lunedì 25 aprile 2011

Piero Calamandrei, ritratto del grande costituzionalista fiorentino

Articolo tratto dalla tesi di laurea di Roberto Di Ferdinando in Scienze Politiche - Storia del Giornalismo della Facoltà Cesare Alfieri di Firenze, dal titolo: "La questione federalista europea attraverso le pagine della rivista 'Il Ponte' di Piero Calamandrei dal 1945 al 1954"
Testo di Roberto Di Ferdinando

Nell'immediato secondo dopoguerra la drammatica esperienza dei regimi dittatoriali e del conflitto mondiale spinse alcuni intellettuali italiani a proporre per l'Italia e l'Europa nuovi assetti istituzionali ed organizzativi che scongiurassero nuove tragedie.
Queste proposte si diffusero tramite le numerose riviste che, in quegli anni, anche in Toscana, nac-quero per contribuire alla rinascita civile e culturale del paese. Tra queste pubblicazioni, a Firenze, occorre ricordare Il Ponte, mensile di politica e letteratura che uscì con il suo primo numero nell'a-prile del 1945, edito da Le Monnier.
La rivista, voluta e diretta da Piero Calamandrei in collaborazione con Enzo Enriques Agnoletti e Corrado Tumiati, tentava di ripristinare una continuità morale e sociale tra il passato ed il futuro al di sopra del vuoto creato dal fascismo, creando un ponte tra la Toscana e l'Italia, tra l'Italia e l'Europa. A questi tre temi (regioni, Italia costituzionale, Europa federata) s'ispirerà la direzione di Piero Calamandrei. Oggi proprio attraverso la rilettura di quelle pagine è possibile riscoprire la sorpren-dente attualità del pensiero di Calamandrei, figura centrale dell'Italia repubblicana.
Piero Calamandrei (Firenze 1889-1956), avvocato e professore universitario, si avvicina ai movi-menti antifascisti aderendo a Giustizia e Libertà  e partecipando,  in Toscana, alla fondazione del Partito d'Azione (1942). Perseguitato dalle autorità fasciste, si dimette da professore per non giurare fedeltà al regime, ma, colpito da un mandato di cattura, è costretto ad abbandonare Firenze. Vi ri-tornerà solo dopo la liberazione della città, ricoprendo la carica di Rettore dell'Università fino al 1947.
Con il ritorno della vita democratica, Calamandrei, quale rappresentante del Partito d'Azione, è membro della Consulta Nazionale (1945-46) e dell'Assemblea Costituente (1946-48). Ed è in queste assemblee che tenta di far trasferire nella Costituzione i principi di libertà e legalità già propri di Giustizia e Libertà. Si batte infatti per il riconoscimento costituzionale delle libertà politiche e civili e dei diritti sociali.
Sul tema della giustizia chiede che il testo costituzionale affermi l'indipendenza e l'autogoverno del-la Magistratura, ma sostiene anche la necessità, già riportata in un suo precedente scritto (L'elogio dei giudici scritto da un avvocato, 1935), di una giustizia più umana, con maggior rispetto per il giudicato.
Nonostante la partecipazione attiva ai lavori costituzionali Calamandrei rimane deluso del risultato finale della Carta, e negli anni successivi, quale parlamentare (nel 1948 è eletto alla Camera dei De-putati per Unità Socialista, ma critico per la subordinazione del PSIUP al PCI, nel 1950 passa al gruppo del Partito Socialista Democratico mentre nel 1953 prende parte alla fondazione di Unità Popolare), e direttore de Il Ponte, ne denuncia anche l'incompleta attuazione. Per Calamandrei infat-ti la Costituzione non contiene garanzie contro l'instabilità di governo, la sua proposta per un mo-dello presidenziale ispirato a quello statunitense, infatti, era stata respinta. E’ critico per l'inserimento nel testo costituzionale dei Patti Lateranensi, cioè sulla possibile ingerenza della Chiesa nella vita politica della Repubblica. Si schiera così a difesa della laicità della scuola.
Dopo l'entrata in vigore della Costituzione, Calamandrei punta il dito sul mancato decollo delle au-tonomie regionali, sul ritardo nell'attuazione della Corte Costituzionale e sulla non rimozione degli ostacoli sociali ed economici che limitano la partecipazione di tutti i cittadini all'organizzazione della nazione, così tradendo lo spirito della Resistenza. Calamandrei attribuisce la responsabilità di queste mancanze alla partitocrazia ed al regime democristiano instauratori nel 1948, ma non risparmia neanche l'oscurantismo del Partito Comunista.
Lo stesso impegno politico e civile Calamandrei lo profonde per la questione del federalismo euro-peo, ma l'iniziale entusiasmo si trasformerà ancora una volta in delusione. Il dibattito sull'unità eu-ropea in Italia era già comparso nei movimenti della Resistenza, e in Europa occidentale tutti i parti-ti, con l'eccezione dei comunisti e dei nazionalisti, sono a favore della Federazione Europea. Lo stesso Calamandrei nel 1945 aderisce alla fiorentina Associazione Federalisti Europei, ed in questo clima di fermento europeista, Il Ponte, pur non nascendo come rivista federalista, ospita numerosi articoli sul tema a firma di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi,  Ignazio Silone, Giacomo Devoto, Luigi Salvatorelli, e Paolo Vittorelli.
Essi sostengono che il sistema degli stati nazionali sovrani sia stato una delle cause della guerra e quindi vada superato. Calamandrei, ispirandosi al Manifesto di Ventotene (1941), individua la solu-zione in un'autorità  sopranazionale (Federazione Europea) democratica e socialista. Democratica in quanto istituita e controllata dai popoli attraverso elezioni dirette ed in grado di gestire le competen-ze di politica estera, difesa  ed economia; socialista riferendosi invece al socialismo liberale di Carlo Rosselli. Un'autorità federale intesa da Calamandrei non come centralista, ma che trasferisca alle autorità locali determinate competenze. Un federalismo quindi accoppiato al regionalismo, inteso come sistema di autonomie che garantiscono l'effettivo esercizio della libertà politica. Al di sopra le autonomie locali vi è la nazione, non in antagonismo con esse ma in funzione di esse (dal comune alla regione dalla regione alla nazione). In sostanza Calamandrei con quasi quarant'anni di anticipo cita il principio di sussidiarietà fatto proprio oggi dall'Unione Europea e dall'ordinamento italiano.
Passato il periodo delle grandi scelte istituzionali il dibattito sulla federazione europea diventa cen-trale in Italia, anche per il verificarsi tra il 1948 ed il 1854, di importanti avvenimenti: Piano Mar-shall, il Patto Atlantico, il Consiglio d'Europa, la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA), il progetto per un esercito europeo (CED) e di una Comunità Politica Europea (CPE). Molti, anche tra i federalisti, giudicano questi eventi come un presagio all'unificazione politica eu-ropea, ma Calamandrei, quale purista, invita tutti a non illudersi, ma a ritenere questi passaggi degli approcci funzionalistici cioè delle cooperazioni intergovernative senza alcuna limitazione alle so-vranità nazionali, indispensabili invece per l’unificazione politica dell’Europa. Per questo in Parla-mento vota contro il Patto Atlantico, a suo giudizio solo un'alleanza militare che rischia di trasfor-mare l'Europa in un campo di battaglia nello scontro tra USA e URSS. Inoltre da Il Ponte grida la sua ostilità verso il progetto della CED, che prevedendo il riarmo della Germania riaprirebbe nuove e vecchie paure.
Così nel 1954, la delusione per il mancato accordo dei governi europei sulla CPE, spinge Calaman-drei a rivolgere l'attenzione della sua rivista al di fuori del Vecchio Continente.
Oggi, a cinquant’anni di distanza, le cause di quella delusione restano, purtroppo, ancora vive.

