lunedì 29 agosto 2011

La ruota degli Innocenti

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel porticato orientale dell’Ospedale degli Innocenti, in Piazza Santissima Annunziata, vi è la nota “ruota” su cui in passato erano abbandonati i bambini indesiderati o che erano nati da famiglie troppo povere perché potessero allevarli, in modo che l’Ospedale potesse prenderne cura ed i genitori potessero rimanere anonimi. La ruota era un cilindro di legno, collegato ad una cordicella con campana, che avvertiva così dell’abbandono del piccolo evitandogli di rimanere troppo tempo all’aperto. La ruota si trovava alla sinistra dell’ingresso dell’Ospedale, oggi è stata rimossa, ma una targa qui collocata ricorda il suo prolungato servizio. Fu infatti installata il 5 febbraio 1445, data in cui fu accolto il primo “innocente” (il cognome “Innocenti” deriverebbe dai nomi propiziatori dati ai trovatelli), una bambina a cui fu dato il nome di Agata, santa di quel giorno, e fu attiva fino al 1875. L’orfanotrofio degli Innocenti non era la destinazione finale dei trovatelli. Infatti, dopo essere stati lasciati sulla ruota, erano, successivamente esposti (ecco da qui anche la derivazione dei cognomi “Esposti” e simili) nella Loggia del Bigallo, in èiazza del Duomo per essere adottati dai fiorentini oppure per essere ripresi dai genitori che si fossero ricreduti. Oggi l’Ospedale degli Innocenti è anche sede del Centro di Studi Internazionale sui problemi dell’infanzia dell’UNICEF.

La ruota fu attiva fino al 30 giugno 1875, e tra le 22 e mezzanotte di quella sera furono depositati sulla "ferrata" (la ruota era chiamata anche così perché vi si accedeva da una grata di ferro, oppure detta anche "presepe") due bimbi, una femmina ed un maschio a cui vennero dati i nomi, rispettivamente, di Laudata Chiusuri e, appunto, Ultimo Lasciati.
Lo Spedale degli Innocenti fu fondato nella prima metà del Quattrocento quale ente laico sostenuto da donazioni private, in particolare delle ricco mercante pratese Francesco Datini. Ma un grande contributo economico fu dato anche dalla Corporazione della Seta e dalla Repubblica fiorentina che incaricarono Brunelleschi a realizzare architettonicamente l'ospizio per i trovatelli. In circa 600 anni, dall'Istituto degli Innocenti passano circa 500.000 bambini, circa 500 neonati sono depositati sulla ruota ogni anno per secoli, ma dal Settecento in poi gli abbandoni aumentano, tanto che nel primo Ottocento si arriva a circa mille bambini abbandonati sulla ruota e duemila ricoveri nel 1850.
I bambini accolti, dopo un certo periodo erano assegnati ad una balia e poi mandato in campagna, affidato ad una famiglia di contadini.
Il 30 giugno 1875 la finestra ferrata fu chiusa, ma lo Spedale continuò il suo servizio, infatti, finì l'abbandono anonimo rimpiazzato da uno sportello di consegna, qui i neonati erano accettati solo se nati da madri nubili o se presentavano gravi situazioni familiari.
Nel 2015 l'Istituto degli Innocenti, dopo un restauro di alcuni anni, sarà riaperto completamente al pubblico come spazio museale e sarà sede documentale (grazie anche al suo esteso archivio storico) per testimoniare nei secoli la condizione del fanciullo.
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La ruota degli Innocenti
La targa che ricorda dove era posizionata la ruota
Negli anni passati in piazza San Remigio e presso l'ospedale cittadino di Careggi delle moderne "ruote" per accogliere bimbi abbandonati.

