sangue. Ivi si può anche parlare liberamente la madre lingua di Gianduia.

Vino – […] A proposito di cantina dobbiamo farvi una rivelazione importante. Le botti e i barili a Firenze sono per regola un privilegio delle famiglie agiate. La massima parte dei Fiorentini, o per dire più esattamente, dei Toscani – come gli Umbri e dei Romagnoli – tiene il vino in fiaschi impagliati. In fiaschi si mette sulla mensa; in fiaschi si compra dal mercante, col medesimo sistema col quale si acquista da noi alle birrerie la birra, la gazosa o l’acqua di Seltz. I fiaschi vuoti si rendono per averne di nuovi pieni.
Gli è solo da un paio d’anni che nelle trattorie di primo ordine si serve il vino in bottiglie. Solo al tempo dell’Esposizione, nel 1861, si serviva ancora nei fiaschi e a consumo; non si pagava che quel tanto che si beveva. Quest’uso è ancora vigente nelle osterie e negli altri luoghi ove si vende vino da bere sul luogo.


Caffè – Per chi è abituato a fare colazione al caffè, diremo che a Firenze si ha un eccellente caffè e latte con, o senza, arrosto per 30 centesimi.
Come? – direte voi – per 30 centesimo un caffè e latte e un arrosto?
Adagio! Quando voi entrate in un caffè a Firenze e ordinate un caffè e latte, il fattorino vi chiede immediatamente se lo volete con arrosto? Se voi rispondete che sì, vi porta sopra il tondo quattro belle fette di pane abbrustolite e spalmante di burro fresco. – Ecco l’arrosto – Se dite che no, vi porta dei kiffel  delle paste.
[…] Con la non cospicua somma di cent. 70 o tutt’al più 80 si mangia la bistecca con un pane o due, e si prende una tazza di caffè. Se volete bere vino, poi, è un altro affare.
Una tazza di caffè costa come a Torino cent. 15 o cent. 20 secondo che vi portano zucchero in polvere o raffinato e a pezzi.
Alla trattoria – fra parentesi- la tazza si paga cent. 30. […]


Gigi Porco – Il nome non è bello, ma la colpa non n’è nostra. Lo chiamano così. Gigi Porco è una specie di pizzicagnolo che vende salami d’ogni qualità, da consumarsi sul sito. Vogliamo dire che col salame vi dà anche il pane, il vino e da sedere. E tutto ciò per pochissimi quattrini.
Gigi Porco è una celebrità fiorentina; e sarà una vera provvidenza per quegli applicati ai quali, non piacendo digiunare col caffè e latte, lo stipendio non consentisse di farlo al restaurant.
Crediamo superfluo darvi l’indirizzo di questo benefattore dell’umanità. Non avrete che a domandarne conto al primo che incontrerete. Lo conoscono tutti, vi ripetiamo.


Passeggiate e dintorni
Giardino Zoologico  (Cascine) – A destra del gran viale trovasi il prato destinato alle evoluzioni militari; e prima del prato, cioè, più vicino alla città havvi il Giardino Zoologico ricco di animali, si indigeni che esotici, e assai vagamente disposto. Quivi tuttavia per avere ingresso si paga la tassa di centesimi 50.

Il Giardino di Pitti – […] Gli servono di cinta le stesse mura della città che si convergono quasi ad angolo al culmine del colle; e quivi a quest’angolo, in cima cioè, sta il forte detto il Belvedere, che giustifica pienamente il nome suo. Gli è da questo forte, in comunicazione col Palazzo Reale, che uno dei figli del Granduca nel 1859 voleva bombardare la Città. Ma, poi, non avendo trovato cannonieri disposti a compiacerlo, pensò meglio di prendere il largo con papà e mamma e fratelli, per non più ritornare.

Il Parterre – che viene terzo in ordine e terso per importanza non è né molto vasto, né molto rimarchevole per isfoggio d’arte. Trovasi appena fuori la Porta San Gallo. Al costrutto è un prato cinto da siepi attraversato da parecchi viali paralleli e costeggiati da alberi. E’ un luogo insomma, che par fatto apposta per lasciarvi trastullare, e scorazzare i bambini, intanto che le serve fanno all’amore coi soldati del presidio, amore al quale possono abbandonarsi senz’apprensioni, perciocché in quel recinto non entrano né vetture, né cavalli. Ai puristi non rechi, poi, meraviglia il nome tutto francese di questo giardino. La Metropoli della lingua italiana, si piace anzi moltissimo, per antitesi, di gallicismi; né questo è il solo. Vi abbiamo citato, a suo luogo anche il frisore (parrucchiere).