sabato 23 aprile 2011

Piazza Santa Trinità

Articolo Pubblicato su Firenze Informa del 2007
Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Percorrendo le piazze e le vie del centro di Firenze, forse per i frenetici ritmi della moderna vita o per semplice distrazione non sempre riusciamo a cogliere, non solo le bellezze artistiche ed architettoniche di Firenze, ma anche la storia e le numerose curiosità che si celano dietro ogni palazzo, monumento o via della città. Purtroppo non si sottrae a questo particolare destino nemmeno la piccola piazza di Santa Trinita, più conosciuta perché qui vi si affaccia, lungo tutto il lato settentrionale, la chiesa di Santa Trinita, appunto, che dà il nome alla zona, oppure perché interrompe la continuità della più famosa Via Tornabuoni (solo nel 1911 infatti la piazza fu scorporata, nel nome, da Via Tornabuoni). Invece Piazza di Santa Trinita concentra numerose curiosità storiche ed artistiche meritevoli di essere citate. Innanzitutto la piazza è contraddistinta dall’alto monolito di granito orientale posto nella sua parte centrale. Il monolito fu donato nel 1560 dal Papa Pio IV al duca di Firenze, Cosimo I, e proviene dalle terme di Caracalla di Roma. Fu trasportato, dopo un lungo ed accidentato viaggio che durò circa quindici mesi, su dei barconi che percorsero prima il Tevere, poi risalirono il Mar Tirreno fino a Pisa, per raggiungere infine, via Arno, Firenze. Cosimo I lo fece erigere qui, dopo essersi consultato con l’Ammannati, per ricordare la vittoria di Montemurlo (2 agosto 1537) che aveva contraddistinto l’inizio del suo lungo governo. Cosimo (1519-1574), figlio di Giovanni delle Bande Nere, infatti nel 1537, dopo un lungo periodo di crisi politiche e vuoti di potere, dopo Lorenzino de'Medici era stato chiamato a governare la città. La sua nomina aveva inoltre ottenuto il fondamentale appoggio di alcune parti cittadine (ex repubblicani, le famiglie nobili capeggiate da Filippo Strozzi e i governatori dei comuni assoggettati a Firenze desiderosi però di acquistare l’autonomia) convinte di poter influenzare verso i loro interessi il nuovo duca. Ma Cosimo, di carattere sicuro ed ambizioso, non si lasciò influenzare da nessuno ed operò autonomamente  per rafforzare il proprio potere. Questo atteggiamento provocò l’accesa rivalsa dei suoi ex sostenitori che ben presto si coalizzarono in un esercito di fuorusciti che, mosso contro la Firenze di Cosimo, fu però sconfitto, appunto, nella battaglia di Montemurlo. Sistemate le rivalità interne e il proprio potere, Cosimo si dedicò alla diplomazia per ampliare i confini ed il prestigio di Firenze, riuscendo nel 1555 ad acquistare Siena e diventare nel 1569, per nomina di Papa Pio V, il Granduca di Toscana; per l’occasione sul basamento del monolito di Piazza Santa Trinita fu scolpita la scritta ancor oggi visibile:“ COSMUS MED MAGN DUX ETRURIAE”. Nel 1581 sulla sommità del monolito furono aggiunti un capitello ed una statua, quest’ultima opera del Tadda, raffigurante la Giustizia; da quel momento il monolito fu ribattezzato la Colonna della Giustizia.
Piazza Santa Trinita e la colonna dedicata alla vittoria di Montemurlo ed a Cosimo I

Anche la parte meridionale della piazza presenta varie curiosità. Dietro la colonna infatti, al numero civico 1, è possibile notare l’elegante palazzo Bartolini-Salimbeni, primo esempio di architettura civile del Cinquecento. Opera dello scultore ed architetto fiorentino Baccio d’Agnolo, nome d’arte di Bartolomeo Baglioni (1462-1543), il palazzo fu costruito tra il 1517 e il 1520 e si caratterizza per la facciata di forme classiche, divisa in tre piani ed ornata di finissimi fregi.

Piazza Santa Trinita, Palazzo Salimbeni. Nei riquadri rossi i motti scolpiti
Sopra il portone d’ingresso da notare la curiosa scritta:"Carpere promptius quam imitari" (“E’ più facile criticare che imitare”) dettata da Baccio in risposta alle critiche mossegli per la singolarità dell'architettura, che dicevano più adatta a una chiesa che a un palazzo. Baccio d’Agnolo non subiva per la prima volta critiche per la sua arte, già nel 1515 infatti, venuto in contrasto con Michelangelo, fu rimosso dal ruolo di capomastro alla fabbrica del Duomo, incarico che ricopriva dal 1508. Un’altra singolare scritta, “Per non dormire”, appare invece incisa sulle prime finestre a sinistra del secondo e terzo piano. Non molto sappiamo sull’origine di queste parole, sebbene la tradizione attribuisca questo motto ad una vicenda legata all'originario proprietario del palazzo, il mercante di seta Bartolini. Egli difatti, alla vigilia di un importante asta per assegnare un prezioso carico di seta arrivato dall'Oriente, allestì nella propria elegante dimora un suntuoso banchetto invitandovi tutti i suoi concorrenti. Durante la cena fece somministrare nelle pietanze dei sonniferi, impedendo così ai propri invitati di presentarsi il mattino seguente all'asta. Bartolini invece, unico acquirente presente, comprò il carico ad un prezzo molto basso, ricordando nel suo motto che non merita, in affari, dormire. Indipendentemente dalla veridicità o meno di tale storia, questo motto ebbe molto successo nei secoli successivi tanto che Gabriele D’Annunzio, lo notò nelle sue passeggiate cittadine e lo fece proprio esibendolo nella propria carta intestata.

