mercoledì 27 luglio 2011

La caduta della lanterna del Duomo


Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In piazza del Duomo, dietro l’abside della cattedrale, in direzione di via dell’Oriuolo, se osserviamo la pavimentazione notiamo una lastra di marmo circolare, bianca. Questa indica il punto preciso in cui rovinò a terra parte della lanterna della cupola nella notte del 17 febbraio 1600. Infatti un fulmine fece cadere 2 tonnellate di materiali della lanterna ed i 18 quintali della palla di bronzo con croce che la sormonta. I resti furono raccolti fino a via de’ Servi, a testimonianza del forte impatto che ebbe. La lanterna, opera del Verrocchio era stata posta sulla sommità della cupola del Brunelleschi nel 1468 grazie ad una macchina progettata da Leonardo da Vinci.
Il Granduca Ferdinando favorì il rapido restauro della lanterna e della palla bronzea che fu ricollocata al suo posto due anni più tardi. Per evitare che simili incidenti si ripetessero, i fiorentini si appellarono alla protezione divina, collocando all’interno delle due braccia della croce due contenitori di piombo contenenti alcune reliquie ed una scritta in latino contro i fulmini. In epoca più recente la palla è stata dotata anche di un parafulmine.
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La lastra di marmo che indica il punto dove cadde la lanterna della cupola il 17 febbraio 1600

venerdì 22 luglio 2011

Goldrake in Borgo degli Albizi

Nei giorni scorsi una scultura raffigurante Goldrake si affacciava alla finestra di un palazzo di Borgo degli Albizi, in prossimità dell'Arco di San Pierino.

