martedì 31 maggio 2011

Le curiosità del Battistero e del Duomo

Articolo Pubblicato su Firenze Informa del 2011
Testo e foto di Roberto di Ferdinando

In Piazza San Giovanni, la Cattedrale di Santa Maria del Fiore ed il Battistero, oltre ad essere loro delle opere di rara bellezza architettonica, ed oltre ad ospitare a loro interno numerosi e prestigiosi capolavori d’arte, contengono sulle pareti esterne numerose curiosità che non sempre è facile individuare, eppure sono lì da secoli e contribuiscono a rendere ancor di più affascinanti e suggestivi questi edifici.
Il Battistero, ad esempio, fu costruito intorno al IV-V secolo DC, su resti di una struttura romana, un tempio dedicato al dio Marte, e, come si usava nel passato, si utilizzò per la sua edificazione pietre di altre provenienze ed origine, in alcuni casi anche già scolpite, e prevalentemente di resti romani. Ecco, quindi, come sia possibile vedere, a sinistra della porta nord, quella rivolta verso la colonna di S. Zanobi, su un basamento, un fregio scolpito, probabilmente già di un sarcofago romano, oppure, le quattro colonne della tribuna, anch’esse romane, od ancora, in alto, a destra della famosa “Porta del Paradiso”, quella rivolta ad est, cioè che guarda la cattedrale (da qui i battezzati uscivano per entrare in cattedrale e così raggiungere l’altare, la direzione, verso est, simboleggiava andare verso la nascita del Sole, una nuova vita, battezzandosi, infatti, si dava origine ad una nuova vita) è possibile osservare un’altra pietra di reimpiego.

Battistero, pietra antica inserita sulla parete della Porta Est (del Paradiso)

a sinistra della porta nord, quella rivolta verso la colonna di S. Zanobi, su un basamento, un fregio scolpito, probabilmente già di un sarcofago romano
Inoltre, ai lati di questa porta sono visibili due colonne di porfido, spezzate, che forse stonano nell’armonia generale dell’edificio, ma furono poste, qui, volutamente dalle autorità cittadine, in quanto si trattava di un regalo della città di Pisa che così volle ringraziare i fiorentini per l’aiuto nella guerra contro Lucca del 1117. Le due colonne però giunsero a Firenze rovinate a causa di un incidente durante il viaggio, i fiorentini però, per non offendere i pisani, decisero di collocarle comunque ai lati della porta.

Le due colonne di porfido, regalo della città di Pisa, poste ai lati della Porta del Paradiso
La dorata “Porta del Paradiso” (così definita da Michelangelo per la sua bellezza, sebbene già nell’antichità lo spazio tra il Battistero ed il Duomo fosse chiamato il “Paradiso”) è opera dell’orefice e scultore Lorenzo Ghiberti, che la realizzò tra il 1425 e il 1452 (oggi quella che vediamo è una moderna copia, l’originale è esposto nel vicino Museo dell’Opera del Duomo) e che volle comunque inserirsi nel suo, forse, più grande capolavoro, autoritraendosi. Infatti, nel quinto registro (contando dall’alto al basso da sinistra a destra), sulla cornice, ecco l’autoritratto dell’artista, mentre allo stesso livello, sul battente destro, si può vedere il ritratto di Bartoluccio, così, Ghiberti volle rendere onore ed immortalare anche il proprio padre adottivo e maestro.
Porta del Paradiso, autoritratto del Ghiberti

Secoli più tardi un altro artista volle ritrarsi al modo di Ghiberti, questa volta però su uno dei portali del Duomo. La facciata del Duomo fu completata molti secoli dopo, il 12 maggio 1887, e dopo vari problemi e rinvii. A quella data però mancavano ancora i portali, quelli che si possono ammirare ancora oggi, che, infatti, furono montati solo dieci anni più tardi. Il portale sinistro fu eseguito da Augusto Passaglia, lo stesso che fuse quello centrale, inaugurato nel 1903 dal re Vittorio Emanuele III,  mentre nel 1899, il portale destro fu opera dei fratelli Amos e Giuseppe Cassioli. Fortemente criticato per il ritardo nella consegna, quest’ultimo, volle ritrarsi nei rilievi bronzei del portale, strangolato da un serpente. L’autoritratto si trova nella parte destra del portone.
Duomo, portale di sinistra, autoritratto di Augusto Passaglia

Sulla fiancata di sinistra del Duomo, invece, il portale di legno è inserito tra due colonne sostenute da un leone ed una leonessa. I leoni, da sempre, simboleggiano la giustizia e in questo ambito, posti alla porta, rivolti verso chi entra, sono come un avvertimento che il luogo dove ci si sta avvicinando è un luogo di giustizia divina, non più terrena. Questa porta è chiamata di Balla o dei Cornacchini in seguito ad una tragica storia. Nel XV secolo, infatti, Anselmo, che abitava in via del Cocomero (l’attuale via Ricasoli, la strada che sbuca proprio dinanzi alla porta), e vicino di casa della nobile famiglia dei Cornacchini, fece un terribile incubo: veniva divorato da un leone. Il giorno seguente, volendo esorcizzare questo incubo, si avvicinò al leone e mise la mano nella sua bocca. Sfortunatamente vi era qui nascosto un grosso scorpione che lo punse e gli causò la morte nello stesso giorno.
Duomo, la porta di Balla o dei Cornacchini