I motti scolpiti sulla facciata di Palazzo Salimbeni

Proseguendo sempre lungo questo lato della piazza incontriamo al numero civico 2 il duecentesco palazzo Buondelmonti, importante storicamente perché, come ricordano le due lapidi marmoree sulla sua facciata, Ludovico Ariosto (1474-1533) fu qui ospitato nel suo soggiorno a Firenze del 1513, e Giovan Pietro Viesseux (1779-1863), fondatore dell’omonimo Gabinetto scientifico-letterario, qui visse, vi allestì la sede del famoso Gabinetto, oggi invece ospitata  nel vicino Palazzo Strozzi, e vi morì il 28 aprile 1863.
Chiude questo lato della piazza, il Palazzo Spini, poi Ferroni (1289), dall’aspetto fortificato, più volte nei secoli ristrutturato e modificato, durante il periodo di Firenze capitale fu la sede del Comune di Firenze fino al 1874, quando gli uffici dell’amministrazione cittadina si trasferirono definitivamente in Palazzo Vecchio.
RDF

lunedì 18 aprile 2011

Via della Ninna

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa del 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

La strada che separa il Palazzo della Signoria dalla Galleria degli Uffizi si chiama Via della Ninna. Questo curioso nome deriverebbe da una immagine della Madonna con il Bambino, opera del Cimabue, che i fiorentini, per la posizione supina del Bambino Gesù avevano ribattezzato la Madonna della Ninna Nanna. L’immagine era ospitata nella Chiesa di San Pietro Scheraggio, chiesa romanica sconsacrata nel 1782 ed oggi recuperata come sala espositiva della Galleria. La chiesa, costruita intorno all’anno Mille, prese il nome di Scheraggio dal vicino fosso che scorreva lungo la prima cinta muraria. Oltre a luogo religioso, San Pietro Scheraggio ospitò le riunioni dei Consigli del Comune prima della costruzione del Palazzo dei Priori (oggi Palazzo della Signoria o Vecchio). Con l’ampliamento del Palazzo della Signoria e l’allargamento di Via della Ninna, nel 1410 la chiesa fu trasformata, per poi, nel 1560, con la ristrutturazione del palazzo delle magistrature (o degli Uffizi) essere definitivamente inglobata in quest’ultimo. Di questa antica chiesa oggi sono ancora visibili, su Via sella Ninna, delle colonne, mentre in prossimità di queste una targa ricorda al passante: ”AVANZI E VESTIGIA DELLA CHIESA DI SAN PIERO SCHERAGGIO CHE DAVA NOME AD UNO DEI SESTI DELLA CITTA’ E FRA LE CUI MURA NEI CONSIGLI DEL POPOLO SON’ LA VOCE DI DANTE”.
Via della Ninna, i resti della chiesa di san Scheraggio
La lapide che ricorda la chiesa di San Scheraggio

Proprio di fronte a questa targa, sul lato ovest del Palazzo della Signoria, si affaccia su Via della Ninna una curiosa, per le sue piccole dimensioni, porta. Si ritiene che questa fu fatta costruire da Gualtiero di Brienne, Duca di Atene, che per un breve periodo tiranneggiò in Firenze. Infatti in seguito alla continua disputa, non solo politica, tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, che a metà del Trecento aveva paralizzato il governo della città, i nobili fiorentini, per non lasciare per troppo tempo Firenze senza guida politica, decisero l’8 settembre del 1342 di affidare, temporaneamente, il potere della città ad una persona estranea alle dispute; la scelta cadde sul Duca d’Atene. Il Duca però ben presto si rivelò un tiranno feroce, proclamandosi signore della città a vita. Tale condotta non poté essere sopportata a lungo dai fiorentini, i quali, insorti contro il governo dispotico, il 26 luglio 1343 costrinsero Gualtiero alla fuga proprio da quella piccola porta. Gualtiero, previdente, aveva infatti ordinato la costruzione di una scala segreta che collegava il proprio appartamento con quel sicuro sbocco sulla strada.
Via della Ninna, la via di fuga del Duca di Atene

Ma a quanto sembra a Firenze il Duca ebbe anche estimatori, infatti in Via Calzaioli, presso il numero civico 85 rosso, sulla facciata del palazzo è visibile un leone rampante simbolo del Duca, infatti Carrettieri Visdomini, l’antico proprietario del palazzo, volle così dimostrare la sua riconoscenza e fedeltà al Duca, ma la targa sottostante, ovviamente postuma, condanna tale devozione, recitando: “CON QUESTO CHE FU LO STEMMA DI GUALTIERI DUCA D’ATENE UN CERRETTIERI VISDOMINI DA MALA AMBIZIONE TRATTO LE SUE CASE IN ONTA ALLA CITTA’ OPPRESSA NON IMPUNEMENTE CONTAMINAVA” .
RDF
Via Calzaioli, stemma del Duca di Atene