La Pira e la questione della Pignone

Articolo Pubblicato su Microstoria nel 2006
Testo di Roberto Di Ferdinando

Nel 1951 Giorgio La Pira accettò di candidarsi a sindaco di Firenze, anche in virtù dell’impegno del governo De Gasperi di sostenere politicamente e finanziariamente la realizzazione del piano di sviluppo della città. Vinta la sfida con il sindaco uscente del PCI, Fabiani, La Pira vide però tardare il sostegno promesso, tanto da dover in prima persona affrontare i gravi problemi della ricostruzione di Firenze (alta disoccupazione, sfratti, diffusa miseria, carenza di abitazioni e grandi opere e difficoltà nell’approvigionamento idrico), attuando un programma amministrativo che, ispirato da una profonda fede religiosa, vedeva il Comune svolgere un ruolo più concreto nella vita sociale ed economica della città, più attento alle necessità dei ceti più poveri: “Occupare i disoccupati, – scriveva La Pira ad Attilio Piccioni nel 1953 - edilizia popolare, case minime, fermare la traumatica folla degli sfratti. Caro Piccioni, mettiti dal punto di vista di Dio, cosa attende da te? Questo, l’immediato soccorso ai figli più poveri e più disgraziati… le istituzioni democratiche si rinsaldano e la pace si risalda se si rinsaldano le radici.”
Ma questa visione ‘paternalistica’ dell’amministrazione locale non incontrava molti consensi negli ambienti politici nazionali. In particolare si criticava al sindaco La Pira il suo ricorrere, sulla base di una normativa del 1865, alla continua requisizione degli immobili inutilizzati in Firenze per far fronte alla carenza di abitazioni. Ricorda Andreotti in una recente intervista: “Queste decisioni, prese da un altro, avrebbero provocato interventi prefettizi e giudiziari. Con il Sindaco La Pira ci si limitava a sospirare e a capire che bisognava dare maggiore impulso alle case popolari e a non demonizzare l’idea del blocco dei fitti”.
Questo spirito di crisitana assistenza ai più deboli ispirerà La Pira anche nella vicenda della crisi del Pignone nel 1953.
La Pignone, punto di forza della meccanica fiorentina, era stata infatti acquistata nel 1946 dalla Snia Viscosa, leader nazionale nella realizzazione di fibre naturali e sintetiche, che l’aveva convertita da fabbrica di turbine in produttrice di telai tessili.
Nell’autunno del 1953 l’amministratore della Snia, Franco Mariotti, denunciando la concorrenza di macchinari e prodotti americani, presenti sul mercato italiano grazie al Piano Marshall, la stretta creditizia effettuata dalle banche ed il mancato arrivo di commissioni statali, quali concause alla impossibilità di investire nell’azienda, decise di licenziare i 1.750 lavoratori del Pignone(1) . Le maestranze risposero con l’occupazione della fabbrica. La Pira si schierò dalla parte degli operai e contro il licenziamento quale ‘scomunica sociale’. Il 19 novembre 1953, il Consiglio Comunale solidarizzò ufficialmente con l’azione di difesa dell’azienda e costituì un fondo di solidarietà per i lavoratori; non solo, La Pira per far sentire ai lavoratori il sostegno della Chiesa fece autorizzare dal Vescovo la celebrazione della messa domenicale nella Pignone occupata. Contemporaneamente il sindaco si attivò presso alle istituzioni nazionali perché si trovasse un alternativa ai licenziamenti. Il licenziamento delle maestranze della Pignone, più o meno contemporaneo alla crisi di altre aziende cittadine (Manetti & Roberts, Officina del Gas, Fonderia delle Cure, Galileo, Richard Ginori), per La Pira infatti avrebbe innescato gravi conseguenze sul piano sociale ed economico, sottolinenado che la vicenda non era esclusivamente sindacale e locale, ma il sintomo di una situazione malata che coinvolgeva tutto il paese. Per questo La Pira si rivolse al mondo politico e cattolico (scrisse al Presidente del Consiglio, Pella, a Gronchi, Moro, ai parlamentari democristiani e quindi ai Vescovi italiani ed allo stesso Pontefice, Pio XII): “Qui c’è da salvare qualcosa di più saldo: la fiducia nella democrazia: fiducia non affidata solo alle leggi elettorali, quanto alla reale capacità di risolvere i veri problemi degli uomini: lavoro e casa”; ed ancora: ”a Firenze la situazione è critica e può dar luogo alle più impensate e gravi esplosioni. Mentre all’imprenditore Mariotti ricordava: “atti come quelli della Snia, chiudendo la Pignone meritano il premio e l’onore della Stella Rossa, sono i veri atti rivoluzionari che accellerano l’avanzata del comunismo nel nostro paese.”
Il forte richiamo di La Pira alle istituzioni politiche perché intervenissero a scongiurare i licenziamenti gli mossero, dalle pagine di numerosi quotidiani nazionali, le critiche dei fautori dell’assoluta inviolabilità dell’iniziativa economica privata. Famoso fu infatti nei mesi successivi il dibattito tra La Pira e Don Sturzo; quest’ultimo che non vedeva alternative possibili al capitalismo accusò il sindaco di comunismo-statalista.
In questo clima La Pira non si perdette d’animo e si rivolse con risolutezza al Ministro degli Interni, l’amico Fanfani (2), perché trovasse una soluzione che garantisse il rinserimento di tutti i lavoratori. Fanfani ebbe l’intunzione di coinvolgere la neonata ENI di Enrico Mattei. La Pignone infatti avrebbe permesso all’ENI di rendersi capace di produrre per proprio conto le turbine necessarie all’estrazione del petrolio e Mattei, accettando, sarebbe riuscito a legarsi alla DC, legame indispensabile per le sue attività imprenditoriali. Fanfani, Mattei e lo stesso La Pira infine avevano in comune la visione positiva dell’impresa pubblica quale strumento di sviluppo economico e sociale e di superamento dei limiti della concentrazione capitalistica (3).
La trattiva non fu però facile e non mancarono i contrastri  tra Fanfani e La Pira; i due infatti avevano temperamenti diversi, con visioni differenti della vita e della società. Fanfani era ministro di un governo di destra, vicino al mondo industriale, e con difficoltà riusciva a comprendere il La Pira-sindaco democristiano che si univa agli operai nell’occupazione di una fabbrica. Dall’altra parte invece La Pira era incapace di compromessi ed era convinto che l’unica strada possibile fosse quella di affidarsi a Dio e alla Provvidenza. Significativo di ciò è il loro carteggio durante le fasi del negoziato con l’ENI. Fanfani invitò infatti La Pira a sospendere ogni manifestazione verbale e di “fare il sindaco secondo le norme che io debbo far rispettare da tutti i sindaci d’Italia”. La Pira rispose: “io non sono un sindaco, come non sono stato un deputato o un sottosegretario, […], ma sono per la grazia del Signore un testimone dell’Evangelo, […] figurati se io posso rinunciare alla verità e alla giustizia per servire alla lettera la legge, e poi: quale legge?”
Il 27 dicembre 1953 l’AGIP, controllata dall’ENI, costituì insieme alla Snia una nuova società, la Nuova Pignone, e furono riassunti 900 lavoratori; la linea lapiriana dell’occupazione totale non passò, vinse invece quella possibile di Fanfani.
Negli anni seguenti l’ENI di Mattei avrebbe tratto nuovamente vantaggi dall’azione lapiriana. La Pira infatti attraverso i convegni del Mediterraneo, riuscì a gettare tra l’Italia ed i paesi decolonizzati dell’Africa e dell’Asia un ponte di dialogo e di solidarietà, utilizzato dall’abilità di Mattei e Fanfani anche a fini economici, riuscendo a stipulare importanti accordi per lo sfruttamento delle risorse energetiche di quei continenti.
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(1) Si ritiene invece che dietro i licenziamenti ci fosse un’intesa tra la Snia ed i concorrenti americani, quest’ultimi infatti, in cambio della non interferenza del Pignone nel settore della produzione delle turbine, non sarebbero intervenuti nei mercati argentini e brasiliane delle fibre. Cfr. La Civiltà Cattolica, quaderno 3691 del 3 aprile 2004.
(2) La Pira era stato sottosegretario di Fanfani, al Ministero del Lavoro, nel 1948 occupandosi già allora del dolente tema della disoccupazione.
(3) Si racconta che La Pira, per sbloccare la trattativa,  scrisse a Mattei dicendogli: “Caro Enrico voglio che tu compri la Pignone” e per superare le sue esitazioni aggiunse, “Caro Enrico non puoi dirmi di no perché me l’ha suggerito lo Spirito Santo”.

Il fiorentino Antonio Meucci, inventore del telefono

Articolo pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2011
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Recentemente Firenze ha ricordato in maniera solenne con mostre e conferenze, il fiorentino Antonio Meucci, inventore del telefono, di cui nel 2008 si sono celebrati i duecento anni dalla nascita. Firenze ha voluto così restituire a Meucci, i giusti meriti ed onori che la vita ed il destino avverso gli avevano sempre negato. Infatti solo negli ultimi decenni Meucci è stato universalmente ed ufficialmente riconosciuto quale il primo inventore del telefono.
Antonio Meucci nacque il 13 aprile 1808 a Firenze, in piena dominazione napoleonica, in Via de’ Serragli, nella casa all’attuale numero civico 44 dove oggi una targa ricorda così i natali dell’inventore: QUI NACQUE/IL 13 APRILE 1808/ANTONIO MEUCCI/INVENTORE DEL TELEFONO.