La "culla per la vita" in piazza San Remigio

giovedì 25 agosto 2011

Il diavolo di Via Vecchietti

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

All’angolo di Via Vecchietti con Via degli Strozzi vi è una piccola scultura bronzea raffigurante un diavolo dallo sguardo e dalla posa beffarde. Questa è la fedele copia di un’opera del Giambologna, il cui originale si trova, oggi, conservato nella terrazza del Saturno di Palazzo Vecchio.
Bernardo Vecchietti, proprietario del palazzo, aveva commissionato il bronzetto a Giambologna che per molti anni era stato suo ospite nella precedente dimora. Il palazzo infatti fu eretto nel 1578 ed il Vecchietti, quasi a voler proteggere la sua nuova dimora, volle che il Giambologna gli forgiasse, quale portabandiera, questo piccolo diavolo che doveva difatti ricordare un fatto miracoloso avvenuto in passato proprio presso questo cantone. Infatti nel 1245 un monaco domenicano, Pietro di Verona (divenuto poi San Pietro Martire – 1205-1252), predicava in Firenze, ed un giorno, mentre svolgeva la sua missione nel Mercato Vecchio (scomparso sul finire Ottocento per fare spazio all’attuale Piazza della Repubblica), apparve un cavallo nero, imbizzarrito che interruppe la sua predica. Pietro si accorse subito che quella poteva essere solo opera del diavolo, giunto lì, sotto le vesti di un quadrupede, per ostacolarlo. Così il monaco, per niente intimorito, alzò la mano e tracciò nell’aria il segno della croce contro il cavallo. Questo interruppe la sua corsa, indietreggiò e corse via, giunto all’angolo dove adesso sorge il palazzo de’Vecchietti, scomparve in una nuvola di zolfo. L’episodio è ritratto nell’affresco trecentesco sulla facciata della Loggia del Bigallo, in piazza San Giovanni.
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L'affresco al Bigallo che ricorda il miracolo

domenica 21 agosto 2011

Vedute particolari del Duomo


Foto di Roberto Di Ferdinando


veduta dalla terrazza de La Rinascente

veduta dalla terrazza della Biblioteca delle Oblate
veduta dalla terrazza del Palazzo "Non Finito" di Via del Proconsolo

veduta dal passaggio di ronda di Palazzo Vecchio


sabato 20 agosto 2011

La Gioconda a Firenze

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In via Panzani, al numero 2 è situato l’albergo “La Gioconda” (non preoccupatevi non è questa una pubblicità). Ovviamente a Firenze siamo in un luogo leonardiano, il Genio di Vinci (per la precisione di Anchiano) soggiornò e lavorò più volte nella città del Fiore, quindi non vi è da stupirsi se una struttura ricettiva si chiami come il più famoso quadro di Leonardo, se non della storia dell’arte. Ma non è una semplice coincidenza, il nome infatti di questo albergo è legato direttamente al capolavoro della Monna Lisa.
Facciamo un passo indietro e verso un'altra città, Parigi. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1911, la Gioconda sparì dal Museo del Louvre; inizialmente si pensò ad un momentaneo, e senza preavviso, trasferimento dell’opera verso un’altra sala, invece solo il 22 agosto le autorità museali e la polizia convennero che l’opera era stata derubata. Era la prima volta che un quadro veniva sottratto da un museo importante. Le indagini furono difficili, furono interrogati più artisti e letterati che più volte e pubblicamente avevano criticato i capolavori del passato, tra cui Picasso e Apollinaire, ma niente fu scoperto. Infatti l’autore del furto era un semplice artigiano italiano, Vincenzo Peruggia, che aveva prestato lavoro saltuariamente al Louvre, ed aveva visto più volte da vicino la Gioconda. Peruggia si era convinto, erroneamente, che l’opera fosse stata sottratta all’Italia dalle spoliazioni di Napoleone, senza sapere invece che la Gioconda fu volutamente venduta da Leonardo alla casa regnante francese. Comunque, Peruggia, in quella famosa notte d’agosto, mise in atto il suo piano da tempo studiato: si rinchiuse in uno sgabuzzino del museo e quando tutti se furono andati smontò la teca, che lui stesso aveva realizzato, portò via la tavola. Al mattino, con l’inizio dell’arrivare degli impiegati e dei primi visitatori del museo, nascose l’opera ed indisturbato guadagnò l’uscita. Quindi Peruggia rientrò in Italia, al suo paese natale, Dumenza, presso Luino, oggi nel comune di Varese, con l’intenzione di regalarlo all’Italia purché non fosse restituito alla Francia. Si mosse quindi verso Firenze, convinto che qui avrebbe trovato più agevole, e conveniente, più che regalare, vendere l’opera. Siamo nel dicembre del 1913, sono passati 28 mesi dal furto dell’opera, che il mondo riteneva ormai perduta. Invece una mattina di quell’anno l’antiquario fiorentino Alfredo Geri ricevette una lettera firmata “Leonardo”, in cui vi era scritto:” Il quadro è nelle mie mani, appartiene all'Italia perché Leonardo è italiano”. Nella lettera si parlava anche di un riscatto di 500.000 lire. Geri incuriosito da queste righe, accettò di vedere questo “Leonardo”, e come vi era riportato nella lettera si recò, insieme al direttore del museo degli Uffizi, Giovanni Poggi, all’appuntamento presso la stanza numero 20 dell’Hotel Tripoli, eccolo qui, il nostro albergo l’attuale albergo “La Gioconda”. Geri e Poggi, incontrato Peruggia e veduta la tavola si resero conto di essere davanti all’originale della Gioconda e chiesero al Perruggia, con una scusa, di poterla portare via con loro per un esame più attento. Il tempo necessario per avvertire la polizia che arrestò il Peruggia, che fu ritenuto mentalmente minorato e condannato ad un anno e mezzo di carcere. Se oggi entrare nell’albergo “La Gioconda” (ex Tripoli), sopra la reception campeggia una copia della Gioconda (e se invece fosse quella vera?).
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Via Panzani - l'ingresso dell'albergo La Gioconda