La Scuola di Sanità Militare nel Chiostro del Maglio

Articolo Pubbliccato sulla rivista Firenze Informa nel 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Per oltre un secolo Firenze ha ospitato in un suggestivo luogo una delle più prestigiose istituzioni militari italiane: la Scuola di Applicazione di Sanità Militare. Questa accademia difatti aveva sede in via Venezia, nei locali dell’ex convento di San Domenico in Cafaggio. La costruzione del complesso conventuale fu avviato nel 1297 ed all’inizio del Trecento fu impreziosito da un ampio ed elegante chiostro che nel XV° secolo fu chiamato del Maglio, dal nome di una pratica ludica molto in voga nella Firenze di quel periodo. Il gioco era simile al moderno tamburello ma per lanciare la palla di legno si utilizzava una grossa mazza di legno, una sorta di martello, detta maglio. Era usanza praticare questa attività in un viottolo che delimitava gli orti del suddetto convento da quello del vicino convento di San Marco. Nei secoli successivi con il termine Maglio s’inizio ad identificare tutto il quartiere compreso tra le attuali piazze d’Azeglio e della Libertà, che tra il 1862 e il 1864 fu convertito in zona residenziale da un progetto dell’ingegnere Del Sarto. Furono quindi abbattuti, secondo il progetto dell’architetto Poggi, la cinta muraria lungo gli attuali viali di circonvallazione e la piramide idraulica della Torre del Maglio che serviva a portare nella zona l’acqua proveniente da Pratolino. La torre era posta in prossimità delle mura all’altezza di via del Maglio, la via che nel 1878 prese invece la denominazione di via Alfonso La Marmora in onore del generale che visse e morì nella vicina via Venezia.
Fino alla metà dell’800 il convento di San Domenico in Cafaggio era stato la residenza delle suore domenicane; poi nel 1865, in base alla legge Siccardi fu acquistato dal Ministero della Guerra per destinarlo prima a lazzaretto militare, poi a caserma di Bersaglieri ed ancora a fabbrica militare di carne in scatola. La svolta avvenne nel 1882, quando il 16 novembre il re Umberto I firmò il regio decreto che ufficializzava l’istituzione dal 1° gennaio del 1883 della Scuola di Applicazione di Sanità Militare, la prima accademia medica militare italiana per la formazione dei sottotenenti medici di complemento, attribuendole quale sede quella del complesso del Maglio, in quanto situato nella parte più salubre della città e prossima all’importante ospedale militare di San Gallo. Tra il 1883 e il 1889 gli edifici ex religiosi furono ristrutturati ed adattati alle esigenze della scuola-caserma che negli anni successivi fu intitolata al medico e naturalista toscano Francesco Redi (1626-1698). La scuola fu quindi dotata di una fornita biblioteca di testi specialistici e di laboratori per l’insegnamento della traumatologia di guerra, della batteriologia, di igiene, di chimica  applicata all'igiene, di chirurgia sperimentale e di radiografia (1888), di un anfiteatro anatomico (1889) e di gabinetti di medicina legale e militare, di odontoiatria e di otorinolaringoiatria (1900). Infine furono allestiti alcune stanze museali: di preparati anatomici attinenti alla traumatologia, di fasciatura e di apparecchi d'uso frequente nella chirurgia di guerra e di mezzi di soccorso improvvisato e d'igiene.
L’intervento di ristrutturazione fu mirato alla salvaguardia dell’originaria architettura e dei beni artistici presenti nel convento. Infatti nella chiesa sconsacrata fu realizzata l’aula magna della scuola, garantendo però il recupero dell'altare, del trecentesco affresco attribuito alla scuola di Taddeo Gaddi e delle tredici lunette affrescate dai settecenteschi Meucci, Ferretti e Sederini, e rappresentanti scene di vita domenicana. Ma durante la destinazione militare il convento fu anche arricchito con interventi artistici. Il 1° novembre del 1924, alla presenza dei Reali d’Italia e di tutte le più importanti autorità istituzionali, militari, accademiche e scientifiche del paese, fu inaugurato nel giardino del chiostro il “Monumento al medico caduto in guerra” opera dello scultore ferrarese Minerbi. Il monumento è costituito da un gruppo scultoreo in bronzo ottenuto dalla fusione  delle medaglie al valore dei medici militari decorati nella prima guerra mondiale. Sempre nel 1924 fu abbattuto il muro di cinta lungo via Cherubini per installare una robusta cancellata artistica dell’architetto milanese Mazzuccotelli, che ancor oggi permette dall’esterno una suggestiva veduta sul chiostro del Maglio. Infine nei giardini interni furono piantate aiuole di alloro fatte arrivare direttamente dal colle Palatino di Roma, lo stesso con cui la tradizione voleva che si ornasse la testa dei sommi poeti e letterati.
L’attività formativa della scuola si basava sull’insegnamento di varie materie: medicina legale, chirurgia di guerra, igiene, chimica, epidemologia, fasciatura e varie tra cui anche la scherma. Ma per la prima volta in ambito militare erano state istituite anche le cattedre di oculistica, otorinolaringoiatria, odontoiatria, medicina ed igiene coloniale, batteriologia e clinica farmaceutica. Nel 1916 fu tenuto il corso di tossicologica di guerra  a soli tre mesi dalla funesta ecatombe chimica del Monte San Michele, durante la prima guerra mondiale. Nell’insegnamento di questa materia la scuola sarà sempre all’avanguardia grazie agli studi condotti negli anni trenta dal colonnello medico Lustig e nel secondo dopoguerra dalla costituzione dell’Istituto Didattico di Difesa NBC.
Negli anni trenta il numero degli allievi ufficiali frequentatori fu di un migliaio annuo, la scuola assunse un elevato prestigio tanto da ricevere il 12 febbraio 1933 la visita di Vittorio Emanuele III ed il 5 maggio 1933 quella di Mussolini.
Con lo scoppio della guerra la scuola formò migliaia di ufficiali e sottufficiali, di cui oltre 1000 caddero in vari fronti, tanto che nel 1952 la bandiera della Sanità militare fu onorata della medaglia d’oro dal presidente Einaudi. La Scuola nel dopoguerra risorse gloriosamente lavorando alla formazione complessiva di 40000 medici, 4000 farmacisti, 100 odontoiatri, 5000 infermieri e tecnici sanitari di cui molti decorati con medaglie al valor militare e civile. Ma il 14 luglio 1998, in seguito ad un decreto legislativo la scuola fu trasferita a Roma nella sua attuale sede, la caserma Cecchignola. Stessa sorte lo ha subita la caserma Vittorio Veneto in Costa San Giorgio presso il Forte di Belvedere di Firenze, per la quale si prevede una destinazione civile. La caserma fu infatti costituita nel 1926, occupando gli ambienti di due ex conventi (quello dei santi Girolamo e Francesco e quello dello Spirito Santo e di San Giorgio), per ospitare gli alloggi degli allievi ufficiali, che in quegli anni diventando troppo numerosi non potevano più essere accolti nella caserma Redi.
Attualmente, in attesa di una definitiva destinazione, la caserma Redi è presidiata da un gruppo di medici militari comandato dal generale Santoro, che svolge attività medica nell’ospedale militare di San Gallo, oltre a curare, in alcuni locali della ex scuola, l’allestimento di un museo della sanità militare che riunisca i materiali originariamente destinata alla didattica oltre a quelli già esposti negli originari musei. Ad oggi sono censiti oltre 1.000 reperti: strumenti per lo studio della meteorologia, della batteriologia e della chimica, diapositive delle colonie africane, cere dimostrative per la ricostruzione facciale, cimeli, strumenti chirurgici usati in varie epoche e bacheche con centinaia tra le specie più velenose di animali conservati per fini farmaceutici.
RDF

martedì 12 aprile 2011

Nunes Vais, il grande ritrattista

Articolo Pubblicato sulla rivista Microstoria del 2004
testo di Roberto Di Ferdinando
 