Infine, una più moderna curiosità. Sempre sulla facciata del Duomo ai lati esterni dei portoni di destra e sinistra, quasi ad altezza d’uomo, sono stati scolpiti vari stemmi con, in rilievo, le scritte dei nomi di famiglie nobili, semplici cittadini o associazioni. Questo è il riconoscimento dell’Opera del Duomo a chi, negli anni, ha effettuato donazioni all’Opera.
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Duomo, gli stemmi dei donatori dell'Opera

martedì 24 maggio 2011

La finestra sempre aperta di Piazza S. Annunziata

Articolo Pubblicato su Firenze Informa del 2009
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Chi è solito attraversare Piazza Santissima Annunziata ed è un buon osservatore, sicuramente avrà notato che al secondo piano del Palazzo Grifoni  (il palazzo a mattoni rossi situato sul lato della piazza opposto a quello della basilica) l'ultima finestra a destra ha sempre aperta la propria persiana. Questa finestra è nota come la finestra sempre aperta. Infatti si racconta che la moglie di un appartenente alla famiglia Grifoni, sul finire del Cinquecento, si era trasferita da poco tempo nel palazzo quando il marito fu chiamato a partecipare ad una delle guerre fiorentine dell’epoca. Il giorno della partenza salutò, in lacrime, il marito dalla finestra del palazzo. Gli anni successivi passò il proprio tempo a ricamare vicino a questa finestra dando degli sguardi alla piazza in attesa del ritorno del marito. Continuò così la sua vana attesa ed osservazione fino  alla propria morte, dopodiché qualcuno decise di chiudere la finestra. Ma si scatenò una protesta violentissima degli abitanti della zona, ormai cari alla struggente storia d’amore, che allora la finestra fu riaperta e tutto tornò alla normalità. Da allora la finestra ha sempre uno spiraglio aperto da cui si può intravedere la piazza.
Ma esiste anche un racconto ancor più suggestivo. Si narra infatti che la statua equestre di Ferdinando I (1549-1609), opera del Tacca, fu posta al centro della piazza, nel 1608, per volere dello stesso Granduca. La sua ferma decisione di collocarla lì, si sospetta, fosse dovuta a questioni sentimentali. Infatti la statua di Ferdinando I volge la faccia e lo sguardo verso la finestra sempre aperta, dove, si racconta, vivesse l'amata segreta del Granduca e che da quando nella piazza fu collocata la statua, la finestra rimase sempre aperta, dietro la quale lo sguardo dell'amata poteva osservate quello, sebbene di bronzo, di Ferdinando I.
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Palazzo Budini-Gattai con la finestra sempre aperta al secondo piano

giovedì 19 maggio 2011

Porta di Santa Croce (o alla Croce) in Piazza Beccaria

Articolo Pubblicato su Firenze Informa del 2006
Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

I piani urbanistici di Giuseppe Poggi, messi in atto nella seconda metà dell’Ottocento per Firenze Capitale, modificarono in gran parte l’assetto e l’aspetto medievale della città con conseguenti sacrifici per il patrimonio storico ed architettonico cittadino; basti pensare all’abbattimento, nella parte orientale della città, delle mura per fare spazio ai viali di circonvallazione che ancora oggi rappresentano comunque la principale arteria, sebbene congestionata, per la viabilità fiorentina.
Dell’antica cinta muraria oggi resistono il tratto che da S. Niccolò, salendo alla Fortezza di Belvedere, si prolunga fino a Piazza Tasso, e sette delle porte d’accesso all’antica Fiorenza. Tra quest’ultime è da ricordare, per la sua antichità, storia e particolare sistemazione al centro di Piazza Beccaria, la Porta di Santa Croce (o alla Croce).
Porta di Santa Croce (o alla Croce) in Piazza Beccaria