giovedì 18 agosto 2011

La Berta

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Sul lato della chiesa di Santa Maria Maggiore, quello che si affaccia su Via de’ Cerretani, se alziamo lo sguardo verso l’alto, è possibile cogliere la testina bianca di una statua, è la “Berta”, così è chiamata dai fiorentini quella testa. Vi sono varie leggende sul suo conto. Si dice che sia la testa pietrificata di un sacerdote. Infatti nel 1327 mentre di lì passava l’astrologo Francesco Stabili, conosciuto come Cecco D’Ascoli, che era condotto al rogo per stregoneria, un sacerdote si affacciò da quel punto della chiesa urlando alla popolazione, che si era riversata sulla strada per vedere il passaggio del famoso condannato a morte, di non dargli da bere per nessun motivo, infatti l’uomo di chiesa era venuto a sapere che Cecco aveva fatto un patto con il diavolo: si sarebbe salvato se avesse ottenuto un sorso d’acqua. Così,  svelato il patto, Cecco bruciò tra le fiamme, ma prima fulminò con il suo sguardo il sacerdote impertinente, dicendogli: “E tu di lì il capo non caverai mai”, ed ancora oggi la testa del sacerdote, pietrificato, guarda la strada.
Un’altra leggenda vuole, invece, che la testa sia il ritratto di una venditrice di verdure che ogni mattina dalla campagna si muoveva verso la città con il suo banco che allestiva presso quell’angolo. Ed un giorno decise di regalare alla città una campana perché il suo suono avvertisse al mattino i contadini che le porte delle mura cittadine si stavano aprendo ed alla sera che si stavano chiudendo. I fiorentini ringraziarono la venditrice, immortalandola con quel busto di marmo.
Altre storie vogliono quella statua, invece la pietrificazione della testa di una donna, che schernendo un condannato a morte che era condotto lungo la via, subì tale maledizione.
Più verosimilmente questa testa è uno dei resti delle numerose statue romane che nel Medioevo furono utilizzate per abbellire gli edifici, difatti nella Fiorenza romana il foro era vicino a questo luogo, e nell’adiacente via delle Belle Donne alcuni palazzi riportano ancora sulle facciate, come ornamenti, dei resti di statue romane.
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Onore al cavallo morto

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In Lungarno Anna Maria Luisa de' Medici, in prossimità di Piazza dei Giudici, sulla spalletta dell’Arno vi è una lapide scritta in latino: “OSSA EQUI CAROLI CAPELLI/LEGATI VENETI. NON INGRATUS HERUS SONIPES/MEMORANDE SEPULCRUM/HOC TIBI PRO MERITIS HAEC/MONUMENTA DEDIT/OBSCSSA URBE/
M D XXX. III. ID MART” è l’elogio funebre che Carlo Cappello, ambasciatore di Venezia presso Firenze dal 1529 al 1530 volle fare ad uno dei suoi amati cavalli. Infatti venutogli a mancare uno dei suoi quadrupedi preferiti, lo fece seppellire con tutti gli onori ed i più preziosi finimenti presso questo, una volta, spiazzo, e fece apporre il citato epitaffio sulla sponda del fiume.
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mercoledì 17 agosto 2011

Modi di dire: “Bucaioli c’è le paste!”