<< La macchina che prima non era atta se non alla rappresentazione brutale della realtà è oggi divenuta nelle Sue mani uno strumento di infinita delicatezza poetica. (…) grazie artefice della luce e dell’ombra>>. Con queste parole D’Annunzio scrive all’amico fotografo Nunes Vais, ringraziandolo per le immagini scattategli.
Mario Nunes Vais (1), il più grande ritrattista italiano del primo Novecento, nasce a Firenze nel 1856. Suo padre lo avvia al mondo finanziario, ma la passione del giovane  è per quello pionieristico della fotografia. Si iscrive infatti alla fiorentina Società Fotografica Italiana, di cui sarà Sindaco, e collabora con la società Alinari, diventandone direttore amministrativo, ma senza mai abbandonare l’originaria attività di agente di cambio.  Nunes Vais si dichiara infatti un non professionista della fotografia e seppure molto abile e richiesto, non trarrà dai suoi scatti alcuna fortuna materiale. Fugge da lui l’idea di essere un fotografo di mestiere tanto da non dotarsi di un proprio studio di sviluppo. Le sue lastre sono così inviate per la stampa ai laboratori fiorentini (Alvino, Bencini e Sansoni, Salvini), per poi tornare immediatamente nel suo archivio, gelosamente custodito, nella mansarda del suo appartamento: <<Le rinnovo la preghiera di non dare a nessuno  alcuna fotografia. – gliele darò io (a D’Annunzio) – tutte devono passare per le mie mani. Mi fido della sua promessa (…)>> sono le parole dell’attrice Emma Gramatica a Nunes Vais,  preoccupata per una foto in cui appare con una piccolissima ruga.
Presso le sue dimore fiorentine, prima in Piazza dell’Unità poi in Borgo degli Albizi, e nella villa di Pian de’Giullari, Nunes Vais accoglie importanti ospiti che, negli anni, passeranno di fronte al suo obiettivo: D’Annunzio, Eleonora Duse, Guglielmo Marconi, Giovanni Amendola, Trilussa, Giuseppe Giocosa, Mario Rutelli, Vincenzo Gemito, Matilde Serao, gli editori Le Monnier e Barbèra, la famiglia Spadolini, vicina di casa a Pian de’Giullari, con Giovanni bambino e attento uditore di quei colti salotti.
Nunes Vais si contraddistingue, non solo per la tecnica, ma anche per la curiosità che lo spinge ad immortalare senza preconcetti il suo tempo in tutte le sue espressioni artistiche, sociali e politiche. E’ infatti  fotografo ufficiale di casa Savoia, ma allo stesso tempo, immortala a Firenze nel 1908 i protagonisti del X° congresso socialista, tra cui Filippo Turati e sua moglie, Anna Kuliscioff, che successivamente parleranno di: << un peccato mortale l’esser costretti da tanta bellezza ad ammirare la propria immagine>>. Oppure fotografa il Presidente del Consiglio, Giolitti e famiglia: << (…) i ritratti di mia moglie e delle mie figlie sono i più belli che io abbia avuto! La fotografia così è una vera arte. Le sono veramente riconoscente delle splendide opere (…) >>, i ministri Rattazzi e Orlando, gli eroi della guerra, Diaz e Cadorna, la marcia su Roma e Mussolini.
Ma sono gli uomini d’arte che richiedono con più insistenza di essere ritratti, spesso in abiti di scena, dal maestro, la cui abilità nel dosare la luce e le ombre allevia i segni del tempo, come scrive Roberto Bracco:<<è lui che prolunga la mia giovinezza>>. Tra i tanti ricordiamo allora il soprano Toti Dal Monte, il baritono Titta Ruffo, gli interpreti Amedeo Bassi e Beniamino Gigli, e inoltre Ruggero Leoncavallo e Giacomo Puccini colti in Versilia in curiose scene di vita quotidiana. Mentre del mondo del teatro e della recitazione, fra gli altri, citiamo la conturbante Lyda Borelli, Leopoldo Fregoli, Ermete Zacconi e, sulla scena del teatro fiorentino della Pergola, Alda Borelli, Ruggero Ruggeri e Virgilio Talli. Ed ancora Ettore Petrolini, Edoardo Scarpetta, Gioacchino Forzano, Irma Gramatica e i giovanissimi Paola Barbone e Vittorio De Sica. Certamente gli scatti del gentiluomo fiorentino che sono divenuti dei classici sono quelli che immortalano la divina Duse, nei panni dei suoi personaggi teatrali, e D’Annunzio nella sua villa di Settignano. Il Vate sarà l’unico ad imporre a Nunes Vais le ambientazioni in cui essere ritratto e rimarrà così entusiasta delle fotografie da voler essere colto solo dal maestro. Trasferitosi a Parigi, D’Annunzio esibirà con successo le immagini fattegli da Nunes Vais tanto che questi riceverà insistenti richieste anche dalla Francia.
Nunes Vais, visto da molti come un pittore che usa nuovi strumenti, non si sottrae dal fotografare pittori e scultori intenti a lavorare nei loro atelier; tra questi: Ettore Ximenes, Romano Romanelli, Oscar Ghiglia, Alfonso Hollaender, Paolo Gelli e Michele Gordigiani, che ritrasse a sua volta, in un suo famoso olio, Nunes Vais.
Tra i letterati coglie De Amicis, Fucini, la Serao: <<I profili di notabili culturali e civili rappresentano vere opere d’arte>>, Benedetto Croce: <<Io ho fatto, mercè la sua arte fotografica, la scoperta del mio viso, che non conoscevo perché rifuggo lo specchio>>, Filiberto Scarpelli <<Ho ricevuto i suoi tre quadri, sotto mentite spoglie di fotografie! Non so definirle meglio>>. Ed ancora Gabriella Novaro, Vamba, Ugo Ojetti, Enrico Corradini, Sibilla Aleramo, Augusto Novelli, Thomas Mann e moglie, Aldo Palazzeschi e Gaetano Salvemini.
Frequenta il circolo Borghese di via Ghibellina ed i caffè letterari di Piazza Vittorio (oggi della Repubblica), dove, tramite l’amico Papini, entra in contatto con i primi futuristi, di cui rimane inevitabilmente incuriosito, pur non condividendone le idee. Nonostante le critiche  e le condanne che piovono sul movimento, dopo la fiorentina Esposizione Futurista del 1913, Nunes Vais accetta di immortalare in una famosa foto di gruppo, ed in seguito anche singolarmente: Palazzeschi, Papini, Carrà, Boccioni e Marinetti, che firmeranno il registro degli ospiti con i seguenti versi:<<Gloria al Futurismo volontà +novità+energia+simpatia vivissima per il grande Nunes Vais>>.
Ma Nunes Vais non è solo il grande ritrattista dei personaggi famosi, anzi in numerose lastre coglie, preferendo le scene collettive e prive di qualsiasi posa, quasi in un indagine verista,  la vita quotidiana nelle città e nelle campagne della Toscana e dell’Italia di quegli anni. A Firenze il suo obiettivo (negli anni utilizzerà macchine con ottica Dallmeyer, una Voigtlander e una Lamperi e Garbagnati) si sofferma su: le esposizioni del bestiame a Rifredi, il mercato in Piazza della Signoria e quelli rionali, le visite dei Savoia e della regina Vittoria d’Inghilterra, la demolizione del ghetto, il rodeo di Buffalo Bill al Campo di Marte (1890), lo Scoppio del Carro, i concerti a Boboli di Mascagni  (1906), i primi aviatori al Campo di Marte (1910), le Cascine di primo secolo trasformate in luoghi di sport (tennis, ciclismo, ginnastica e tiro a segno, di quest’ultimo Nunes Vais è un abile praticante) o di ritrovo nei giorni di festa. Ed ancora le gite domenicali a Viareggio e Livorno, le campagne senesi e la vita nei quartieri popolari di Roma e Genova.
Nunes Vais muore a Firenze nel 1932. Il suo enorme archivio (oltre 70.000 lastre, documenti e lettere autografe dei suoi soggetti) negli anni settanta è donato dalla figlia, Laura Weil, al Gabinetto Fotografico Nazionale di Roma, mentre altre lastre sono oggi depositate a Firenze presso il Gabinetto Viesseux e il Museo Alinari.
RDF
--------------------------------------------------------------------------------
(1) M. Vannucci, Mario Nunes Vais, gentiluomo fotografo, Firenze, Bonechi, 1976.

sabato 9 aprile 2011

Lo Scoppio del Carro

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2004
Testo di Roberto Di Ferdinando