La Porta di Santa Croce fu costruita infatti nel 1284 su progetto di Arnolfo di Cambio. Inizialmente fu chiamata San Candida, per poi prendere il nome di Porta della Croce al Gorgo. Tale denominazione derivava dal fatto che la porta sorgeva nel punto in cui nei secoli passati era stata eretta una gran croce a ricordare il luogo del martirio di San Miniato, croce da cui aveva difatti preso nome tutta la zona (Piazza di Santa Croce, Borgo la Croce). L’appellativo al Gorgo si rifaceva invece al gorgo d’acqua prodotto dalla biforcazione che proprio qui subiva l’Arno, un alveo secondario infatti, fino al finire del Duecento, scorreva lungo il quartiere della Croce per ricongiungersi a quello principale presso l’attuale Ponte alle Grazie. Nel secolo successivo con la rivisitazione urbanistica della zona la porta prese prima il nome di Sant’Ambrogio, dall’omonima vicina chiesa, e poi definitivamente quello di Santa Croce.
Nel 1530 l’architetto Antonio da San Gallo, per supportare meglio le nuove artiglierie poste a difesa della città, ne ridusse l’altezza che originariamente raggiungeva i 35 metri. Nel 1813 la porta fu ristrutturata dall'architetto Cambrai Digny che vi pose i corpi di guardia e la dogana (sul lato settentrionale è ancora visibile il portone di ingresso delle guardie). Nel 1870 infine con l’abbattimento delle mura la porta rimase, come la vediamo oggi, isolata nell’ellittica e neoclassica piazza progettata dal Poggi. L’architetto ed urbanista fiorentino invece non toccò il fitto bosco che si estendeva, dal lato della piazza dove oggi sorge l’Archivio di Stato, fino all’Arno. Il bosco era noto ai fiorentini come i Pratoni della Zecca, in quanto arrivavano fino alla torre, nell’attuale Piazza Piave ed ulteriore testimonianza dell’antica cinta muraria, dove in passato aveva avuto sede la zecca in cui si batteva il fiorino della Repubblica Fiorentina (non a caso il vicino lungarno prende il nome di Lungarno della Zecca).
Nel 1876 la nuova piazza fu intitolata al giurista e filosofo Cesare Beccaria, illuminato sostenitore dell’abolizione della pena di morte. Questa scelta non fu causale, infatti, per molti secoli, fino a quando  nel 1786 la riforma del codice penale del granducato forense non abolì la tortura e la pena di morte, attraverso questa porta i condannati a morte erano stati condotti fuori dalla città per essere giustiziati nel vicino Prato della Giustizia,  dove oggi sorge Piazza Piave.
L’abbattimento delle mura presso la Porta di Santa Croce determinò inoltre la perdita anche di un’antica fonte, però sostituita, sul lato meridionale della porta, da una più piccola raffigurante una testa leonina a ricordare il Marzocco. Questa fontana, ancor oggi esistente, negli anni Venti fu sormontata da una lapide in marmo rosso e da una croce rossa su sfondo bianco, simbolo del Popolo fiorentino. Sulla lapide sono ancora leggibili, sotto la dicitura: CADDERO NELLA GUERRA RIVENDICATRICE E PER LA GRANDEZZA DELL'ITALIA, i nominativi dei 530 fiorentini, residenti nel quartiere di Santa Croce, che caddero al fronte nella Prima Guerra Mondiale; la lapide fu solennemente inaugurata nel 1929 alla presenza del re Vittorio Emanuele III.
Un’ulteriore curiosità, passando per la porta in direzione di Borgo la Croce, è possibile notare in basso sulla parete interna di sinistra un cippo dei primi del Novecento che attesta che da quel punto per raggiungere  Piazza Signoria occorre percorrere 1,540 Km (vedi fotto qui sotto).
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domenica 15 maggio 2011