Via de'Serragli, la targa sulla facciata della casa dove nacque Meucci
Fin da giovane Meucci dimostrò una certa passione per l’elettricità fisiologica ed animale, ma i primi studi furono dedicati all’arte ottenendo difatti l’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Purtroppo le forti ristrettezze economiche della propria famiglia non permisero a Meucci di completare gli studi artistici, pur continuando quelli in scienze quale autodidatta. Così, giovanissimo, iniziò a lavorare prima come doganiere, poi come attrezzista e tecnico di scena al Teatro della Pergola di Firenze, dove conobbe la costumista Ester Mochi, che presto divenne sua moglie.  Proprio presso il prestigioso teatro fiorentino, Meucci compì i primi studi sul telefono acustico realizzandone anche un prototipo: si trattava di un sistema di tubi che trasportava il suono da una parte all'altra del palco, in modo da poter impartire le istruzioni agli operai dal palco fino alla cabina di regia. Questo strumento fu l’antesignano del moderno telefono che Meucci perfezionò alcuni decenni più avanti, ma lontano da Firenze e dall’Italia. Infatti Meucci ben presto, per colpa delle sue idee liberali e repubblicane che lo avevano spinto a partecipare attivamente ai moti rivoluzionari del 1831, fu costretto, per evitare il carcere, a lasciare il granducato di Toscana. Decise così di emigrare a Cuba, dove nel 1835 accettò un lavoro, sempre come tecnico di scena, presso il Teatro Tacon dell'Avana. Anche qui la fortuna gli volse le spalle; infatti il teatro fu distrutto da un incendio e Meucci, rimasto senza lavoro, nel 1850 decise di trasferirsi negli Stati Uniti, a New York. Qui si improvvisò piccolo imprenditore, avviando una fabbrica di candele (nella quale lavorò come operaio anche l’amico Giuseppe Garibaldi), e contemporaneamente porta avanti i suoi studi sul telefono. Nel 1854, sulla base del prototipo fiorentino, realizzò il teletrofono un apparecchio capace di mettere in comunicazione il suo ufficio con la camera da letto dove la moglie era costretta all’infermità da una grave malattia. Di questo esperimento incaricò anche il suo amico artista Nestore Corradi, che Meucci aveva conosciuto sulla nave che lo aveva trasportato a Cuba e che aveva rincontrato in quegli anni a New York, di disegnargli uno schizzo del teletrofono che oggi rappresenta una delle prove principali della paternità dell'invenzione del telefono di Meucci. Purtroppo, con il passare del tempo, anche la fabbrica di candele fallì e le difficoltà finanziarie tornarono nuovamente ad assalirlo. Dedicò quindi tutte le proprie risorse fisiche e finanziare a sviluppare l’invenzione del telefono, riuscendo a vivere grazie all'aiuto degli amici, ma le proprie disponibilità economiche non erano abbastanza per brevettare definitivamente lo strumento; nel 1871 ottiene infatti solo un brevetto temporaneo riuscendolo a rinnovare, per 10 dollari l’anno, solo fino al 1873. Cercò di ottenere dei finanziamenti proponendo la sua invenzione ad una compagnia telegrafica di New York, ma le potenzialità del telefono non vennero intuite; Meucci collezionava così l’ennesima delusione, ma ancora non l’ultima. Infatti il 7 marzo 1876 Alexander Graham Bell (1847-1922) brevettò un altro modello di telefono, Meucci decise di intentargli causa, accusando Bell perfino di avergli copiato alcuni studi sul teletrofono, ma Meucci, ormai caduto nell’estrema povertà, aveva persino problemi a comprarsi da mangiare, non poté più continuare con forza la sua battaglia legale. Nel 1887 infatti il Tribunale di New York dichiarò conclusa la diatriba stabilendo la vittoria di Bell, il giudice motivò la sentenza specificando che Meucci avrebbe inventato il telefono meccanico mentre Bell quello elettrico.
Meucci, ormai sfiduciato e povero, morì negli Stati Uniti, a Staten Island, il 18 ottobre 1889, in una casa che la generosità della comunità italo-americana gli aveva donato; invece l’universale riconoscimento della sua invenzione sarebbe venuto molti decenni dopo.
L’Italia fu la prima ad indicare Meucci quale inventore del telefono, Firenze, in particolare, nel 1924, solennemente gli concesse tale riconoscimento apponendo una targa sulla facciata del Palazzo delle Poste Centrali di Via Pellicceria in prossimità con Piazza della Repubblica, ancora oggi visibile e che così sentenzia: - ANTONIO MEUCCI INVENTORE DEL TELEFONO MORI’ NEL MDCCCLXXXIX IN TERRA STRANIERA  POVERO E DEFRAUDATO DE’ SUOI DIRITTI “L’ITALIA DI VITTORIO VENETO E LA SUA FIRENZE NE RIVENDICANO CON MATERNO ORGOGLIO LA GLORIA”-