Scuole
Tenendoci nei limiti modesti di questa nostra Guida popolare notiamo, come dicesi di passaggio,
- Il R° Istituto di studii superiori pratici e di perfezionamento
- Il R° Collegio Medico
- L’osservatorio Astronomico
- L’Accademia delle Belle Arti
[…] crediamo opportuno di dare qui un elenco delle minori scuole e la loro situazione. E sono esse:
Il Liceo Fiorentino nel Convento di Santa Trinita;
Il Ginnasio Liceo delle Scuole Pie di S. Giovanni Evangelista (dette scuole di San Giovannino) in via Martelli.
Le Scuole Elementari di San Carlo, sussidiarie al liceo predetto, in via sant’Agostino;
Scuola normale maschile, nel chiostro della SS. Annunziata;
Scuola normale femminile, in Via Pinti, n° 29
L’istituto Tecnico, in Via San Gallo
Oltre a questi pubblici istituti contasi in Firenze molti ed ottimi istituti privati d’educazione, fra i quali ricordiamo, pei maschi:
Il Collegio Convitto italiano-francese (via Sant’Egidio, 12, palazzo Batelli)
L’Istituto dei padri di famiglia (via dell’Ardiglione, 32)
L’Istituto e convitto Panzani (fondachi di Santo Spirito, 34)
Istituto Cappelli (piazza S. Simone, 3)
Istituto Olivieri (via de’Posti, 15)
Istituto Alessandri (via Guelfa, 25)
Per fanciulle:
L’Istituto francese-inglese (via de’Serragli, 132)
Istituto Cappelli (vedi sopra)
Istituto Palomba (via Palazzuolo, 26)
Istituto Meucci (via San Gallo, 64)


Teatri
Noveransi in Firenze 11 teatri, fra i quali due diurni.
Il primo, che è pur fra i migliori d’Italia per gli spettacoli di musica e ballo, si è quello della pergola, posto nella via dello stesso nome.
Il prezzo d’ingresso è di lire italiane 2,50.
Il Pagliano in via del Diluvio, opera e commedia; pel primo spettacolo il prezzo d’ingresso è di L. 1,50; per le commedie L. 1.
Il Niccolini in via Ricasoli.
Il teatro Nuovo, detto degli Intrepidi dal nome dell’accademia che ne è proprietaria. E’ posto in via dei Cresci.
L’Alfieri, via Pietra Piana.
Il Goldoni, via Santa maria Oltrarno. Il prezzo d’ingresso di questi tre teatri è di L. 1.
Il Nazionale, via dei Cimatori
Il Borgognissanti, nella via dello stesso nome.
Di Piazza Vecchia, in piazza Vecchia di Santa Maria Novella.
Il Politeama, sul Corso Vittorio Emanuele, e l’Arena Goldoni, in via dei Serragli (diurni).
Il prezzo d’ingresso di questi ultimi è ordinariamente di centesimi 40.


Note
[…]
Più di frequente che la mazza, o canna, convien portare a Firenze il paracqua che – tra parentesi, chiamasi ombrello, forse per far credere che a vece delle pioggie frequentissime s’abbia a difendersi dai raggi di un sole troppo spesso assente.


Siccome in questo mondo – ove trovasi anche Firenze – il male va sempre di pari passo con il bene, così le case Lungarno le quali sono certo fra le più belle e più vistose, hanno l’inconveniente, in estate, dei molesti riverberi del fiume e della molestissima visita di sciami di moscherini.

Una buona istituzione di cui va dotata Firenze è quella dei Neri, appellativo popolare col quale i fiorentini designano le guardie urbane.
Allorchè un forestiere s’imbatte in un bell’uomo all’aspetto severo, vestito di un lungo frac nero, con un cappello orlato sull’alto di pelle nera, munito di una poderosa mazza a pomo di metallo, col giglio fiorentino ricamato sui risvolti del bavero, può far conto di avere in lui non solamente un protettore contro i mariuoli, ma anche una guida sicura che egli può fornire qualunque schiarimento o indicazione gli occorra e lo ravvii.