Rodolfo Siviero, lo 007 dell'arte

Articolo Pubblicato sulla rivista STORIA IN RETE nel 2011
testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Durante gli anni più duri del secondo conflitto mondiale (1943-45) la Toscana e, in particolare, Fi-renze subirono oltre a morti e distruzioni anche ingenti danni al patrimonio artistico. Non solo edifici e monumenti furono colpiti dalle bombe, ma anche numerose collezioni d'arte, pubbliche e private, furono spogliate di molte loro opere.
Nel 1944 i tedeschi, su indicazione degli esperti d'arte nazisti componenti della Kunstschutz (la commissione speciale tedesca per la tutela del patrimonio artistico e culturale dell'Italia), iniziarono a sottrarre opere di Botticelli, Michelangelo, Donatello, Tiziano, Perugino, Pollaiolo, Dolci ecc.. (oltre 300 tra quadri e tavole), dalle sale degli Uffizi, di Palazzo Pitti, del Bargello, nonché da case private. Le opere furono riunite in depositi a Pistoia, Poppi (Arezzo), Marano sul Panaro (Modena) e in Alto Adige, pronte per essere spedite a Berlino e a Vienna. Fortunatamente la liberazione di questi luoghi da parte degli Alleati impedì il completo trasferimento di questi capolavori, ma numerose opere comunque mancarono all'appello. Si calcola infatti che la Germania di Hitler, durante la guerra, tra-fugò dai paesi occupati circa 700.000 oggetti d'arte. Il ritorno di queste opere ai loro paesi d'origine fu quindi una tra le questioni più delicate che le nazioni dovettero affrontare nel dopoguerra.
In Italia ad occuparsi del rientro di quei capolavori fu chiamato dal governo repubblicano, su indi-cazione di Benedetto Croce, e con pieni poteri, il toscano Rodolfo Siviero, che a questa causa dedi-cò tutta la vita.
Rodolfo Siviero nasce a Guardistallo (Pisa) nel 1911, sensibile all'arte e alla cultura, giovanissimo si trasferisce a Firenze, dove si laurea in storia dell'arte alla Facoltà di Lettere. Nel 1936 pubblica la raccolta di poesie 'La selva oscura', e l’anno dopo, a 26 anni, vince una borsa di studio per Berlino, ma il suo futuro non sarà la tranquilla attività letteraria o accademica. Con l'inizio della guerra infatti le autorità italiane apprendono l'esistenza di un piano nazista per impossessarsi di opere d'arte, te-desche e non, presenti in varie nazioni, compresa l'alleata Italia. Per contrastare quest'iniziativa il servizio informazioni militari italiano decide di procurarsi a Berlino una sorta di agente segreto dell'arte che, competente in materia artistica e introdotto negli ambienti culturali della capitale tede-sca, possa creare una rete di informatori per prevenire le mosse tedesche. La scelta cade su Siviero, che giovanissimo aveva aderito al fascismo, come molti suoi coetanei, con la speranza che il regime potesse rivoluzionare il paese migliorandolo, speranza che ben presto gli venne meno. Siviero riesce rapidamente a istituire un'organizzazione segreta di consulenti, che sarà capace di seguire e registrare in territorio tedesco il destino dei capolavori rastrellati dai tedeschi in Italia dopo l'8 settembre del 1943. Ma anche di svolgere attività di prevenzione in territorio italiano:  ricordo, ad esempio, il salvataggio dell’Annunciazione del Beato Angelico. Il dipinto si trovava nel convento francescano di Montecarlo presso San Giovanni Valdarno. All'inizio del 1944 il Servizio Informativo di Siviero seppe che Goering desiderava avere il capolavoro per la sua collezione e che il Kunstschutz era stato incaricato di portarlo in Germania. Siviero avvertì la Soprintendenza e due frati francescani del convento di Piazza Savonarola a Firenze; fece così prelevare e nascondere l'opera il giorno prima dell'arrivo dei militari tedeschi.
Nell'inverno dello stesso anno Siviero continua quest'attività passando informazioni ai servizi segreti Alleati, ed in seguito aderisce alla lotta partigiana. In questo periodo la palazzina sul Lungarno Serristori a Firenze, di proprietà dello storico dell'arte Giorgio Castelfranco, oggi Museo Casa Si-viero, diventa la centrale operativa di Siviero e dei suoi collaboratori partigiani. Per quest’attività Siviero è denunciato dalle locali autorità fasciste che da aprile a giugno del 1944 lo imprigionano e torturano nella cosiddetta Villa Triste di via Bolognese. Riesce però a resistere agli interrogatori e, grazie all' intervento di ufficiali repubblichini che in realtà collaboravano con gli anglo-americani, viene rilasciato, riprendendo quindi la sua attività di agente segreto. E’ così inviato nel nord Italia, dietro le linee del fronte, con il pericoloso compito di raccogliere documenti e comunicazioni sul tra-sferimento delle opere in Germania. Grazie alle sue indicazioni nel 1945 sono scoperti i depositi d'arte di San Leonardo in Passiria e Campo Tûres presso Bolzano.
Con la conclusione del conflitto Siviero è nominato dal Governo italiano direttore dell'Ufficio Re-cuperi. Ma la sua attività si svolge sempre sul campo, infatti, partecipa personalmente, anche in ma-niera avventurosa, al recupero di molti capolavori. Per esempio per salvare alcuni mosaici romani, giunti illegalmente in Svizzera su un treno merci, gli uomini di Siviero sganciano il vagone conte-nente il prezioso carico per agganciarlo ad un treno diretto in Italia.
Nel 1946 è posto a capo della missione diplomatica italiana presso il governo militare alleato in Germania incaricata di trattare la restituzione delle opere d'arte depositate nei collecting points tede-schi, e negli anni successivi collabora anche con le autorità federali per recuperare e riunire i nume-rosi acquerelli di Hitler che subito dopo la guerra, più o meno illegalmente, erano andati a collezio-nisti privati.