Testo di Roberto Di Ferdinando
L’espressione gergale “Bucaioli c’è le paste!”, negli anni recenti ha assunto impropriamente una valenza volgare, alcune estati fa divenne perfino un tormentone becero tra i giovani fiorentini, eppure tale espressione trae origine dalla più classica tradizione popolare fiorentina. Bucaioli infatti erano chiamati i renaioli, coloro che raccoglievano la rena dal fondo dell'Arno. I renaioli ogni giorno andavano con una barca apposita, dal fondo piatto, in un punto del fiume, la bloccavano ad un palo ancorato nell'alveo, e, mediante una particolare pala di legno, munita di un lungo e robusto manico che poteva arrivare alla lunghezza di 5 metri, raschiavano il fondo del fiume per raccogliervi la rena ad uso edile. Quando l’Arno era in secca, tale operazione si poteva svolgere anche a “secco”, senza l’utilizzo di un’imbarcazione, direttamente sulle rive del fiume. Rimuovendo la rena si formavano così sul fondale dei buchi, da qui l’appellativo “bucaioli”.
Questo continuo esercizio di alzare dall'alveo del fiume le tante palate di rena bagnata faceva diventare il lavoro dei renaioli molto faticoso e dispendioso di energie. Quindi, i renaioli necessitavano di una particolare alimentazione, oggi diremmo ipercalorica. Così, a mezzogiorno, la moglie di ciascun renaiolo si recava sull'argine a fare la cuoca e, quasi sempre utilizzando un’unica grande pentola, preparava il menù del giorno: pastasciutta al sugo di pomodoro, trippa alla fiorentina, panzanella di pane, cipolle rosse e vino rosso. Quando il piatto del giorno era pronto la cuoca si avvicinava al limite dell'argine e rivolta ai renaioli gridava: "BUCAIOLI C'E’ LA PASTA",  e subito un barcaiolo di turno si muoveva a raccogliere i vari renaioli per portarli a riva, alla mensa.
Alle volte i renaioli portavano con loro una caratteristica zucca gialla, che vuotata internamente ed incamatrata, era utilizzata per raccogliere i pesci d'Arno appena pescati che servivano per integrare il consueto pranzo oppure erano venduti, divenendo così un'altra fonte di guadagno.
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venerdì 12 agosto 2011

Il capolavoro di Gadda scritto a Firenze

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Carlo Emilio Gadda è ritenuto dalla critica e dal pubblico uno degli scrittori più importanti del Novecento, in particolare gli si riconosce la grande passione per lo stile e la profonda conoscenza della lingua italiana scritta, parlata, gergale e dialettale. Tra le sue numerose composizioni spicca infatti il capolavoro: "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana", opera tra le principali del XX° secolo, da cui fu poi tratto anche il film di Pietro Germi, “Un Maledetto Imbroglio”. Il famoso romanzo, scritto in gergo romanesco, fu composto da Gadda proprio a Firenze dove egli visse dal 1940 al 1950. Gadda era giunto a Firenze, abbandonando definitivamente l’attività di ingegnere, per approfondire lo studio della lingua italiana e frequentare le biblioteche fiorentine ed i locali ambienti culturali. Si legò infatti a scrittori, critici ed editori, come Bonsanti, Montale, Bo, Landolfi e molti altri. Visse a Firenze anche i duri e drammatici anni della Seconda Guerra Mondiale durante i quali scrisse molto, di questi anni ricordiamo Gli anni (1943) e la raccolta L'Adalgisa (1944), ma è nel 1946 che fece uscire, sulla rivista letteraria "Letteratura" di Alessandro Bonsanti, per cinque puntate, da gennaio a novembre 1946, i primi capitoli di "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. Il Pasticciaccio fu composto da Gadda nell’appartamento, preso in affitto dallo scrittore, al terzo piano del palazzo al numero 11 di via Emanuele  Repetti, zona Viale Mazzini, come ricorda la lapide oggi posta sulla facciata dell’edifico: “In questa casa visse dal 1940 al 1950 il milanese ingegnere Carlo Emilio Gadda, sceso manzonianamente a Firenze a impararvi la lingua e a riscattarvi la vocazione letteraria, e qui in anni bui confortati da scelte amicizie scrisse la grande maccheronea del Pasticciaccio".
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Via Repetti - La targa che ricorda il soggiorno di Carlo Emilio Gadda a Firenze

giovedì 11 agosto 2011

Modi di dire: “essere con il culo per terra!”