Numerosi sono in Firenze i negosi di musica e quelli nei quali si danno a nolo i pianoforti. Ad ogni tratto potrete leggere in puro francese: piano à louer.

Non crediamo che la nuova capitale abbia il primato sulle altre città in fatto di mariuoli tagliaborse; peraltro li vanta forse migliori e più destri.
Per appoggiare il nostro asserto con un esempio recente ricordiamo il furto di una lampada d’argento staccata colla scala all’altar maggiore di una delle principali chiese, coram populo, e nell’ora della gran messa in canto.

venerdì 25 novembre 2011

Firenze Insolita e Segreta

Presentazione del libro "Firenze Insolita e Segreta" di Niccolò Rinaldi alla presenza del Sindaco, venerdì  25 novembre, ore 18, Palazzo Vecchio - Sala degli Elementi

giovedì 24 novembre 2011

Modi di dire: “Fiorentin mangia fagioli…..”

Testo di Roberto Di Ferdinando

Il detto “Fiorentin mangia fagioli, lecca piatti e romaioli”, sembra essere un modo scherzoso, in alcuni casi anche sprezzante, con cui i non fiorentini descrivono i fiorentini, ma in realtà questo antico detto, per gli abitanti di Firenze serve a descrivere la loro attenzione, cura e piacere per la buona tavola e per i piatti della tradizione. E per l’appunto i fagioli bianchi o con l’occhio sono un ingrediente tipico della cucina fiorentina e fin dai secoli scorsi il loro consumo è stato sempre diffuso in tutte le categorie sociali. Inoltre a Firenze si usa mangiare i “fagioli di pollo” così nel passato erano chiamati i rognoncini di galletto (l’ingrediente principe per fare il famoso piatto "cibreo"), che per forma assomigliano difatti a dei piccoli fagioli. E la storia vuole che proprio un piatto di fagioli di pollo fu la causa di una delle più aspre rivalità tra le famiglie fiorentine, quella tra i Pitti e gli Strozzi. Nel Cinquecento la famiglia Strozzi offrì ad alcuni nobili fiorentini un banchetto principesco e tra le principali e più prelibate portate offerte vi era un piatto con queste interiora di pollo. Luca Pitti fu talmente impressionato da quella cena sontuosa e sfarzosa che decise, in rivalità con gli Strozzi, di costruire un nuovo palazzo (Palazzo Pitti) e il cui cortile interno avrebbe dovuto avere delle dimensioni tali da poter contenere l’intero palazzo degli Stozzi. Inseguendo questo sogno folle, però Luca Pitti dilapidò il patrimonio personale, la famiglia Pitti cadde così in disgrazia ed il palazzo fu completato, ancora più grande del progetto originale, solo successivamente dai Medici.
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martedì 22 novembre 2011

Alessandro Manetti, l’Eiffel italiano

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In via de’Servi, al numero civico 28, se si volge lo sguardo con attenzione tra il balcone del primo piano e l’ingresso di questo palazzo ottocentesco, si nota una lapide, ma quasi impossibile è leggervi cosa vi sia scritto, infatti il tempo e gli agenti atmosferici l’hanno resa quasi illeggibile. Chi è dotato di un ottima vista può cogliervi le seguenti parole: SAPPIANO I POSTERI/CHE/ALESSANDRO MANETTI/MORIVA IN QUESTA CASA/D’OLTRE LXXVIII ANNI/IL IX DICEMBRE/MDCCCLXV/ONORANDO IN LUI/UN ILLUSTRE IDRAULICO/E UN VALENTE ARCHITETTO/IL COLLEGIO FIORENTINO DEGLI ARCHITETTI/E INGEGNERI/QUESTA MEMORIA/VOLLE SCOLPITA NEL MARMO. La lapide ricorda così Alessandro Manetti uno dei più importanti ingegneri dell’Ottocento. Di seguito riporto un mio articolo su Alessandro Manetti e su una delle sue più avveneristiche, per il periodo, opere; articolo pubblicato quest’estate sulla rivista toscana "Microstoria".