Lo Scoppio del Carro in Piazza del Duomo a Firenze è una cerimonia legata alle celebrazioni pasquali e trova la sua origine intorno all’anno Mille. La tradizione vuole infatti che il fiorentino Pazzino de’ Pazzi, partecipando alla crociata in Terra Santa, fosse stato il primo ad entrare in Gerusalemme il 15 luglio 1099, e, per premiare tale valore, gli furono donate tre pietre del Santo Sepolcro del Nostro Signore. Nel 1101, al suo rientro a Firenze, Pazzino decise di far conservare le sacre pietre nella chiesa di San Biagio (oggi sconsacrata e sede della Biblioteca Comunale in piazza della Parte Guelfa) e di utilizzarle durante la celebrazione della Pasqua. A Firenze da secoli infatti, per simboleggiare la resurrezione di Cristo, era usanza il Venerdì Santo spegnere tutte le candele della città per riaccenderle solo alla Domenica di Pasqua, usando dei tizzoni tratti da un falò acceso nella chiesa di Santa Reparata (in seguito in quella di Santa Maria del Fiore). Da quel momento fu deciso che il fuoco pasquale sarebbe stato acceso sulle tre pietre sacre.
Nel Trecento le celebrazioni subirono una modifica: la famiglia Pazzi decise di costruire un carro, dotato di braciere, su cui, sullo spiazzo denominato del Paradiso - l’area che separava il Duomo dal Battistero - dare vita al sacro fuoco . Oggi lo Scoppio del Carro nella Domenica di Pasqua avviene seguendo le stesse procedure introdotte nel Cinquecento quando il carro fu dotato di fuochi d’artificio e l’innesco del fuoco affidato alla Colombina, una sorta di razzo a forma di colomba che, al Gloria nella messa nel Duomo celebrata dal Vescovo, è accesso sull’altare e correndo su un filo raggiunge il carro. La colombina, svolto il suo compito deve tornare indietro e dalla riuscita del suo volo si traggono gli  auspici per il proseguo dell’anno.
L’attuale carro è del 1765, anch’esso costruito dalla famiglia de’ Pazzi, e fino al 1864 è stato custodito in un casolare di via Borgo Allegri, mentre oggi trova ospitalità in un locale di via del Prato; le  pietre focaie invece sono custodite nella chiesa dei Santi Apostoli.
Un’ulteriore curiosità: il carro è dai fiorentini definito Brindellone, un modo popolare per indicare una persona alta e ondeggiante. Questa definizione deriva però da un altro carro, il  Carro della Zecca, utilizzato dal XVI al XVIII secolo per la festa di San Giovanni e brindellone era così chiamato l’uomo che, legato sulla sommità, raffigurava il Battista e ondeggiava e sobbalzava con l’avanzare del carro.
RDF

25 marzo: capodanno fiorentino

Testo di Roberto di Ferdinando

L'usanza di festeggiare l'inizio dell'anno nella notte tra il 31 dicembre ed il 1 gennaio è relativamente recente. Infatti, nonostante l'adozione nel 1585 da parte dei paesi europei del calendario gregoriano (l'attuale
suddivisione in giorni e mesi dell'anno solare), in Europa fino al XVIII° secolo si continuò a festeggiare il capodanno in date diverse. A questa particolarità non si sottrasse neanche l'Italia, in quel tempo divisa in
piccoli ed indipendenti stati. Per esempio, nella Serenissima Repubblica di Venezia si era soliti festeggiare l'inizio dell'anno il 1° marzo, mentre a Roma ed in tutto lo Stato Pontificio il Capodanno coincideva con il Natale, il 25 dicembre.
Firenze invece, fin dal VII secolo, celebrava l'inizio dell'anno il 25 marzo; il giorno in cui, secondo la tradizione cattolica, ci fu l'annuncio della maternità dato dall'Arcangelo Gabriele alla Madonna (nove mesi prima della nascita del Bambino Gesù). Firenze, infatti, era molto devota al culto della Vergine Maria, ed in particolare per la Santissima Annunziata. Non a caso la Signoria dei Medici era solita assistere alla messa domenicale nella Chiesa della Santissima Annunziata, nell'omonima piazza; la stessa piazza
che i Medici vollero, appunto, ricca di opere d'arte.
Oltre al suo valore sacro, il 25 marzo aveva anche un significato profano, indicava l'entrata definitiva nella stagione della primavera, la stagione del rifiorire della terra, molto cara ai contadini.
Solo nel 1750, il Granduca di Toscana, Francesco III di Lorena, stabilì con un decreto che il Capodanno fosse il 1° gennaio, uniformandosi così agli altri stati della penisola.
Il testo di quel decreto, in latino, fu fatto incidere su una targa murata sulla parete di destra della Loggia de'Lanzi, in Piazza della Signoria, che ancor'oggi possiamo leggere.
RDF

martedì 5 aprile 2011

Il Pantheon di Santa Croce

Articolo Pubblicato sulla rivista di Microstoria nel 2005
Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando


Nell’antica Roma il Pàntheon (dal greco pan-theos, tutti gli dei) era il tempio in cui si professava il culto collettivo di più divinità. Nelle epoche successive questo luogo però perse progressivamente la sua connotazione divina, diventando difatti un mausoleo dedicato ai personaggi illustri; si pensi al Panthéon di Parigi, che dal Settecento ospita i corpi dei grandi di Francia, o a quello di Roma, edificio di età romana, dove dal secolo scorso riposano alcuni regnanti di casa Savoia, od ancora l’Abbazia di Westminster a Londra.
Ma in Italia è la fiorentina Basilica di Santa Croce che con il passare dei secoli, senza perdere la propria funzione religiosa, è stata consacrata a tempio della memoria degli ingegni italici.
Completatata nel 1320, la francescana Santa Croce difatti divenne rapidamente il luogo sacro dove i fiorentini nobili ed illustri auspicavano di avere la loro ultima dimora. Il prestigio dell'edificio derivava dalle numerose opere d'arte che ospitava. Nel Trecento le famiglie patrizie fiorentine avevano infatti chiamato i maggiori artisti del periodo per abbellire le cappelle che, in cambio di ingenti donazioni, avevano acquisito lungo le navate della chiesa: la grande cappella della  famiglia Castellani, affrescata da Agnolo Gaddi, quella dei Baroncelli, a cui lavorò Taddeo Gaddi, la cappella Peruzzi, interamente affrescata da Giotto, quella dei Bardi, con interventi di Donatello, e quelle delle famiglie Capponi, Pulci Berardi, Medici e Rinuccini.
Nel secolo successivo invece altri scultori e pittori operarono in Santa Croce, aumentandone il prestigio artistico, per dare monumentali sepolture ai grandi fiorentini: Leonardo Bruni (1369-1444), umanista e cancelliere della Repubblica fiorentina, fu qui sepolto e la sua tomba, un’elegante edicola con fregi architettonici e bassorilievi, opera di Bernardo Rossellino, è uno stupendo esempio di arte rinascimentale. Nella stessa navata di sinistra riposa anche Carlo Marsuppini, uomo di lettere e precettore di Lorenzo il Magnifico, il cui sepolcro è invece di Desiderio da Settignano. Inoltre tra le 276 pietre tombali poste sul pavimento della chiesa, sono da notare quelle che coprono i sepolcri di Lorenzo e Vittorio Ghiberti, nel mezzo  della navata centrale, quelle di Galileo Galilei Bonaiuti, gonfaloniere della repubblica nel 1457, e di Giovanni Catrik, il Vescovo di Oxford che fu a Firenze nel Quattrocento ambasciatore di Enrico IV d'Inghilterra e poi di papa Martino V.
L'appellativo di Panteon Santa Croce l'acquistò invece nel Cinquecento, in seguito alla sepoltura di Michelangelo Buonarroti. Michelangelo infatti morì a Roma nel 1564 e qui, dove aveva lavorato per molti anni, fu sepolto nella chiesa dei Santi Apostoli. Ma Firenze e la famiglia furono così fortemente desiderosi di riportare la sua salma in patria, che alcuni anni dopo, il nipote di Michelangelo, Leonardo, trafugò il corpo dal sepolcro romano per trasferirlo segretamente a Firenze. Decise quindi di dargli sepoltura nella chiesa di Santa Croce in quanto prossima alla propria abitazione di via Ghibellina. Così, dopo aver ricomposto la salma sul tavolo, lo stesso che oggi occupa il centro della sagrestia, il corpo fu tumulato all’interno della chiesa. Nel 1570 le spoglie di Michelangelo furono trasferite nella tomba monumentale realizzata su disegno del Vasari posta tra il primo ed il secondo altare della navata destra.
Santa Croce, ospitando il grande Michelangelo, divenne così un tempio-cimitero per onorare la memoria dei grandi uomini, come canta Ugo Foscolo ne "I Sepolcri": “A egregie cose il forte animo accendono/L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella/E santa fanno al peregrin la terra/Che le ricetta….”. Lo stesso Ugo Foscolo che oggi riposa in Santa Croce, dopo che le sue spoglie furono infatti traslate a Firenze e poste nella navata di destra della Basilica.
la tomba di Michelangelo all'interno della Basilica di Santa Croce