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Al centro della pavimentazione della Loggia del Mercato Nuovo, più nota come la loggia che ospita il mercato detto “del porcellino”, è ancora oggi visibile (visibile di notte, perché di giorno i banchi del mercato la coprono) una lastra circolare di marmo, divisa in settori chiari e scuri, fatta ad immagine di una ruota di carro. Questa è l’antica pietra dello scandalo. Riproduce fedelmente la ruota del carro dove era issata la bandiera di Fiorenza prima delle battaglie. Qui, invece, fin dal Medioevo rappresenta il punto dove si svolgeva la gogna pubblica fiorentina per i condannati per debiti. Infatti, nella Firenze dei mercanti essere responsabili di reati legati al commercio era una grande infamia e quindi la punizione (l’acculata) era adeguata al grave reato. I debitori insolventi così erano spogliati e gli venivano ripetutamente battute le natiche sulla pietra dello scandalo. Da questa pratica di sommaria giustizia nasce l’espressione fiorentina: “essere con il culo per terra” oppure “essere con il sedere all’aria”, frequentemente usata ancora oggi per indicare chi ha problemi finanziari.
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Loggia del Mercato Nuovo, la pietra dello scandalo

domenica 7 agosto 2011

La struttura dei servizi segreti nel Granducato di Toscana

Articolo Pubblicato su Firenze Informa nel 2007
Testo di Roberto Di Ferdinando


Nell'ottocento i Granduchi di Toscana (Ferdinando III di Lorena, Granduca dal 1790 al 1824, ma restaurato sul trono nel 1814 dopo la lunga parentesi napoleonica, e suo figlio, Leopoldo II, che regnò fino al 1859), introdussero numerose riforme che garantirono alla Regione uno sviluppo economico e sociale.
Ma in un momento storico in cui la penisola italiana era percorsa da iniziative radicali e da ambiziosi progetti di unificazione, le riforme in Toscana si rivolsero anche al mondo militare e, in particolare, ai servizi segreti, le principali istituzioni garanti della sicurezza interna ed esterna del Granducato.
Difatti, in materia di sicurezza interna, nel 1814, Ferdinando III istituì la carica politica di Presidente del Buon Governo, una sorta di Ministro dell'Interno, con la funzione di dirigere la polizia, cioè il corpo predisposto all'attività di vigilanza nei confronti di tutti i cittadini e dei gruppi sospetti o sovversivi.
Nelle altre città toscane l'autorità del Buon Governo ebbe uffici e rappresentanti locali, anche quest'ultimi denominati Presidenti, alle cui dipendenze operavano due autorità: l'Auditore Inquirente, l'ufficio preposto alla raccolta e valutazione delle informazioni, ed il Cancelliere Criminale, l'esecutore delle direttive del Presidente locale.
La vera e propria attività informativa, quella su campo, era svolta invece dal Capitano di Polizia o Capo dei Birri (detto anche Bargello, da cui prendeva il nome anche l'edificio, sede del Capitano di Polizia). Il Capitano disponeva di una propria rete di informatori e spie, oltre che contare su alcuni provocatori, e forniva periodicamente all'Auditore i rapporti sulla situazione dell'ordine pubblico. L'attività repressiva nei confronti dei sospetti o degli effettivi cospiratori era eseguita dal Cancelliere, su ordine del Presidente, che era stato informato sul caso dall'Inquisitore. Se la situazione richiedeva un agire rapido, queste operazioni potevano essere avviate e condotte anche dal Bargello. I servizi informativi così strutturati garantivano efficienza senza richiedere ingenti fondi per la loro gestione. La linea di comando era semplice e chiara, non esistevano infatti interferenze, e chi prendeva le decisioni operava a stretto contatto con gli esecutori. Inoltre il servizio si componeva di pochi effettivi. La maggioranza degli agenti era, difatti, composta da semplici cittadini che collaboravano con la polizia. Spesso però le autorità durante queste loro attività, si muovevano senza riconoscere le garanzie ed i diritti fondamentali dei cittadini, provocando così nei toscani una sentita avversione verso questo tipo di istituzioni.