Articolo Pubblicato su Microstoria (2011)
Testo di Roberto Di Ferdinando

Percorrendo la strada che congiunge le cascine di Tavola con il Parco della Villa medicea di Poggio a Caiano, sull’argine del torrente Ombrone, incontriamo due archi in pietra, uno sulla sponda pratese, all’altezza del podere Bogaia, l’altro sulla sponda di Poggio a Caiano, all’altezza del podere le Buche. Questi sono due piloni, oggi gli unici resti del ponte sospeso “Leopoldo II” qui costruito nel 1833 per collegare solennemente la villa alla viabilità locale, e che rappresentò il primo esempio assoluto di ponte sospeso con cavi realizzato in Italia (1) . Il merito di tale audacia ingegneristica va condiviso tra il cavaliere Alessandro Manetti, che lo progettò, ed il meccanico Raffaello Sivieri che ne diresse i lavori, il tutto sotto il patrocinio dell’”Augusto Regnante” Leopoldo II dei Lorena. Siamo, infatti, negli anni delle grandi opere leopoldine: bonifiche, opere idrauliche e viabilità, interventi sempre connotati da un elevato contenuto tecnologico come accadde anche per il ponte sull’Ombrone.
Ad introdurre in Toscana la tecnica per la costruzione di ponti ferrei è Alessandro Manetti (Firenze 1787-1865). Figlio d’arte - il padre, Giuseppe, era stato architetto alla corte dei Lorena - Alessandro Manetti, dopo aver concluso gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Firenze, si reca in Francia dove si forma negli studi di ingegneria. Infatti, nel 1809 è l’unico studente straniero ammesso alla Scuola Imperiale di applicazione dei Ponti e Strade di Parigi; qui si distingue negli studi e, come prevede la formazione francese del periodo, fa esperienza sul campo, nei cantieri pubblici dell’Impero, in Renania, Olanda ed in Provenza. In Francia Manetti si sposa ed ha una figlia, ma ben presto, nel 1814, in seguito alla Restaurazione ed all’impedimento per gli stranieri di lavorare presso gli enti pubblici, lascia la Francia e rientra a Firenze, dove accetta un semplice impiego nell’Amministrazione statale granducale, in posizione subalterna a Vittorio Fossombroni.  Ma da qui inizia un’importante carriera (nel 1834 è direttore del Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade, nel 1850 direttore del Consiglio d’Arte) che, in rivalità con l’architetto di corte, Pasquale Poccianti (autore, fra l’altro, a Poggio a Caiano della Limonaia e della Conserva d’acqua), lo condurrà a progettare per oltre quaranta anni le più importanti opere del Granducato (bonifica in Valdichiana, nel padule di Fucecchio e in Maremma, in collaborazione con Fossombroni, e di nuove strade di valico sull’Appennino: Muraglione, la Cisa e la strada dei “Due Mari”). Tra queste tante opere il ponte sull’Ombrone rappresenta una assoluta novità per la Toscana del periodo per la tecnica di progettazione e di realizzazione.
La Villa di Poggio a Caiano nei secoli precedenti era stata collegata alla locale rete stradale da antichi ponti esterni alla tenuta, e già nel Settecento qui era presente un ponte con degli assi di legno, smantellato qualche decennio più tardi. Agli inizi del XIX secolo, in seguito ad una deviazione del corso del fiume ed alla scelta di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, di dimorare qui, le autorità locali decisero di ridare splendore alla Villa, e così nel 1811 fu incaricato Giuseppe Manetti, padre del nostro Alessandro, di riprogettare la tenuta: un grande giardino neoclassico con elementi simbolici, viali irregolari e, appunto, un ponte sull’Ombrone. Il ritorno dei Lorena, però, fece cadere nel dimenticatoio il progetto. Spetterà così al figlio, Alessandro, realizzare l’opera del padre, ma con stile, materiali e tecniche d’avanguardia.
Nel 1831 Manetti, in una relazione pubblica al Granduca, prendendo ad esempio il Pont des Invalides di Parigi, di Claude-Louis Navier, aveva esaltato i vantaggi dei ponti sospesi: leggerezza, risparmio di materiale, celerità di costruzione, scarso spessore del calpestio, minor impedimento alle piene e quindi adatti per ammodernare la nuova viabilità granducale.  Manetti applicherà queste regole al suo progetto per il ponte di Poggio a Caiano: impalcature di quercia, a travi, e tavolato per marciapiede e corsia carrabile, mentre il sistema di sospensione è formato da sei coppie di funi alle quali è sospeso l’impalcato mediante funi a due cavi. Per contrastare le oscillazioni i carichi sono distribuiti su sei diverse funi per lato, in modo da ricevere  i carichi una dopo l’altra e non sommando i movimenti verticali. Le oscillazioni orizzontali, dovute al vento, sono limitate con incroci sotto l’impalcatura e con la rigidità della trave di parapetto (adotta elementi in legno uniti con perni metallici) . La direzione dei lavori, però, quasi clamorosamente, fu affidata al meccanico Raffaello Sivieri (1801-1839) che era il giovane e stimato direttore delle fonderie di Follonica. Da Follonica giungeranno, infatti, i cavi metallici, i fregi e le iscrizioni in ghisa che adornano i piloni. Manetti rimarrà deluso dell’esclusione dalla direzioni dei lavori, nella sua autobiografia parlerà, infatti, del ponte in modo riduttivo, lamentandosi della luce limitata della campata e di aver sovrastimato gli appoggi.
A questa delusione se ne aggiungerà un’altra, l’esclusione dalla costruzione di due ponti sospesi, in ferro e con una campata di 90 metri, in città a Firenze, sull’Arno. Infatti la progettazione e realizzazione dei ponti San Ferdinando e San Niccolò (oggi non più esistenti e sostituiti rispettivamente dal ponte di San Niccolò e dal ponte alla Vittoria), fu affidata alla ditta francese dei fratelli Marc e Jules Seguin, apprezzata anche per i tempi rapidi di realizzazione e per la mancanza di spese, in cambio la ditta otteneva i ricavi del servizio di transito (l’attraversamento di alcuni ponti cittadini, infatti, prevedeva il pagamento di una tassa), mentre a Manetti fu affidato, solo, il collaudo dei due ponti. Ma Manetti non abbandonerà la sua passione, realizzando, difatti, uno snello ponte a catene, finanziato da François Jacques de Larderel, sul fiume Cecina (1834-35) e un ponte sospeso da costruirsi in tre diversi luoghi della Maremma, dotato di una particolare novità tecnica: i piloni in metallo, non più in pietra (1840-44).
Il ponte sull’Ombrone, invece, svolse efficacemente la sua funzione per oltre un secolo dimostrando la qualità dei suoi materiali e progettazione. Tra le due guerre mondiali, però perse di agibilità e la continua e costosa manutenzione che richiedeva la struttura lignea spinse le autorità locali a chiuderne l’accesso. Ben presto trovò la sua fine; nel 1944, infatti, i tedeschi in ritirata lo minarono.
Ma la storia del ponte sospeso sull’Ombrone, non sembra definitivamente conclusa, infatti, nelle settimane scorse è stato reso pubblico il progetto vincitore del concorso di progettazione per un nuovo ponte ciclo-pedonale nella sede del “ponte Leopoldo II” bandito dalla Provincia e dal Comune di Prato e dal Comune di Poggio a Caiano.
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Via de'Servi, 28, la targa dedicata a Alessandro Manetti