Nel maggio del 1952 quest'impegno di Siviero per l'arte è celebrato a Firenze con una mostra in Pa-lazzo Vecchio, in cui sono esposte numerose opere recuperate dallo 007 dell'arte, ma il lavoro non è ancora concluso. Infatti, sebbene la Germania avesse restituito volontariamente molte opere confi-scate dai nazisti, anche in seguito alle clausole previste del Trattato di Pace firmato dall'Italia ed all'accordo De Gasperi-Adenauer del 1953, numerosi capolavori italiani continuano a rimanere all'estero. Si tratta principalmente di opere acquistate da collezionisti tedeschi durante la guerra e con l'autorizzazione del regime fascista, ma in deroga alla normativa di allora, che la Germania non intendeva restituire. Molte di queste opere inoltre erano passate ad altri collezionisti e disperse per tutti i continenti; si pensi alle opere di Antonio del Pollaiolo oppure dei macchiaoli Fattori, Lega e Signorini segnalate negli USA, in Canada e in Oceania ed altre ancora di altri autori in Unione So-vietica). Per affrontare tale situazione il Ministero degli Esteri italiano decide, con decreto del 27 maggio 1953, di istituire una Delegazione per le Restituzioni che assorbe le competenze dell'ufficio recuperi delle opere d'arte e del materiale storico bibliografico e quelle della missione per le restitu-zioni nati nel 1945. Il suo compito recuperare le opere trafugate in Germania, la restituzione di quelle esportate illecitamente e di indagare anche su altre opere d'arte scomparse dal nostro paese. Compongono la Delegazione, diplomatici, alti magistrati, avvocati, dello Stato, professori universi-tari e storici dell'arte, mentre a guidarla è chiamato, con la carica di Ministro plenipotenziario, Ro-dolfo Siviero che ne rimane a capo fino al 1983, anno della morte.
Siviero, forte dei pieni poteri e della fedele rete di informatori passa subito all'azione, spesso, come nel passato, intervenendo direttamente senza attendere autorizzazioni ministeriali o i tempi della bu-rocrazia. Quest'atteggiamento gli procura numerose inimicizie negli ambienti della diplomazia ita-liana, ma gli permette comunque di far rientrare in Italia le opere di Leonardo, Tintoretto, Bronzino Pollaiolo, Masaccio, Masolino, Memling e Veronese. Recuperò il Discobolo di Mirone (oggi al Museo Nazionale di Roma), la Madonna con Bambino di Masaccio (Uffizi) e numerose tele del Botticelli (Sala Botticelli - Uffizi).
Con il passare degli anni il ruolo della Delegazione inizia a perdere importanza e l’interesse delle istituzioni nazionali sul tema della restituzione delle opere d’arte diminuisce. Siviero esprime così nei suoi diari l'amarezza per la poca attenzione che i governi italiani dedicano al problema del recupero del patrimonio culturale. Ma ancora una volta non si perde d’animo e collabora in prima persona con il Nucleo tutela patrimonio artistico, un corpo speciale dei Carabinieri in grado di operare non solo sul territorio nazionale, ma anche all’estero, per proteggere le opere d’arte. Da questa collaborazione nasce il recupero dell’Efebo di Selinunte – una statua greca del V secolo a.C - rubato da un’organizzazione mafiosa. Siviero finse di essere un ricettatore che voleva acquistarlo. Al momento della consegna del denaro fece però intervenire i Carabinieri, che dopo un conflitto a fuoco recu-perarono il capolavoro e arrestando i colpevoli.
Negli ultimi anni della sua vita, Siviero continua sempre a impegnare le proprie energie nella cultura, soprattutto attraverso il suo ruolo di presidente della Accademia delle Arti del Disegno, la pre-stigiosa istituzione fiorentina fondata da Vasari e da Cosimo I dei Medici. Siviero la rivitalizza dan-dole una nuova organizzazione e realizzando una serie di importanti manifestazioni.
Nel 1984 ad un anno dalla sua morte l'amministrazione fiorentina dedica ancora a Siviero una mostra con le principali opere da lui recuperate. La mostra si chiama L'opera ritrovata come il catalogo di 339 pagine in cui Siviero aveva descritto in maniera dettagliata 2356 pezzi artistici (quadri, sculture, mobilio) trafugati ed indicando anche il luogo in cui tutt'oggi si trovano (Berlino, Mosca, San Pietroburgo, ecc..). Tra questi la Testa di Fauno, indicata come la prima opera scolpita da Mi-chelangelo, realizzata in onore di Lorenzo il Magnifico per il giardino del convento di San Marco di Firenze e sottratta dal Bargello dai tedeschi. Si calcola che oggi esistano depositate presso l'Archivio Storico Diplomatico della Farnesina circa 1.500 pratiche inevase di opere da recuperare.
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Museo- Casa Siviero
Il Museo Casa Siviero è allestito in un elegante palazzo ottocentesco, in Lungarno Serristori, presso le rampe che conducono al Piazzale Michelangelo. Già proprietà dello storico d’arte Giorgio Castelfranco, l’immobile fu lasciato a disposizione dell’amico Rodolfo Siviero, quando Castelfranco fu costretto, causa le persecuzioni razziali fasciste, ad abbandonare Firenze con la famiglia. Nel 1943 Siviero trasforma il palazzo nella centrale operativa della sua rete di collaboratori partigiani  allestita per contrastare il traffico di opere d’arte tra l’Italia e la Germania. Dopo la fine della guerra, lo stesso Siviero acquistò l’immobile e vi sistemò la collezione da lui raccolta con passione nel corso di tutta la sua vita.
Prossimo alla morte, Siviero, celibe e senza figli, volle che questa sua abitazione e la sua collezione d'arte privata fossero donate alla Regione Toscana perché ne facesse un museo aperto gratuitamente a tutti.
Oggi Casa Siviero, dopo nuovi ristrutturazioni, è nuovamente visitabile e l'apertura, le attività didattiche e scientifiche sono garantite dall'Associazione culturale Amici dei Musei e dei Monumenti Fiorentini, in seguito ad una convenzione con la Regione Toscana.
La raccolta di opere d'arte, conservata nella casa-museo comprende oggetti d'arte che vanno dal periodo antico a quello moderno e contemporaneo. Tra le opere, i quadri di De Chirico, Soffici ed Annigoni, dei quali Siviero fu amico stretto, statue di Manzù, ed ancora terrecotte, bronzi, sculture lignee, antichi reliquari, corredi da caccia, fucili, pistole decorate, splendidi mobili, tele e tavole di Piero della Francesca, Jacopo del Sellaio, del Sansovino e di Van Bloemen.
Testo di Roberto Di Ferdinando