Le Presidenze del Buon Governo che si caratterizzarono per una dura repressione furono quelle di Torello Ciantelli e di Giovanni Bologna.
Ciantelli fu nominato Presidente nelle prime settimane del 1831. Era un deciso conservatore, nemico dei liberali e dei repubblicani ritenuti una minaccia per l'ordine interno del Granducato. In politica estera si schierava invece al fianco dell'Austria, consultandosi infatti periodicamente con il conte di Sarau, ambasciatore austriaco presso il Granducato.
Il rigore di Ciantelli nei confronti dei movimenti politici locali sembrò però eccessivo; in Toscana infatti i liberali non erano numerosi, e questi erano in maggioranza moderati (ricordiamo Gino Capponi, Pietro Giordani, Cosimo Ridolfi e Giuseppe Poerio), mentre i non molti mazziniani e repubblicani (Francesco Domenico Guerrazzi) erano concentrati tra Livorno e Pisa.
Le preoccupazioni di Ciantelli sembrarono però fondate quando nel febbraio del 1831, alla vigilia delle sollevazioni promosse da Ciro Menotti nei ducati di Modena e Parma e nella Legazione di Bologna, in Toscana si prepararono azioni contro il Granduca. Una di queste prevedeva che alcuni liberali sequestrassero, o meglio, trattenessero il Granduca, mentre assisteva ad una rappresentazione teatrale a Firenze, perché così si convincesse a concedere la costituzione. I servizi di Ciantelli smascherarono in anticipo la cospirazione, provocandone il fallimento.
Questa vicenda, abbinata alle insurrezioni repubblicane in Emilia, destò molta preoccupazione negli ambienti politici toscani. L'ambasciatore Sarau invitò il Granduca a chiedere un aiuto militare all'Austria in modo da impedire che il movimento insurrezionale si espandesse anche al Granducato. Leopoldo II, contrario alla presenza di reparti militari stranieri sul proprio territorio, sebbene imparentato con la casa d'Asburgo, respinse gentilmente l'offerta di Vienna ed inviò invece a difendere i confini il proprio esercito guidato dal Primo Ministro Vittorio Fossombroni. Inoltre, per evitare che questa mossa lasciasse le città toscane prive di una forza sufficiente a garantirne l'ordine pubblico, il Granduca decise di reintrodurre la Guardia Urbana; un'istituzione a cui Firenze, nei momenti difficili, aveva sempre, ma temporaneamente, ricorso.
All'appello del Granduca in pochi giorni risposero oltre diecimila toscani. La Guardia si componeva di cittadini, di tutte le estrazioni sociali, che a turno indossavano l'uniforme turchina del Corpo, per poi, alla fine del loro servizio, tornare alle loro civili attività. La Guardia fu sciolta dopo alcuni mesi.
Superata l'emergenza, il Granduca giudicò controproducente l'attivismo di Ciantelli, avendo esso provocato esteso malumore nella cittadinanza, in particolare nell'alta borghesia. Quindi nel 1832 lo sostituì con Giovanni Bologna, che, sebbene moderato, non si distaccò comunque dalla politica repressiva del suo predecessore,  agendo anch'egli spesso su indicazione dell'Austria. Numerosi furono in quest'anni gli arresti, le condanne, le deportazioni al confino e le espulsioni di liberali e repubblicani. Cadde vittima di questa politica anche la rivista culturale Antologia, la cui pubblicazione fu sospesa nel 1833.
Questo clima si protrasse fino 1847, quando con un regio decreto, si dette vita alla Guardia Civica. Questa aveva il compito di garantire l'ordine, la sicurezza pubblica e l'indipendenza dello stato, prevalentemente attraverso la raccolta di informazioni, senza però avere autorità repressiva. Si componeva di semplici cittadini che agivano in abiti civili, e continuando le loro quotidiane attività. Ogni toscano di età compresa tra i diciannove ed i sessanta anni era obbligato a prestare tale servizio presso la propria comunità di residenza.