(1) Un ponte sospeso è un tipo di ponte in cui la struttura orizzontale che consente l'attraversamento, è appesa per mezzo di cavi o elementi rigidi verticali ad un numero di cavi principali.
Il primo ponte sospeso in Italia fu il Ferdinandeo, del 1832, sul fiume Garigliano nel Regno delle Due Sicilie. Quello di Manetti, però, fu una novità assoluta per l’Italia in quanto costruito non con catene, ma con cavi sospesi.
(2) La descrizione tecnica e progettuale del ponte è tratta dall’articolo di Salvatore Gioitta, Ponte sull'Ombrone, in "Opere" n. 2, giugno 2005.

sabato 12 novembre 2011

La centrale termica delle Ferrovie dello Stato

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Quando raggiungiamo via treno Firenze, arrivando alla stazione di Santa Maria Novella, sulla destra è possibile notare un edificio rosso scuro dall’architettura avveniristica. E’ la “centrale termica e cabina apparati centrali delle Ferrovie dello Stato”, un nome strano, come è l’edificio, opera del 1927 dell’architetto Bolognese Angiolo Mazzoni e definito da Marinetti “il modello” dell’edificio futurista. La centrale nasce con il doppio scopo di riscaldare l’intera stazione (grazie a 4 caldaie a carbone a tubi verticali) e come cabina elettrica (dotata di 280 leve per il comando di segnali e scambi ferroviari). In alto dietro una lunga serie di vetri, il curioso, stilisticamente, osservatorio su tutta l’area della stazione e dei binari. Le sue forme futuristiche sono ancor più visibile da via Cittadella e via delle Ghiacciaie. Curioso, una centrale termica in una via chiamata delle Ghiacciaie. Qui, prima dei lavori di urbanizzazione per Firenze Capitale correvano le mura ed a ridosso di queste erano state scavate le ghiacciaie, delle profonde buche in cui in inverno era conservata la neve che era utilizzata e venduta per conservare i cibi. D’estate queste ghiacciaie erano ricoperte con numerosi strati di paglia che isolavano le buche ed impedivano lo scioglimento della neve.
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La centrale vista da Via delle Ghiacciaie