Lungarno Serristori, la palazzina che ospita il Museo-Casa Siviero

Casa Museo Siviero
http://www.museocasasiviero.it/
Lungarno Serristori, 1-3, Firenze
Tel. 055 2345219 - 055 4382652;
E-mail: casasiviero@regione.toscana.it

mercoledì 11 maggio 2011

L’effige di San Zanobi in via della Pergola

Articolo Pubblicato su Firenze Informa nel 2007
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Sulla facciata del palazzo al numero civico 31 di Via della Pergola è raffigurata, in affresco, all’interno di un piccolo tabernacolo, l’effige di San Zanobi, essa inoltre sormonta una piccola targa in cui si ricorda un episodio curioso accaduto in quel punto secoli addietro. Infatti il 4 giugno 1699 passava per questa strada la processione inneggiante a San Zanobi. Il corteo religioso, al quale prendeva parte anche il Senato cittadino, era aperto dall’immagine del vescovo-santo, e, giunto all’altezza del già citato palazzo, fu sorpreso da un furioso temporale estivo, tanto che i partecipanti furono costretti a rifugiarsi nell’ingresso del palazzo. Il proprietario dell’abitazione, un certo Lazzerini, a ricordo di quel fatto, per lui straordinario, fece installare sulla facciata il tabernacolo e la targa che così recita:  “IN QUESTA CASA DE' LAZZERINI ESTATA LATESTA DEL GLORIOSO VE-SCOVO S. ZANOBI PRICISIONALMENTE CON IL SENATO E TUTTO IL CLERO STANTE LA ROVINOSA PIOGGIA E STETTE SOPRA MEZZA HORA CON TANTO POPOLO SOTTO DI 4. GIUGNO 1699. ADLAUDEM DEI AHO.22. IACOPO FECIT”.
Via della ergola, l'effige di San Zanobi

Il culto di San Zenobi è molto sentito in Firenze. Zanobi (o Zenobio) nacque infatti a Firenze verso la metà del IV secolo (337 circa), educato ai dettami cristiani dal vescovo Teodoro, giovane fu incaricato direttamente dal Papa, Damaso I, di recarsi in missione presso la corte imperiale di Costantinopoli. Rientrato a Firenze sul finire del secolo, ne divenne successivamente vescovo evangelizzando completamente la città ed i dintorni combattendo con forza l’eresia e l’arianesimo del periodo, tanto da essere appellato quale vir sanctus. Ma la santità gli fu riconosciuta anche per alcuni miracoli, per esempio quello della risurrezione del figlio di una pellegrina francese, ricordato da una targa posta sotto una finestra al piano terreno della facciata del Palazzo Altoviti, detto anche dei Visacci, al numero 18 di Borgo degli Albizi. La targa, ancor’oggi visibile, così recita in latino: B. Zenobius puerum sibi a matre gallica Roma eunte/Creditum atque interea mortuum dum sibi urbem/Lustranti eadem reversa hoc loco conquerens/Occurrit signo crucis ad vitam revocat/An. Sal. CCC. L’iscrizione ricorda difatti la vicenda di una donna francese, che, recandosi a Roma in pellegrinaggio con il suo unico figlio, lo lasciò a Firenze presso conoscenti perché ammalato, proseguendo da sola il pellegrinaggio. Al suo ritorno però trovò il figlio appena deceduto e, presa dalla disperazione lo portò al vescovo che stava venendo in processione dalla chiesa di San Pier Maggiore. Quando la donna incontrò il vescovo, proprio nel punto oggi ricordato dalla lapide, egli inginocchiandosi benedì il ragazzo che tornò miracolosamente in vita. Questa vicenda è stata ritratta anche in molte opere d’arte, tra le più famose il dipinto, Miracolo di San Zanobi, opera di Sandro Botticelli e custodito al Gemäldegalerie di Dresda.
Borgo degli Albizi, la targa ricorda il miracolo di San Zenobi

Il vescovo Zanobi morì intorno al 417 e fu sepolto prima in San Lorenzo, che da quel momento divenne cattedrale, chiesa che per alcuni storici fu fatta costruire proprio per volere del santo, e poi, nel sec. IX, in Santa Reparata (i cui resti sono oggi visibili nelle cripte di Santa Maria in Fiore) in un’urna scolpita da Lorenzo Ghiberti. Si narra che durante la traslazione della salma del santo, in Piazza San Giovanni, l’urna urtò un olmo disseccato che miracolosamente rinverdì, come tutt’oggi testimonia la colonna, appunto di San Zanobi, presso la porta nord del Battistero.
Oggi San Zanobi è compatrono, assieme a San Giovanni, dell'arcidiocesi fiorentina.
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Duomo, la statua di San Zenobi all'ingresso principale