Via Pellicceria, la lapide in onore di Meucci
Il grande genio di Meucci non poteva non essere ricordato anche presso la Basilica fiorentina di Santa Croce, da sempre il Pantheon che raccoglie le spoglie degli italiani più illustri. Nella Basilica infatti una targa forgiata in particolare bronzo e collocata tra il secondo e il terzo altare, sotto alla targa dedicata a Leonardo da Vinci e accanto a quella per Guglielmo Marconi, porta questa scritta: "LONTANO DALLA PATRIA/DI SULLA SPONDA ATLANTICA/CHE PER PRIMO UN ALTRO FIORENTINO TOCCO’/OFFRI’ COL TELEFONO/LO STRUMENTO CHE ANNULLA OGGI/OGNI DISTANZA TRA UOMINI E POPOLI".
Invece il riconoscimento internazionale a Meucci quale primo scopritore del telefono è avvenuto solo recentemente, l'11 giugno 2002, quando il Congresso degli Stati Uniti, con la risoluzione 269, ha affermato che Meucci, solo per motivi finanziari fu impossibilitato a brevettare i suoi studi e che quindi deve essergli riconosciuta la paternità dell'invenzione del telefono elettrico.
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mercoledì 13 luglio 2011

Bartolomeo Cristofori, inventore a Firenze del primo pianoforte

Testo di Roberto Di Ferdinando

Intorno al 1700, grazie all’arte del padovano Bartolomeo Cristofori (1655-1731) e al mecenatismo del Gran Principe Ferdinando de'Medici (1663-1713), Firenze fu sede di una delle più importanti intuizioni nella storia della musica: la realizzazione del gravicembalo, lo strumento musicale precursore del moderno pianoforte.
Il principe Ferdinando, infatti, attento collezionista di strumenti musicali, in uno dei suoi primi viaggi verso l’amatissima Venezia, nel 1688, sostò volutamente a Padova per conoscere Bartolomeo Cristofori, la cui fama di abile costruttore di strumenti musicali a corda e a tastiera (cembali, clavicembali e spinette) era giunta fino a Firenze. Il principe-musicista, riconoscendone subito il talento artigianale, pensò bene di portarlo con sé a Firenze, offrendogli di fatto l’incarico a corte di conservatore degli strumenti musicali. Nel 1690 quindi Cristofori si trasferì definitivamente a Firenze allestendo nelle vicinanze degli Uffizi, sotto la tutela di Ferdinando, un laboratorio artigianale  in cui ideò e realizzò strumenti musicali profondamente innovativi per struttura, materiali utilizzati, meccanica e sonorità. Ma oggi il nome di Cristofori è ricordato principalmente per i suoi studi sulla meccanica del pianoforte che rappresentarono una vera rivoluzione nella storia della musica moderna, sebbene solo molti decenni dopo la sua morte gliene fu riconosciuta la paternità. Verso la fine del Seicento, infatti, le esigenze dell'arte musicale erano diventate tali che il vecchio clavicembalo, dai piccoli suoni fuggenti, non le riusciva più a soddisfare. Si sentiva quindi la necessità di uno strumento capace di rendere sonorità maggiori e graduabili, ed all'occorrenza riassumere e sintetizzare l'orchestra. Cristofori vi riuscì nel primo decennio del XVIII° secolo, sostituendo, nel clavicembalo, al meccanismo dei salterelli quello dei martelletti (cembalo a martelletti), in modo da variare l'intensità del suono a seconda della pressione del tasto e garantendo un suono meno meccanico e metallico, tale da soddisfare la sensibilità estetica del nuovo secolo. Nel 1711 il marchese e letterato veneto, Scipione Maffei, in un articolo comparso nel veneziano "Giornale de'Letterati d'Italia", raccontando i suoi soggiorni a Firenze, effettuati tra il 1709 ed il 1711, e l’incontro con Cristofori nella sua bottega, così descrive il nuovo strumento: “martelletti articolati, indipendenti dai tasti, forniti di uno scappamento semplice e smorzatori singoli per ogni corda”. L’intuizione di Cristofori fu quindi, non solo di aver sostituito ai saltarelli del clavicembalo, i martelletti,  ma, al fine di regolare l’intensità del suono a seconda della maggiore o minore pressione dei tasti, di realizzare un sistema in cui i martelletti erano mossi da una contro-leva a bilancia avente due movimenti, uno anteriore che spingeva in alto il martelletto, inviandolo a percuotere la corda, ed uno posteriore che invece faceva calare lo smorzo attaccato all'altra estremità della contro-leva, in tal modo la corda rimaneva libera di poter vibrare al colpo del martelletto. Cessata l'azione del tasto, si azionava un movimento contrario: al ricadere del martelletto lo smorzo tornava su, raggiungendo la corda e facendo cessare le oscillazioni. Inoltre Cristofori ideò anche il sistema dello spostamento della tastiera, in virtù del quale il martelletto percuoteva una sola corda anziché due, dispositivo corrispondente quindi al moderno pedale del piano. Gli studi di Cristofori erano stati mossi dalla ricerca di uno strumento capace di garantire una migliore graduazione delle sonorità fino ad allora offerte dal clavicembalo, e per questo, alla sua nuova invenzione dette il nome di Gravicembalo col piano e col forte. Nasceva così il precursore del moderno pianoforte.