Il Giardino di Palazzo della Gherardesca

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Il Giardino del Palazzo della Gherardesca è lo spazio verde privato più esteso in città (4,5 ettari). Esso è delimitato dal Viale Matteotti, Borgo Pinti, Via Capponi (da queste tre strade è possibile accedervi) e dalle corti interne dei palazzi di Via Giusti. Per molti anni rimasto chiuso, oggi il parco fa parte della proprietà del lussuosissimo albergo che è stato allestito nel Palazzo della Gherardesca (ingresso principale in Borgo Pinti, 99).
In origine in questi spazi vi erano orti privati che erano chiusi dalle mura che si distendevano dove oggi scorrono i viali di circonvallazione; l’Arte della Lana (l’associazione medievale dei lavoratori della lana) aveva proprio qui il loro orto, un vivaio e la ragnaia (un sistema di reti per la cattura degli insetti) ed anche  l’Ospedale degli Innocenti vi aveva un terreno coltivabile.
Successivamente questa zona fu in parte edificata. Bartolommeo Scala, uomo di corte e letterato, incaricò Giuliano da Sangallo di costruire un elegante palazzo-villa (1472-1480). Nel 1585 l’edificio ed il giardino furono acquistati dal cardinale Alessandro de’Medici, arcivescovo di Firenze e futuro Papa Leone X che ampliò ed abbellì il parco. Nel 1605, eletto Papa, Alessandro cedette la proprietà alla sorella Costanza che aveva sposato Ugo della Gherardesca, da quel momento il palazzo e il principesco giardino avrebbe preso il suo nome. Durante i lavori di Firenze Capitale, le mura furono abbattute e la parte lungo gli attuali viali fu chiusa con un muro e balaustre, il parco veniva così sottratto alla vista e vita della popolazione del quartiere. L’architetto Giuseppe Poggi, per rendere meno monotono quel muro, dotò il parco di un solenne ingresso, che si affaccia oggi su Piazza Donatello, costituito da un arco monumentale, una cancella alta e due più piccoli ingressi laterali. Nel 1880 la proprietà venne ceduta all'ex-Viceré d'Egitto Ismail Pascià, il quale però la cedette poco dopo per non aver ricevuto l'autorizzazione a sistemarvi il proprio harem. Passò quindi alla Società Strade Ferrate Meridionali e poi alla Società Metallurgica Italiana.
La sistemazione del parco è secondo la moda dell’Ottocento, sebbene nel 1940 il famoso architetto di giardini, Pietro Porcinai lo avesse un po’ ridisegnato, e l’ ultima sistemazione di alcuni anni fa ha recuperato il disegno del Porcinai:  un tempietto, vialetti, una vasca, colline artificiali e strutture decorative in stile neoclassico. Oltre a questi elementi architettonici il parco ospita una varietà estesa di alberi storici (145), tra cui una tuya gigante, sequoia e aceri, e fiori. Il giardino è visitabile se si fruiscono alcuni servizi dell’albergo (bar, ristorante e spa benessere).
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Borgo Pinti, il Palazzo della Gherardesca
La lapide sulla facciata del palazzo che ricorda Bartolommeo Scala
Piazza Donatello, il monumentale ingresso al parco, opera di Giuseppe Poggi
targa all'ingresso di Piazza Donatello
targa all'ingresso di Piazza Donatello