Foscolo aveva dedicato alcuni versi de "I Sepolcri" a Galileo Galilei, un'ulteriore illustre personaggio sepolto in Santa Croce, proprio di fronte alla tomba di Michelangelo con il quale condivide le tribolazioni della sepoltura. Galilei infatti morì nel 1642 nella sua villa di Arcetri. Vincenzo Viviani, suo affezionato discepolo, si adoperò anche finanziariamente per costruire un degno sepolcro al maestro, che provvisoriamente fu tumulato nel campanile del Noviziato di Santa Croce. Ma le autorità ecclesiastiche si opposero alla sua sepoltura in Santa Croce, convincendo il Granduca Ferdinando II de' Medici dell'inopportunità di erigere un monumento a un uomo condannato dalla Chiesa per aver sostenuto  «che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che simuova». Solo nel 1737 la salma di Galileo fu definitivamente trasferita nel nuovo sepolcro, realizzato da Giulio Foggini e finanziata sempre  dagli eredi di Viviani, all’interno della chiesa, che raccoglie anche le spoglie della figlia Virginia.
Anche a Niccolò Machiavelli, morto nel 1527 e sepolto in Santa Croce, nel Settecento fu data nobile sepoltura grazie al monumento di Innocenzo Spinazzi (1787) con la celebre epigrafe: "Tanto nomini nullum par elogium".
Nonostante nel 1783 il Granduca Pietro Leopoldo vietasse di seppellire i morti all’interno delle mura cittadine, divieto confermato anche dai dominatori napoleonici, anche nei decenni successivi si continuò a tumulare in Santa Croce altri grandi personaggi. Per esempio tra il sepolcro di Machiavelli e quello di Michelangelo riposa Vittorio Alfieri. Alfieri aveva infatti scelto Firenze quale sua seconda patria. Morto nel suo appartamento di Lungarno Corsini nel 1803 fu seppellito nella chiesa. Il suo sepolcro fu scolpito nel 1810 dal Canova, per commissione della contessa d'Albany, posato su una doppia base ovale di linee armoniose.
Se nella navata di sinistra un monumento funebre ricorda il genio musicale del fiorentino Luigi Cherubini, morto a Parigi nel 1842 dove tuttora riposa, ma che molti vorrebbero che fosse trasferito nella Basilica, anche un altro grande musicista è qui sepolto: Gioacchino Rossini (1796-1868).
Più recentemente furono seppeliti nella basilica Vittorio Fossombroni, uomo di stato del granducato, oltre che ingegnere idraulico e protagonista della  bonifica della Maremma, Eugenio Barsanti, ideatore, insieme a padre Felice Matteucci, del primo prototipo di motore a scoppio, e il fisico Leopoldo Nobili.
Curiosamente tra tanti illustri personaggi manca uno dei più grandi figli di Firenze, Dante Alighieri, morto in esilio a Ravenna nel 1321 e colà sepolto. Una statua sulla scalinata della Basilica ed un cenitafio all’interno lo ricordano comunque tra i grandi.
Ma Santa Croce svolge una funzione di tempio-cimitero anche nelle sue cripte, dove infatti riposano le spoglie dei caduti delle guerre italiane. Le cripte, che  fin dal Trecento erano state utilizzate quali sepolcri per i religiosi, nel Novecento furono destinate dal regime fascista ad ospitare un mausoleo per i caduti in battaglia. Su progetto dell’architetto Alfredo Lensi, furono così allestiti il Sacrario dei Caduti per la rivoluzione fascista (1934), il Famedio per i caduti della Grande Guerra (1934-37) ed il Sacrario ai Legionari d'Africa ed ai Caduti in Spagna (1938). Nel 1955 le cripte subirono una nuova modifica: furono mantenute le circa tremila salme dei caduti della prima e seconda guerra mondiale, ma le urne contenenti i resti dei martiri e dei volontari fascisti furono traslate presso alcuni cimiteri cittadini.
RDF

sabato 2 aprile 2011

Via Cavour

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2007
Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

La lunga Via Cavour, tra le principali strade d’accesso al centro storico di Firenze, solo sul finire dell’Ottocento prese tale denominazione; infatti, interrotta da Piazza San Marco, per secoli ha avuto nomi e destini diversi: fino alla seconda metà dell’Ottocento il tratto che da Piazza San Marco corre verso il Duomo si chiamava Via Larga, mentre il tratto che sale verso Piazza della Libertà era stato dedicato a San Leopoldo. Le descrizioni turistiche hanno sempre rivolto meno attenzioni a questo secondo tratto di Via Cavour, sebbene anch’esso vanti numerose bellezze architettoniche e curiosità storiche. Chi volesse infatti scoprirle, partendo da Piazza San Marco e risalendo la strada verso i viali, dovrebbe subito soffermarsi sull’angolo di Via Arazzieri (il nome di questa via deriva dal fatto che qui sorgevano gli antichi laboratori degli arazzieri), per ammirare la Palazzina della Livia, un elegante edificio neoclassico, chiamato anche Casino, cioè palazzo con giardino, costruito dall’architetto Bernardo Fallani tra il 1775 e il 1778, per volere del Granduca Pietro Leopoldo (1747-1792) che lo volle quale adeguata abitazione per la sua amante, la bellissima ballerina Livia Raimondi Malfatti, la quale diede così nome al palazzo.
Il Casino Livia