Non è comunque da escludere che a tali studi non contribuì anche il principe Ferdinando, con suggerimenti e consigli. Ad esempio, nel diario autografo del musicista fiorentino Francesco Maria Mannucci, alla data del 16 febbraio 1711, egli scrive che in due occasioni è testimone della presentazione di Cristofori al principe di alcuni suoi nuovi strumenti musicali: "viddi il Sig. Cristofori venire di corsa nelle Stanze Reali, per relazionare col Gran Principe, seco portando un tasto con ordingo a martello, di misura più piccola dell'ordinario, che mi disse più buono a battere sulle Corde di quelli da lui medemo usati pe' nuovi Cimbali con piano e forte, fabbricati nel laburatorio per volere del Ser.mo Gran Principe Ferdinando, cominciando du'anni prima del Giubileo (l’anno del Giubileo è il 1700, quindi Cristofori inizia a lavorare al Gravicembalo fin dal 1698) [...]" (1). Ed è infatti proprio nel primo decennio del Settecento che la produzione di Cristofori è maggiormente prolifera; nei già citati incontri descritti da Maffei, il marchese sostiene di aver visto nella bottega dell’artigiano, e provati dal Principe stesso, non uno ma più cembali a martelletti tutti riusciti perfettamente.
La morte del principe nel 1713 provocherà quindi per Cristofori un duro colpo morale e psicologico, venendogli a mancare difatti l'estimatore più sicuro e convinto. Infatti il Granduca Cosimo III (1723), che aveva sempre combattuto la passione del primogenito per la musica, e ben più preoccupato per il futuro della sua dinastia e del Granducato, "non si voleva mai impacciare nè coi musici nè colla musica". Tuttavia, in questo ambiente Cristofori continuò il suo lavoro con grande passione, tanto che alcuni suoi gravicembali più perfezionati, appartengono proprio a questo secondo periodo; non solo, egli mantenne la carica di custode della ricchissima collezione di strumenti musicali, oltre 115 pezzi pregiati, messa insieme dal principe, nonché proseguì personalmente la preparazione professionale dei suoi allievi. Il 27 gennaio 1731 Cristofori morì a Firenze, senza aver messo su famiglia e senza ricchezze; uniche eredità lasciate furono i suoi appunti e gli innovativi strumenti musicali. 
Il gravicembalo dovette attendere però molto prima di affermarsi, infatti il clavicembalo durò ancora a lungo ed il pianoforte costruito in serie si ebbe solo nel secolo successivo quando, dopo molte diffidenze, fu pienamente accettato dai compositori. Inoltre, solo nel secolo successivo fu riconosciuta a Cristofori la paternità della sua innovativa invenzione. Per molti decenni infatti si sostenne che Cristofori avesse prodotto il suo primo gravicembalo  nel 1718, come riportato dal Maffei nella sua raccolta di Rime e Prose stampata nel 1719. In tale raccolta Maffei omise però di ricordare che la descrizione del moderno strumento era la stessa pubblicata da lui stesso nel già citato scritto del 1711. Quindi l’erronea datazione del 1718 permise ai tedeschi di sostenere che il primo esempio di cembalo a martelletti si era avuto proprio in Germania nel 1717, grazie a Cristoforo Schröter. A questa corsa sulla paternità dell’invenzione non mancarono i francesi, che sostennero che Jean Marius aveva ottenuto fin dal 1716 il brevetto per la costruzione del proprio clavecin à maillets. Solo verso la metà dell’Ottocento gli studi del francese Anders fecero chiarezza sull’errore, attribuendo definitivamente a Cristofori il merito dell'intuizione e della messa a punto del nuovo strumento, mentre nel 1880, nel chiostro della Basilica di Santa Croce, Pantheòn dei geni italiani, fu quindi posta una lapide in onore di Cristofori e della sua arte.
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(1) -   All'Archivio di Stato di Firenze sono conservati due inventari, uno del 1700 ed il secondo del 1716, della collezione di strumenti del principe Ferdinando di Toscana. In quello del 1700 si può leggere: "un Arpicimbalo di Bartolomeo Cristofori, di nuova invenzione […] con alcuni salterelli, con panno rosso, che toccano nelle corde, et alcuni martelletti che fanno il piano et il forte; […] con n° quarantanove tasti (trà bianchi e neri) [...]".M. Fabbri, L'alba del pianoforte, Nuove edizioni, Milano, 1970.
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lunedì 11 luglio 2011