30 aprile 2011 - La Notte Bianca

Cortile di Palazzo Strozzi
Giardino de La Specola
Loggia del Mercato Nuovo
Lungarno
Riflessi in Arno

domenica 6 novembre 2011

La Piagnona

Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

A Firenze i Piagnoni erano così chiamati i seguaci del frate domenicano Girolamo Savonarola, per indicare le continue lamentele e condanne dei costumi fiorentini che erano denunciati nelle prediche del frate. Piagnoni stava anche, quindi, per bigotti. Piagnona era chiamata anche la campana del convento di San Marco, dove predicava ed dimorava Savonarola. Nella notte dell’8 aprile 1498, la Piagnona suonò ininterrottamente per chiamare i fiorentini in aiuto ed a protezione del convento assediato dagli Arrabbiati o Palleschi, la fazione fedelissima ai Medici (Palleschi, in quanto devoti alle palle dello stemma mediceo). Dopo che Savonarola fu arso in Piazza Signoria (23 maggio 1498) la Piagnona fu tirata giù dal campanile del convento e portata in giro per la città e per “punizione”  presa a frustate e bastonate.
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Piazza Signoria - la lapida che ricorda il punto dove fu arso Girolamo Savonarola

6 novembre 2011 - Piazza di Santa Croce - La festa delle Forze Armate

Foto di Roberto Di Ferdinando

Oggi, domenica 6 novembre 2011, in Piazza di Santa Croce si festeggiano le Forze Armate. In programma le musiche della fanfara della scuola marescialli dei Carabinieri, esibizioni delle unità cinofile e degli artificieri. Stand e visita di mezzi ed equipaggi militari.
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sabato 5 novembre 2011

Il rivestimento mai realizzato della facciata della basilica di San Lorenzo

Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Recentemente il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha avanzato un’idea, che non è sembrata una semplice provocazione, quella di completare la facciata della basilica di San Lorenzo secondo il progetto di Michelangelo del 1515. L’auspicio di Renzi sarebbe quello di completare la facciata entro il 2015, quindi proprio 500 anni dopo  il progetto e per i 150 anni da Firenze Capitale, ma il tutto, secondo il sindaco, dovrebbe essere confermato, preventivamente, da un referendum consultivo. Il completamento postumo però non è una novità per Firenze, infatti le facciate del Duomo e della basilica di Santa Croce furono completate solo successivamente, nell’Ottocento.
L’iniziativa comunale, ad oggi solo una proposta, avrebbe comunque lo scopo anche di rivalutare il quartiere di San Lorenzo ed in particolare il più grande mercato turistico della città.
Nel 1515 il primo Papa della famiglia dei Medici, Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico affidò a Michelangelo, il cui progetto aveva vinto il concorso, la realizzazione della facciata della basilica, una delle più antiche della città, difatti consacrata nel 393 e più volte ampliata nei secoli successivi; lo stesso Michelangelo vi aveva lavorato, in particolare nella Sagrestia Nuova. Di quel progetto esistono ancora oggi dei disegni e due modelli di legno, di cui uno è conservato presso il Museo Casa Buonarroti, in Via Ghibellina a Firenze.
Michelangelo aveva previsto di ricoprire la facciata con il marmo, una struttura marmorea consistenze e spessa, cosiddetta «nartece», con un prospetto rettangolare ispirato a modelli classici e con tanto di balconata, statue e colonne. I lavori partirono ma subito si presentarono numerosi inconvenienti, principalmente dovuti alla materia prima, il marmo. Infatti,  Leone X negli anni precedenti aveva deciso di porre fine alle rivalità territoriali tra Firenze e Lucca, nate proprio per lo sfruttamento delle cave di marmo sulle Apuane, assegnando definitivamente sotto l’autorità fiorentina il Capitanato di Pietrasanta. Da quel momento i Medici stabilirono che i marmi per le opere pubbliche fiorentine sarebbero stati estratti dai monti intorno a Serravezza (monte Altissimo), invece che dalle cave presso Carrara. Michelangelo fece notare come le cave di Carrara, ed il suo vicino porto, fossero comunque da preferire, mentre le cave dell’Altissimo presentavano serie difficoltà di accesso (nacque così Forte dei Marmi, il porto in cui erano imbarcati i marmi di Serravezza). Michelangelo scrisse varie lettere alle autorità fiorentine presentando i vari problemi per la nuova scelta, ma i Medici, forti anche del parere del Vasari che riconosceva ai marmi dell’Altissimo la “stessa bontà e bellezza di quelli di Carrara”, non cedettero (a Pietrasanta, nella centrale Piazza Duomo, una lapide ricorda il contratto per l’acquisto del marmo per rivestire questa basilica). Le operazioni di trasporto via mare e fiume del marmo furono complicatissime, inoltre i costi divennero esorbitanti, nel 1521 si decise così di abbandonare i lavori, e dopo poco tempo Leone X morì.
Da allora altre due volte nella storia si pensò a completare la facciata. Nel 1737 Maria Luisa dei Medici, l' Elettrice Palatina, dei soldi a questo scopo nel testamento che però furono spesi per il campanile. Nel 1895, il signor Mattei da Seravezza, lasciò 1.028.000 lire per rifare la facciata ma in quel caso, invece che riprendere il progetto di Michelangelo, si fece un concorso pubblico a cui parteciparono 75 architetti.
Le immagini riportate qui sotto, le ho scattate nel febbraio del 2007, quando il Comune autorizzò la proiezione del progetto di Michelangelo sulla facciata della basilica di San Lorenzo, e fu anche esposta una colonna in marmo delle Apuane arrivata da Seravezza. La proiezione fu curata da Natali multimedia con il coordinamento scientifico di Gabriele Morolli e Massimo Ruffilli.
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La proiezione del progetto di Michelangelo sulla facciata della Basilica di San Lorenzo
La proiezione del progetto di Michelangelo sulla facciata della Basilica di San Lorenzo
Pietrasanta, la targa che ricorda il contratto stipulato da Michelangelo per acquistare il marmo per rivestire la facciata di san Lorenzo a Firenze, mai rivestita