In campo militare invece l'attività di Polizia Militare e di controspionaggio era svolta dal Bargello dell'Armata, il corrispettivo militare del già visto Capitano di Polizia, che era posto alle dipendenze dell'Auditore Generale, l'autorità che rispondeva direttamente al Comandante in Capo dell'esercito del Granduca.
Nel biennio 1848-49, similmente ad altri stati europei ed italiani, anche la Toscana fu investita da un'ondata prima riformatrice liberale e poi insurrezionale repubblicana. Nel 1849 a Firenze, infatti l'ascesa politica di Guerrazzi e di Giuseppe Montanelli, favorevoli ad una Costituente italiana, costrinse Leopoldo II a rifugiarsi a Gaeta, per rientrare in patria solo alcuni mesi dopo con l'aiuto dell'Austria. Dopo questa drammatica esperienza il Granduca ritenne necessario riformare i servizi segreti. Si esautorò così la figura dell'Auditore Inquirente, e si depotenziò l'autorità del Cancelliere. Le loro competenze furono trasferite ad una nuova figura, il Commissario, che rispondeva al Ministro dell'Interno. La figura del Presidente del Buon Governo infatti era stata abolita con il regio decreto del 1847, ed era stata sostituita, in alcune funzioni, dalla Direzione Generale di Polizia, inquadrata nel Ministero dell'Interno.
Il Commissario si occupava della raccolta di informazioni in ambito politico, mentre al Bargello rimanevano le competenze per i reati comuni. Una distinzione che comunque difficilmente poteva essere sempre rispettata, andando così a discapito dell'efficienza del servizio.
La riforma investì anche i corpi di polizia e delle guardie. Nel 1847 era stato soppresso il Corpo degli Agenti della Bassa Polizia. Questo corpo si componeva di semplici birri, ordinati per squadre, che svolgevano il servizio della bassa polizia; sorvegliando i precettati serali, od effettuando la ronda notturna.
Nel 1849 la Guardia Civica fu trasformata in Guardia Nazionale, composta in prevalenza da volontari e presente solo in alcune città toscane, e nel 1852, questa fu assordita dalla Gendarmeria, che, con l'Unità d'Italia, entrò a far parte del Corpo dei Carabinieri.
Per quanto riguarda il Ducato di Lucca, nonostante avesse ottenuto indipendenza ed autonomia dopo l'esperienza napoleonica, inevitabilmente il suo ottocento fu influenzato dalle riforme introdotte nel vicino Granducato di Toscana. Già l'organizzazione governativa del ducato rispecchiava quella fiorentina; nel 1814 anche il Duca di Lucca, Carlo Ludovico di Borbone, aveva infatti introdotto la carica di Presidente del Buon Governo che aveva il comando dell'Alta e della Bassa Polizia. La prima svolgeva attività di raccolta informazioni e repressione dei movimenti radicali, la seconda aveva invece la responsabilità di mantenere l'ordine pubblico nelle varie città ducali. Nel 1836, questa volta anticipando il Granduca, Lucca decise di riorganizzare il proprio assetto istituzionale, abolendo la Presidenza del Buon Governo e introducendo l'ufficio del Presidente di Grazia e Giustizia a cui fu affidato il controllo dell'Alta Polizia. La Bassa Polizia invece fu posta sotto la direzione politica di una nuova figura, il Commissario. Questo assetto durò solo pochi mesi, infatti l'autorità del Commissario fu abolita e sostituita dalla Direzione Generale di Polizia che nel 1843 fu infine posta sotto il controllo del Presidente di Grazia e Giustizia, riunificando così i due Corpi di Polizia alle dipendenze di un unico soggetto politico.
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Bibliografia:
A. Viviani, Storia dei Servizi Segreti, Adnkronos, Milano, 1985.
G. Conti (a cura di), FIRENZE VECCHIA STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI (1799-1859) in: http://digilander.libero.it/bepi/firenze