Tramonti fiorentini

Foto di Roberto Di Ferdinando

Il Teatro della Pergola

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

L'ingresso del Teatro de La Pergola
Il Teatro della Pergola, ubicato nell’omonima via del centro storico di Firenze, è il più antico teatro “all’italiana” in attività. Il prestigioso teatro fu eretto infatti nel Seicento, grazie all’iniziativa dell’Accademia degli Immobili, già Accademia dei Concordi, costituitasi a Firenze nel 1644. L’Accademia, nata sotto la protezione dei Medici, si componeva dei più illustri appartenenti alla nobiltà cittadina, tra cui spiccavano Antonio Ricasoli e Piero Strozzi, ed era presieduta dal Cardinale Giovan Carlo, fratello di Ferdinando II dei Medici. I fini dell’Accademia erano artistici e culturali, interessandosi infatti alla pratica di discipline diverse ed allo studio di materie varie: musica, matematica, recitazione, lettura e rappresentazione di commedie. I luoghi di riunione degli accademici furono, prima, alcuni spazi chiusi in via del Parione, poi uno stanzone, trasformato in sala di recitazione, in via del Cocomero, oggi via Ricasoli; ma l’incremento delle attività artistiche e l’aumento dei membri dell’Accademia resero ben presto inadeguati questi luoghi. Si rese difatti necessaria la ricerca di nuovi spazi per la costruzione di una vera sala di recitazione. Nel 1652, dietro l’interessamento del Cardinale, fu così affittato un ampio ambiente in via della Pergola, dove fino ad allora aveva avuto sede un tiratoio di proprietà dell’Arte della Lana. In quel periodo infatti nella zona si concentravano le botteghe per la lavorazione della lana, da cui traggono origine i nomi di via della Pergola e della vicina via della Colonna. Le pergole infatti erano quelle che ricoprivano, ingentilendoli, gli orti e gli spazi verdi che si distendevano dietro i laboratori degli artigiani della lana e presso cui si svolgeva una parte della loro lavorazione. Le colonne invece erano i pali che, sorreggendo le numerose tettoie poste sopra i vari tiratoi, caratterizzavano questi luoghi. E proprio una grande pergola ricopriva il tiratoio e l’orto concessi in usufrutto dal Cardinale all’Accademia per costruire il nuovo teatro.
I lavori, su progetto dell’architetto Ferdinando Tacca, furono avviati nel 1656.  Il teatro, sebbene non ancora ultimato, fu inaugurato per il Carnevale del 1659, con  la messa in scena dell’opera buffa Il Podestà di Colognole di Giovanni Andrea Moniglia. I lavori si conclusero definitivamente nel 1661, in tempo per ospitare alcuni degli eventi celebrativi delle nozze del Granduca Cosimo III con Margherita d’Orleans.
Il teatro, in struttura lignea, aveva un ampio palcoscenico e fu il primo ad essere costruito con ordini (tre) di palchi sovrapposti, sorretti da una ampia loggia, che ne fecero il primo esempio architettonico di teatro “all’italiana”, mentre una serie di stanze e di cortili rendeva l’ambiente insonorizzato dalle strade vicine. Poteva accogliere oltre mille persone, ospitate nei palchi e nella loggia aperta sulla platea, dove gli spettatori si sedevano su alcune panche fissate in terra e divisi in due settori distinti, in modo tale da separare il pubblico maschile da quello femminile. Al centro della sala vi era invece l’area riservata ai componenti della famiglia granducale e quelli più illustri dell’Accademia.
Nei suoi primi anni di attività il teatro fu utilizzato esclusivamente dalla corte per celebrare le proprie manifestazioni e ricorrenze o per rappresentare degli esclusivi eventi artistici. Solo nel 1718, quando l’Accademia riscattò la proprietà, l’ingresso alle attività teatrali fu permesso anche al pubblico pagante.
Nel 1804, sotto la direzione dell’architetto Giuseppe Solvetti, il teatro fu dotato anche di una sala da musica arricchita da stucchi bianchi: il Saloncino (ancora oggi presente ed attivo con spettacoli teatrali, proiezioni video, concerti, conferenze culturali e didattiche); mentre nel 1814 ospitò una sontuosa festa per celebrare il ritorno del granduca Ferdinando III, dopo la parentesi napoleonica, durante la quale il teatro aveva preso il nome di Imperiale.
Fra il 1830 e il 1863, grazie anche all’ampiezza e alla funzionalità del palcoscenico e degli annessi (camerini, appartamenti, sale prova) raggiunse altissimi livelli di programmazione, ospitando le opere dei maggiori musicisti del tempo: Bellini, Donizetti, Rossini, Pacini e Verdi. Proprio Giuseppe Verdi il 14 marzo 1847 diresse la rappresentazione del Macbeth. Il maestro di Busseto, infatti, invitato personalmente dal Granduca Leopoldo II, per l’occasione musicò il dramma di Shakespeare, presentandolo quella sera in prima assoluta ed ottenendo un incredibile successo.

La targa che ricordsa il successo della prima del Macbeth diretto da Giuseppe Verdi

Nei primi anni del Novecento la produzione artistica si concentrò invece sulla prosa ed il palco della Pergola divenne uno dei luoghi più ambiti dalle attrici e dagli attori italiani ed internazionali per rappresentare i propri lavori. Ricordiamo Sarah Bernhardt, Coquélin Ainé ed Eleonora Duse, che durante il suo soggiorno fiorentino, rappresentò numerose opere di D’Annunzio e di Goldoni. A ricordo di quegli anni alla divina Duse è stato dedicato il primo camerino del teatro, approntato proprio sul palcoscenico.  Nei decenni successivi, tutti i grandi del teatro italiano passarono per la Pergola, dove il grande Eduardo De Filippo, volle  rappresentare, come prime assolute, alcune sue celebri commedie: "Le voci di dentro" e "Bene mio, core mio" (1956) e "La fortuna con l'F maiuscola" (1959). Tutt’oggi la Pergola vanta una programmazione teatrale  tra le più prestigiose.
Dal 1925 il teatro della Pergola è monumento d’interesse nazionale e dal 1942 è di proprietà dell’Ente Teatrale Italiano, che in quell’anno lo acquistò, per 2.200.000 di lire dall’Accademia degli Immobili a cui però lasciò la proprietà dell’archivio e l’uso di alcuni locali.
Nei secoli il teatro è stato più volte ristrutturato, pur mantenendo l’aspetto architettonico originario: nel Settecento le strutture lignee furono infatti sostituite da quelle di muratura, mentre nell’Ottocento l’architetto Gaetano Baccani intervenne sull’ingresso, sul vestibolo, ed ampliò il caffè ed il foyer.
Una curiosità: intorno agli anni trenta dell’Ottocento, tra i tecnici dipendenti del teatro vi era il fiorentino Antonio Meucci. Proprio nelle quinte del teatro, Meucci fece i primi esperimenti di comunicazione a distanza attraverso alcune sue invenzioni, delle apparecchiature con i fili. Meucci utilizzava questi dispositivi per comunicare con gli altri attrezzisti durante i cambi delle scenografie, evitando così di ricorrere alle pericolose torce come si era soliti utilizzare nei teatri per questo tipo di operazioni. Grazie a queste esperienze Meucci avrebbe poi  sviluppato, nel suo drammatico soggiorno americano, le teorie di trasmissione acustica che lo portarono all'invenzione del telefono.
Nel 1898 il teatro fu dotato di energia elettrica, mentre nel 1912 furono demoliti il IV e V ordine dei palchi per la creazione del loggione, portando così la capienza a 1350 persone (oggi per motivi di sicurezza il teatro è dotato di 999 posti 432 in platea, 310 nei palchi e 257 in galleria). Nel secondo dopoguerra i più importanti interventi di tipo strutturale e consolidamento furono effettuati nel 1967. Infatti dopo i gravi danni inferti dall’alluvione, il teatro fu costretto a chiudere per un lungo periodo. Il 27 dicembre del 1967 La Pergola fu riaperta al pubblico con la Compagnia Proclemer-Albertazzi in Come tu mi vuoi di Luigi Pirandello.