martedì 1 novembre 2011

Il Giardino delle Rose

Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Sotto il Piazzale Michelangelo, nel Viale Giuseppe Poggi numero 2 vi è uno dei quattro accessi al Giardino delle Rose (gli altri sono, uno sempre in Viale Poggi, in Via de’Bastioni e via di San Salvatore), un parco unico per lo splendido panorama della città che da qui si può osservare e per le numerose varietà di rose coltivate.
Veduta di Firenze dalla Giardino delle Rose

Nei secoli passati questo terreno era appartenuto a una villetta di proprietà dei padri Filippini (podere San Francesco) e poi fu spartito in più lotti venduti a privati. Alla metà dell’Ottocento fu espropriato dal Comune che nell’ambito della nuova urbanizzazione della città per Firenze Capitale, incaricò l’architetto Giuseppe Poggi di realizzarvi un parco. Il parco fu concluso nel 1865 ed aperto al pubblico nel 1895 durante la Festa delle Arti e dei Fiori che la Società di Belle Arti e la Società Italiana di Orticoltura iniziarono a tenere ogni mese di maggio (oggi il giardino conta circa 1000 varietà botaniche con ben 350 specie di rose antiche). Il parco si estende per circa un ettaro di terreno terrazzato; di particolare interesse è l'impianto di irrigazione, formato da una cisterna posta in alto, in prossimità del piazzale, e da una conduttura che porta l'acqua fino alle numerose prese. Nel 1998, il giardino si è arricchito di un nuovo spazio: un giardino giapponese, opera dell’architetto Yasuo Kitayama e di 7 maestri giardinieri. Questo giardino è stato realizzato secondo i criteri zen dell’oasi Shorai-Teien (in giapponese significa “futuro” – vedere anche la spiegazione nell’immagine qui sotto), con materiale fatto pervenire direttamente dal Giappone. Questo giardino esotico è un omaggio di Firenze alla città di Kyoto, con cui è gemellata, ed al tempio Zen Kodai-Ji. Nel 2004, in occasione dei quarant’anni del gemellaggio il giardino ha visto svolgersi una cerimonia di purificazione da parte di monaci giapponesi.
Il giardino giapponese all'interno di quello delle rose
Shorai-Teien

Dal 30 settembre 2011 il giardino ospita anche nove sculture in bronzo e due gessi dell'artista belga Jean-Michel Folon, grazie alla donazione fatta dalla vedova dell'artista, la signora Paola Ghiringhelli, al Comune di Firenze, realizzando così il desiderio dell’artista espresso dopo il successo della mostra “FolonFirenze” che fu allestita nell’estate del 2005 al Piazzale Michelangelo. Con la presenze stabile di queste statue, il giardino ha cambiato il suo originario orario di apertura al pubblico. Infatti fino a pochi anni fa rimaneva aperto per pochi mesi l’anno, adesso è possibile visitarlo tutti i giorni dalle 9 al tramonto.
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