martedì 10 maggio 2011

Anna Maria de’Medici, Elettrice Palatina

Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Se oggi Firenze può esibire nei propri musei e luoghi artistici numerosi capolavori deve ringraziare anche la passione per l’arte e l’affetto verso la città che ispirarono la vita di Anna Maria de’Medici, una delle ultime rappresentanti dell’antica dinastia fiorentina. La Principessa di Toscana infatti nel 1737, in prossimità del passaggio nelle mani dei Lorena del governo del granducato, stabilì di donare alla città di Firenze tutta l’eredità artistica trasmessale dai suoi avi, indicando che nessun oggetto fosse asportato dalle rive dell’Arno e che la raccolta servisse a beneficio dell’umanità.
Anna Maria (Luisa) Ludovica de'Medici, era nata a Firenze nel 1667, figlia del Granduca Cosimo III e di Marguérite-Louise d’Orléans, ed era la sorella di Gian Gastone: l'ultimo granduca mediceo. All’età di ventitre anni sposò, senza averlo mai visto prima, il Principe Johann Wilhelm von der Pfalz-Neuburg di casa Wittelsbach di Sassonia, Elettore Palatino del Reno (i principi aventi il diritto di eleggere il re di Germania), da questo momento Anna Maria assumerà anche l’appellativo di Elettrice Palatina. Nel 1716, rimasta vedova dell’anziano marito, decise di rientrare a Firenze dove iniziò a dedicarsi, come i suoi illustri antenati, al mecenatismo: colleziona opere d’arte, finanzia la definitiva sistemazione e l’arricchimento delle tombe medicee e la costruzione del campanile della Basilica di San Lorenzo. Nel 1737 Gian Gastone de’Medici moriva senza eredi, le potenze straniere decisero così di assegnare la Toscana ai Lorena, affidando all’Elettrice Palatina la gestione delle fasi del passaggio di potere. Anna Maria però prima di consegnare il granducato ai nuovi signori il 31 ottobre 1737, a Vienna, stipulò con Francesco Stefano di Lorena il Patto di Famiglia, un accordo che tutelava il patrimonio artistico toscano, infatti l’articolo terzo della convenzione recitava: “La Serenissima Elettrice cede e trasferisce al presente S.A.R. per lui e i suoi successori Gran Duchi tutti i mobili, effetti e rarità della successione del Serenissimo Gran Duca suo fratello, come Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioie ed altre cose preziose, siccome le sante reliquie, che S.A.R. si impegna a conservare, a condizione espressa che di quello che è per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri, non ne sarà nulla trasportato e levato fuori dalla Capitale e dello Stato del Gran Ducato". Il Patto di Famiglia, con allegato un elenco dettagliato dei beni immobili e mobili dei Medici, fu confermato dalla Elettrice Palatina anche nel suo testamento del 5 aprile 1739.
Con il giungere a Firenze del governo dei Lorena, Anna Maria si ritirò a vita privata trascorrendo i suoi giorni tra Palazzo Pitti ed il convento delle Montalve a Castello. Morì a Firenze il 18 febbraio 1743 e fu sepolta nelle Cappelle Medicee accanto ai suoi parenti ed antenati.
Solo recentemente Firenze ha voluto ricordare l’ultima Gran Principessa di Toscana ed il suo atto d’amore verso la città; prima con una statua, opera del Salimbeni, posta nel piccolo giardino dell’abside della Basilica di San Lorenzo, poi, l’anno scorso, collocando all’interno delle Cappelle Medicee, un'altra statua , in bronzo ed alta due metri, raffigurante l'Elettrice Palatina, opera di Alfonso Boninsegni (1910-2003).
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Cappelle Medicee - la statua dedicata all'Elettrice Palatina

mercoledì 4 maggio 2011

Pian dei Giullari

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa del 2006
Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Firenze deve la sua fama di città-gioiello, non solo alle numerose opere architettoniche e monumentali  presenti nel suo centro storico, ma anche ai suggestivi panorami ed agli scorci naturalistici offerti dalle numerose colline che la circondano. Luoghi naturali che conservano però anche importanti testimonianze e curiosità storiche. Se infatti le colline alla destra dell’Arno (per esempio Fiesole e Settignano) sono state più volte raccontate o rappresentate nelle opere degli scrittori o dei pittori dei secoli passati, meno attenzioni critiche sembrano invece aver avuto quelle poste sulla riva sinistra dell’Arno, tra cui le colline di Bellosguardo, Arcetri e Montici. Eppure da questi luoghi abbiamo particolari affacci sulla città. Tra i tanti, ricordiamo quello offerto da Montici, presso la chiesa di Santa Margherita, immortalato anche dal Vasari nell’affresco che orna la sala Cosimo VII di Palazzo Vecchio. In questa opera Vasari volle raffigurare la collina durante il famoso assedio di Firenze del 1529-30, dove le truppe imperiali assedianti posero i loro accampamenti.
Le colline di Montici e di Arcetri inoltre sono unite dalla lunga Via di Pian dei Giullari su cui si affacciano numerose ville che in passato ebbero illustri ospiti. Per esempio Galileo Galilei, che nella Villa Il Gioiello, al numero 4, visse confinato e nel 1642 vi morì, oggi un busto e una lapide sulla facciata dell’edificio ricordano lo scienziato.

Villa il Gioiello, la casa dove visse Galileo
Proseguendo, al numero 36/A ha sede la Biblioteca, aperta anche al pubblico, della Fondazione Spadolini-Nuova Antologia. Qui sono custoditi parte degli oltre ottantamila tra libri, riviste e quotidiani, raccolti nell’arco della sua vita dal politico e storico Giovanni Spadolini. I restanti volumi e documenti sono conservati invece nella vicina villa “Il Tondo de’ Cipressi”,  sempre della famiglia Spadolini, posta al numero 139.

L'ingresso della Fondazione Giovanni Spadolini-Nuova Antologia
Al numero 42 di Via di Pian dei Giullari si incontra invece una grande villa con le pareti laterali rivestite di curiose losanghe di color rosso e blu; questa fu l’ultima residenza del famoso fotografo fiorentino Mario Nunes Vais (1856-1932). Nunes Vais, già collaboratore dello studio Alinari, fu il fotografo ufficiale di Casa Savoia ed immortalò, con i suoi scatti, i numerosi artisti, letterati, politici ed uomini di scienze del periodo. Tra i tanti ricordiamo: Tommaso Marinetti, Giovanni Papini, Guglielmo Marconi, Giovanni Giolitti, Beniamino Gigli, Giacomo Puccini, Ettore Petrolini, Edoardo Scarpetta, Gioacchino Forzano, Irma Grammatica, Augusto Novelli, Thomas Mann, Aldo Palazzeschi e Gaetano Salvemini). Ma di Nunes Vais restano famose, nell’immaginario collettivo, le foto che scattò a Gabriele D’Annunzio e ad Eleonora Duse nel periodo in cui soggiornarono a Settignano ed a Firenze.