Roberto Di Ferdinando

mercoledì 6 luglio 2011

Cerchi energetici

Le foto che qui seguono sono state fatte la notte del 30 aprile 2011, durante la Notte Bianca fiorentina. Ritraggono il cortile del Museo della Specola, dove era in corso una festa. Nelle immagine si vedono dei dischi luminosi, di cui non mi spiego l'origine. Mi sono accorto di questi dischi dopo aver scattato una foto con il flash inavertitamente inserito. Ho così notato questo fenomeno ed ho iniziato a fare più foto utilizzando il flash. Non è un problema della macchina fotografica, infatti, se non utilizzavo il flash questi dischi non apparivano, mentre al di fuori di quel cortile, ed in altri ambienti pur utilizzando il flash, le foto apparivano normali. Da una breve ricerca e consultandomi è venuto fuori che questi dischi sarebbero (sarebbero) dei centri di energia (alcuni ritengono che siano la dimostrazione dell'esistenza di entità aliene, oppure di angeli-esseri di luce). Questi centri di energia, si visualizzerebbero, ma non ad occhio nudo, in luoghi dove le vibrazioni energetiche sono molto alte. Ricordo che alla Specola da due anni è in corso la mostra sui più belli minerali del mondo, cioè l'esposizione di 1000 minerali di grandissime dimensioni. I minerali sono anche elementi energetici.
La Nasa sta studiando il fenomeno: http://newapocalypse.altervista.org/blog/2010/05/18/gli-orbs-esistono-parola-della-nasa/