La gabbia dei grilli

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel 1506 l’architetto Baccio d’Agnolo si mette all’opera per realizzare un camminamento in marmo lungo il tamburo della cupola del Duomo. Realizzato uno degli otto lati previsti, l’opera non sembrò incontrare un grande consenso, anzi, si racconta che Michelangelo, vedendo l’intervento di Baccio d’Agnolo, commentò così il camminamento: “E pare davvero una gabbia dei grilli!”. Scoraggiato dalle critiche, nel 1516 Baccio d’Agnolo decise di abbandonare il progetto, anch’egli era poco convinto del suo intervento, infatti questo ballatoio avrebbe rischiato di strozzare nello slancio la cupola, inoltre, tutto in marmo, avrebbe potuto determinare dei problemi strutturali alla stessa cupola, difatti il Brunelleschi non aveva previsto nessun intervento del genere. Oggi di quest’opera di Baccio d’Agnolo rimane visibile solo quell’originale singolo tratto del ballatoio-camminamento, verso il lato sud della cupola.
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La cupola del Duomo, sulla sinistra il camminamento di Baccio d'Agnolo
La "gabbia dei grilli"

venerdì 5 agosto 2011

Il Sasso di Dante

Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

In Piazza delle Pallottole, lo slargo che si trova presso Via dello Studio, alla destra dell’abside del Duomo, è depositato su un marciapiede, presso un portone di un palazzo, un grosso masso. Una targhetta ricorda che quello è (sarebbe?): “i’vero Sasso di Dante”. Nell’attuale piazza, tra due negozi, è ancora oggi visibile una lastra di marmo che riporta la seguente scritta “Sasso di Dante”. La storia (leggenda?) racconta infatti che in quel luogo, allora uno spiazzo ancora verde, Dante era solito fermarsi e sedersi sopra un sasso per riposare, pensare ed osservare i lavori di costruzione della Cattedrale. Il Sasso è legato anche ad un aneddoto che vede protagonista sempre il Sommo Poeta e la sua famosa memoria. Un giorno, mentre era assorto nei suoi pensieri, seduto sul solito sasso, passò un conoscente che, avvicinatosi chiese al poeta: “Oh Dante, icchè ti piace di più da mangiare?" - "l’ovo” – rispose Dante. L’anno dopo, la stessa persona curiosa, ripassò di lì e vedendo Dante ancora seduto nel suo luogo preferito e sempre assorto, si avvicinò nuovamente e gli chiese:- “co’ icchè?” - “co i’ sale!” fu la risposta pronta del poeta.
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Piazza delle Pallottole, il Sasso di Dante
I' vero Sasso di Dante

mercoledì 3 agosto 2011

Bischero: l’origine di un’offesa

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In Toscana la parola bischero è un’offesa, bonaria, ma comunque un’offesa. Si utilizza per indicare una persona ingenua o poco furba. L’origine di questo termine è legato alla storia di Firenze, e curiosamente allo sviluppo urbano della città. Infatti, quando la Repubblica fiorentina decise di costruire il Duomo, fu individuata l’area del cantiere, ma per aprirlo si rendeva necessario abbattere alcuni edifici privati. Il governo cittadino avviò così le contrattazioni con i proprietari per indennizzarli dell’esproprio delle abitazioni interessate. La nobile famiglia dei Bischeri aveva vari possedimenti presso l’attuale Via dell’Oriuolo, che sarebbero rientrati  nell’area interessata dal cantiere. I Bischeri però videro nei lavori per la nuova cattedrale una possibilità di lucro, difatti non accettarono subito gli indennizzi delle autorità cittadine convinti di poter effettuare una speculazione. Il tira e molla si protrasse nel tempo, i Bischeri continuarono a tirare sempre più in alto il prezzo, non ritenendolo mai adeguato,  mentre la Repubblica non era intenzionata a farsi prendere per la gola. Fino a quando, un giorno, il governo cittadino, stanco di rinviare l’inizio de lavori, decise di ridurre l’area del cantiere, escludendo dalla zona alcuni edifici di proprietà dei Bischeri ed espropriandogliene i restanti che furono indennizzati di pochi fiorini. Così i Bischeri fecero la figura dei bischeri.
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Piazza Duomo angolo Via dell'Oriuolo, il canto dei Bischeri

L’ATAF racconta le curiosità di Firenze

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

L’ATAF, l’azienda fiorentina dei trasporti pubblici, da alcuni mesi ha deciso di raccontare alcune curiosità di Firenze, utilizzando i cartelli (le paline) delle fermate degli autobus. Infatti se sul davanti i cartelli indicano le linee degli autobus che in quella via o piazza transitano e si fermano, nella parte posteriore delle paline, invece, appare un breve racconto storico o curiosità inerente quella via o quella zona. Questa iniziativa interessa per il momento il centro storico.
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La palina dell'ATAF in Piazza San Marco dedicata a Savonarola