La facciata della casa di Nunes Vais, il celebre fotografo (vedi post a lui dedicato)
Infine bisogna soffermarsi dinanzi all’edificio posto al numero civico 23, infatti questa abitazione è chiamata Il Teatro, perché sul suo giardino, che guarda Firenze, nel Rinascimento, gli antichi giullari rappresentavano i loro spettacoli per gli abitanti della zona e da qui l’origine del nome della via.
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domenica 1 maggio 2011

Piazza Donatello, il cimitero degli inglesi

Articolo Pubblicato su Firenze Informa nel 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando


Nell’Ottocento a Firenze risiedevano molti stranieri, numerosi infatti erano gli inglesi, gli svizzeri ed  i francesi, ma nutrita era anche la presenza di russi, polacchi, ungheresi, tedeschi e statunitensi. Si trattava per lo più di imprenditori, intellettuali, artisti o rappresentanti della nobiltà internazionale, che per motivi di affari, di studio o di semplice villeggiatura avevano deciso di trasferirsi nella capitale lorenese.
Nonostante le idee liberali e tolleranti che caratterizzavano il governo del Granducato, per gli stranieri o gli italiani non cattolici, vigevano regole restrittive nella pratica della loro fede, ma in particolare per la sepoltura dei morti. Per esempio, il Papato da secoli aveva giudicato scismatica la Chiesa Ortodossa, quindi  in Italia, i russi non avevano il diritto di seppellire i propri cari nei cimiteri cattolici, ed in Toscana solo a Livorno esisteva un antico cimitero greco-ortodosso in cui potevano essere sepolti i non cattolici.
Le colonie straniere presenti in Toscana mal sopportavano però queste limitazioni, tanto che la comunità svizzera decise di attivarsi politicamente e finanziariamente per costruire a Firenze un cimitero acattolico. Nel 1826, Jean Pierre Gonin, imprenditore svizzero, ma residente da molti anni a Firenze, acquistò dal demanio granducale per conto del Concistoro della Chiesa Evangelica Riformata, di cui era anche presidente, il terreno posto nello spazio che oggi prende il nome di Piazza Donatello, appena fuori le antica mura cittadine ed in prossimità della Porta a’Pinti. Infatti un antico editto granducale, affermato anche durante il periodo napoleonico imponeva, per motivi di igiene,  che le sepolture avvenissero solo in luoghi posti fuori dalle mura cittadine.
Il terreno prescelto era caratterizzato da una leggera altura coperta di cipressi e di rose, residuo del vecchio fossato delle mura cittadine, ed utilizzata dai fiorentini per assistere alle attività ludiche che solitamente si svolgevano nell’ampio spiazzo dove oggi si estende il congestionato viale Matteotti. Proprio questa altura fu il luogo centrale del nuovo cimitero. Costruito su progetto dell’architetto Carlo Reishammer, fu inaugurato nel 1828 e prese il nome di Cimitero di Porta a’Pinti. La sua struttura era, e si è mantenuta negli anni, molto semplice: due viali principali al cui incrocio, sulla sommità dell'altura, fu posta la colonna fatta erigere da Federico Guglielmo di Prussia nel 1858; intorno, oltre mille tombe disposte senza un ordine predefinito. Nel 1865, a causa dei lavori di urbanizzazione voluti da Giuseppe Poggi per Firenze Capitale, che portarono all’abbattimento delle trecentesche mura e dell’antica porta, il cimitero fu circondato da un muro roccioso, recintato ed isolato tra le corsie dei viali di circonvallazione in mezzo alla nuova Piazza Donatello.
Il cimitero rimase attivo fino al 1877, quando ormai inglobato nella città, non poteva più accogliere nuove sepolture. Sebbene circa dieci anni fa abbia nuovamente riaperto i suoi cancelli per accogliere le spoglie del coreografo e direttore del Corpo di ballo del Maggio Musicale Fiorentino, il russo Evgenij Poljakov per il quale Firenze era diventata una seconda patria.
Il Cimitero, nonostante fosse di proprietà svizzera ed ospiti 1409 tombe di mercanti ed artisti di sedici nazionalità diverse è da sempre conosciuto come Cimitero degli Inglesi. Tale appellativo è dovuto al fatto che oltre la metà delle corpi qui tumulati (760) è inglese. Tra i personaggi famosi qui sepolti ricordiamo: J.P.Vieusseux, fondatore a Firenze del omonimo gabinetto letterario, il pedagogo Enrico Schneider, il filosofo Sismondi e lo storico R. Davidsohn, gli artisti J.C. Muller, S.G. Counis, e H. Powers, ed i grandi letterati anglo-fiorentini come Elisabeth Barrett Browning, A.H.Clough, W.S.Landor. Il Cimitero è stato immortalato anche in un famoso quadro, “L'isola dei morti" del 1880 (Basilea, Kunstmuseum), del noto pittore svizzero Arnold Böcklin, che a lungo visse a Fiesole, e che così volle ricordare la piccola figlia sepolta proprio nel Cimitero degli Inglesi.
In questi anni una petizione presente on-line sul sito http://www.thepetitionsite.com/takeaction/471134975, sta raccolgiendo delle firme per chiedere all’UNESCO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, di dichiarare questo luogo patrimonio dell’Umanità.
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