Girolamo Segato ed il mistero delle pietrificazioni

Articolo Pubblicato su Microstoria nel 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Oggi la figura di Girolamo Segato  è poco nota, eppure questo ottocentesco erudito bellunese, trapiantato a Firenze, fu naturalista, cartografo, disegnatore, esploratore ed egittologo di una certa fama. La sua con-tinua passione per la conoscenza multidisciplinare e per l’avventura difatti lo portarono ad essere tra i primi europei ad esplorare l’intero Egitto effettuando qui importanti rilievi geografici e scoperte archeologiche oltre che apprendere le misteriose tecniche per la conservazione dei tessuti umani, per cui oggi nel mondo scientifico è principalmente ricordato. Ma la sua esistenza fu anche caratterizzata da continue avversità: infiniti problemi finanziari che non gli permisero di completare studi e ricerche, oltre che a condannarlo alla povertà, e le avversità verso il suo operato da parte della comunità scientifica che lo spinsero a non rivelare mai il segreto del suo procedimento di pietrificazione dei tessuti umani, che rimane ancor oggi un mistero.
Ma procediamo per ordine. Girolamo Segato nasce a Vedana (Belluno) il 13 giugno 1792 e già da adole-scente muove i suoi interessi verso gli studi di chimica, botanica e mineralogia. Tra il 1809 ed il 1818 fre-quenta varie scuole spostandosi tra Treviso, Belluno, Rovigo e Venezia; infatti le modeste disponibilità eco-nomiche della propria famiglia non gli permettono di svolgere percorsi di studi completi, che effettua comunque da autodidatta e grazie all’aiuto di alcuni dotti amici. Nel 1818 è a Venezia e tramite alcuni conoscenti è introdotto nella famiglia De Rossetti, titolare di una nota casa commerciale a Il Cairo e con incarichi diplomatici in Africa, che gli offre ospitalità ed un impiego di cancelliere in Egitto, lo stesso Egitto che, tornato in auge con la spedizione napoleonica del 1798, in seguito alle prime scoperte archeologiche rappresenta la meta più affascinante per i ricercatori europei di quel periodo. Segato quindi si trasferisce a Il Cairo, dove la nuova attività impiegatizia non gli impedisce di iniziare le prime esplorazioni del paese. Tra il 1818 e il 1823 visita in lungo e largo l'Egitto, partecipando a spedizioni per la stesura di rilievi geografici, che aggregandosi a quelle militari. Durante questi viaggi si interessa alle antichità egizie: visita piramidi e monumenti, che riproduce in precisi disegni, rinviene cadaveri di uomini ed animali pietrificati, e si avvicina così allo studio della mummificazione. Nell’estate del 1820 viaggia per ottanta giorni nel deserto, mentre nel 1822 raggiunge la piramide di Abu-Sir che esplora da solo rimanendo tre giorni consecutivi, senza mai uscire, a 15 metri sotto terra. Rientra quindi a Il Cairo, ma è ormai una persona completamente diversa nello spirito e nel fisico. Il clima dell'Egitto si dimostra nocivo per la sua salute e decide così nel dicembre del 1822 di fare rientro in Europa, a Livorno, dove i De Rossetti gestiscono una banca di assicurazioni marittime e sono in grado di ospitarlo. Ma il destino si prepara a muovere contro Segato, infatti, molti reperti recuperati dal Segato naufragano sulla rotta per il Vecchio Continente, mentre nell’incendio della casa egiziana vanno distrutti tutti i suoi documenti, disegni e rilievi. Preso dallo sconforto non ritornerà più in Egitto e decide invece di trasferirsi a Firenze, che ritiene il luogo più adatto a soddisfare il suo perenne desiderio di istruzione, accettando qui l’impiego di rappresentante della banca De Rossetti.
Giunge a Firenze nel giugno del 1824 e la sua fama di esploratore gli apre inizialmente gli ambienti culturali della città, frequenta la famiglia dell’avvocato Anton Cino Rossi, della cui figlia, Isabella, si innamorerà, ed ottiene udienza perfino dal Granduca Leopoldo II, attento collezionista di antichità egizie. Segato comunque non abbandona i suoi studi, sebbene ancora una volta la mancanza di denaro e le forti avversità scandisca-no la sua vita. Si cimenta infatti nella stesura di un’opera sull’Egitto, tema di moda nella Firenze del periodo. Dopo tre anni di lavoro, dato che un finanziamento promesso dal Granduca non era mai giunto, decide di pubblicare l’opera in società con l'ingegnere Lorenzo Masi, il primo fascicolo esce con il titolo: "Saggi pittori-ci, geografici, statistici, idrografici e catastali sull'Egitto”, ma non incontra il favore del pubblico. Segato però non si perde d’animo, contrae debiti ed inizia a lavorare al secondo fascicolo, che però non vide mai la luce, infatti Masi fugge a Parigi con i soldi ed i disegni originali. Girolamo cade così in uno stato di angoscia e nelle più crudeli angustie finanziarie, non potendo nemmeno più contare sui dei De Rossetti, che avevano nel frattempo liquidato la loro banca. Ottiene prestiti da familiari ed amici che tenta di restituire pubblicando alcune carte geografiche: dell'Africa settentrionale (1830), della Toscana (1832) e dell’Impero del Marocco, lavori di alta qualità, ma che non gli portano profitti.
Contemporaneamente alle sue iniziative editoriali, Segato conduce nel suo laboratorio all'ultimo piano di Pa-lazzo Spini, sul Lungarno Acciaiuoli, anche alcune ricerche chimiche: sull'amalgama dei metalli, sull'ambra artificiale e mette in pratica le conoscenze egiziane sulla pietrificazione. Dopo essersi esercitato su insetti e piccoli animali, decide di far esperimenti anche sui tessuti umani. All’amata Isabella donerà due gocce pietri-ficate del suo sangue, perché, come disse lui stesso: "le donne anche il sangue vogliono". Ma non si ferma qui, ottiene dagli studenti dell'Ospedale di Santa Maria Novella campioni anatomici, che trasforma in pietra, pur mantenendo i colori, le forme ed i caratteri originali e conservando, ecco l’eccezionalità del suo procedi-mento, la loro flessibilità. Non rivela il metodo del suo procedimento per paura che qualcuno possa carpirne il segreto, ma la scoperta si diffonde ovunque, tanto che il suo nome e la sua fama varcano i confini di Firenze; Gioacchino Belli gli dedica perfino un sonetto, mentre dall’estero giungono richieste per i suoi servigi, che lui respinge in quanto:"la mia seduttrice mi tien forte" alludendo a Firenze la città che ha amato, senza essere ricambiato. Infatti la sua scienza incontra l’ostilità di molti medici di corte che, vedendosi eclissati da un autodidatta, non riconoscono valido il suo metodo. Forti critiche gli giungono, lui che era religioso, anche dalla Chiesa che giudica la pietrificazione contraria alla legge divina: "polvere sei e polvere ritornerai"; additato come il mago egiziano, nel 1833 gli è quindi rifiutata la cattedra di chimica tecnologica. Segato ormai poverissimo ed incompreso, continua con enormi difficoltà i suoi esperimenti e si circonda di pochi amici, tra cui l’avvocato Luigi Pellegrini ed il professor Luigi Muzzi. Proprio quest’ultimo invierà un memoriale al Papa Gregorio XVI per invocare una maggiore comprensione per la opera di Segato. Nel 1836 il Papa dichiara che la scoperta del Segato non è contraria ai principi cristiani ed autorizza i suoi studi. Ma è troppo tardi, infatti il 3 febbraio 1836 Girolamo muore di polmonite a Firenze, alcuni giorni dopo aver distrutto i suoi appunti sulla pietrificazione. Il segreto di questa muore quindi con lui. Segato è sepolto a Firenze nel chiostro della Basilica di Santa Croce, sul suo sepolcro si legge: “Qui giace disfatto Girolamo Segato da Belluno che vedrebbesi intero pietrificato se l’arte sua non periva con lui... Esempio di infelicità non insolito" .
RDF
Palazzo Spini-Ferroni, il palazzo dove Segato visse l'ultimo periodo della sua vita