Proseguendo la camminata verso Piazza della Libertà è da notare una targa posta a mezza altezza sull’alto muro di cinta che delimita la parte sinistra della via. Essa ricorda al passante che in quei luoghi, nel XV° secolo, sorgevano gli Orti Medicei, un ampio spazio campestre dove Lorenzo il Magnifico aveva voluto che si stabilisse la scuola d’arte diretta da Bertoldo di Giovanni e frequentata da artisti, tra i quali il giovane Michelangelo. La targa afferma inoltre che quella scuola rappresenta il primo esempio d’accademia d’arte nata in Europa. Nel 1576 questi spazi naturali furono in parte occupati dal Casino Mediceo di San Marco, il cui ingresso è al numero civico 57. Il palazzo, su disegno del Buontalenti, fu fatto costruire dal Granduca Francesco I de' Medici (1541-1587), quale sede del gabinetto scientifico (chiamato Fonderia) del Duca, appassionato di studi naturali ed esperimenti chimici. Francesco I però non vi abitò mai, ed alla sua morte, nel 1587, lo lasciò in eredità a suo figlio, don Antonio de' Medici (1576-1621), nato dalla sua relazione con l’amante, e poi moglie, Bianca Cappello, sebbene non manchino seri dubbi, non solo sulla vera paternità, ma anche sulla maternità di Antonio.
L'ingresso del Casino Mediceo di San Marco

La targa che ricorda gli Orti Medicei

Dopo che fu per breve tempo sede dell’Opificio delle Pietre Dure, il palazzo, nel 1597, divenne quindi la dimora ufficiale di don Antonio che ne arricchì le sale ed il giardino con gruppi marmorei del Giambologna. Attualmente il palazzo ospita la Corte d’Appello, ed è curioso notare la singolarità della sua facciata dovuta alla ricchezza di simbolismi, in particolare il portone ligneo sopra il quale sono scolpite una testa e due mani di scimmia, che qui vuole rappresentare il male, schiacciate da una conchiglia, da sempre invece simbolo di fertilità e vita e quindi del bene.
Superando l’antico Casino Mediceo di San Marco si giunge al numero 69 dove vi è l’ingresso al Chiostro dello Scalzo, il nome deriva dalla compagnia ecclesiastica a cui è dedicato, quella dei Disciplinati di San Giovanni Battista detta appunto degli Scalzi, perché nelle processioni religiose il portacroce andava scalzo. Il chiostro fu costruito su disegno di Giuliano da Sangallo, mentre le decorazioni a monocromo, rappresentanti le storie di San Giovanni Battista e le quattro virtù (1507-1526), sono di Andrea Vannucchi, detto Andrea del Sarto (1486-1530). Andrea del Sarto abitava infatti poco lontano da qui, all’angolo di Via Gino Capponi con Via Giusti, al numero 24, dove una targa ricorda la dimora del “pittore senza errori”.
L'ingresso al Chiostro degli Scalzi

Ritornando alla nostra Via Cavour, quasi all’altezza del chiostro, ma sul marciapiede opposto, sorge l’antica Farmacia di San Marco.  La farmacia fu istituita dai frati domenicani su interesse di Cosimo de' Medici, detto Il Vecchio (1389-1464) e nel 1450 fu aperta anche al pubblico. Della sua produzione divennero famosi gli alchermes, particolarmente apprezzati da Lorenzo il Magnifico, l'acqua antisterica, l'elisir stomatico, il liquore domenicano, la tisana, l'elastina, lo sciroppo di pino silvestre e l’acqua di rose. Dal 1995 la Framacia di via Cavour è chiusa, sebbene siano ancora visibili le originarie scritte dei prodotti che qui si producevano e vendevano e la curiosa collocazione, sopra l’antico ingresso, di una acquasantiera a ricordo della religiosità del luogo.
L'Antica Farmacia di San Marco

La Farmacia di San Marco testimonia comunque la fervente attività farmaceutica dei monasteri fiorentini, che coltivavano all’interno dei loro chiostri le pianti medicinali. Non a caso, nell’attuale Via La Pira (la strada che corre parallela al nostro tratto di Via Cavour) si affaccia l’Orto Botanico (Giardino dei Semplici), questo orto infatti nasce in epoca rinascimentale per volere di Cosimo I dei Medici (1519-1574), che acquistò il terreno dalle suore di San Domenico, gia da esse utilizzato per coltivare piante medicinali; con il termine semplici infatti, dal latino medievale medicamentum o medicina simplex, erano definite le erbe medicinali e l'horto dei semplici era il luogo destinato alla loro coltivazione. Cosimo I, quindi incaricò il più importante architetto di spazi aperti di quel periodo: Niccolò di Raffaello di Niccolò dei Pericoli, detto "Il Tribolo" (1500-1550), a progettare la disposizione del giardino, sebbene si dovette aspettare il Settecento per vedere il suo massimo splendore. Nel 1716 nasceva infatti qui la Società Botanica Italiana, come ricorda la targa posta all’angolo con Via Micheli. Questa è la strada in cui vi è l’ingresso al giardino, ed essa è intitolata a quel Pier Antonio Micheli, fondatore della Società stessa, che nel 1718 fu chiamato da Cosimo III a dirigere l’Orto Botanico, e che fu pioniere nello studio della micologia.
RDF

venerdì 1 aprile 2011

Giovanni Fattori e i macchiaioli a Firenze

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Giovanni Fattori nacque a Livorno 6 settembre 1825, e giovanissimo dimostrò una grande passione ed abilità per il disegno, tanto che nel 1846 si trasferisce a Firenze per iscriversi all’Accademia delle Belle Arti di Piazza San Marco. Qui entra in contatto con giovani artisti e colleghi di studio, ma fondamentale per la sua formazione artistica fu la frequentazione degli ambienti intellettuali del vicino Caffé Michelangelo di Via Larga, oggi Via Cavour.  Firenze infatti, grazie al governo illuminato del Granduca Leopoldo II, aveva attratto vari letterati ed artisti da tutta la penisola, giunti in Toscana per studiare, frequentare i salotti intellettuali ed esercitare le loro professioni artistiche. Così il Caffé Michelangelo, intorno alla metà del secolo, divenne un importante ritrovo di studenti e letterati. Inizialmente i convegni furono goliardici, ma ben presto subentrarono incontri culturali; artisti ed intellettuali iniziarono difatti a discutere i nuovi indirizzi della cultura, attenti al fervore artistico che già attraversava le principali capitali straniere (oggi, al numero civico 21 di Via Cavour, una targa posta all’ingresso dell’allora sale del caffé ricorda così quei momenti: “In questo stabile ebbe sede il caffè Michelangelo, geniale ritrovo di un gruppo di liberi artisti che l’arguzia fiorentina soprannominò macchiaioli e le cui opere nate fra le lotte politiche e gli eroismi guerrieri del Rinascimento nazionale perpetuarono il lume della tradizione pittorica italiana, rinnovandone gli spiriti”). Nel 1855 infatti i pittori  toscani Serafino De Tivoli e Domenico Morelli, e il pugliese Saverio Altamura, avendo visitato a Parigi l’Esposizione Universale ed avendo scoperto la pittura di Corot e dei pittori di Barbizon, una volta rientrati a Firenze, relazionarono gli amici e i colleghi del Caffé Michelangelo su questo nuovo modo di fare arte; caratterizzata da una visione essenziale, oggettiva e realistica della vita e del quotidiano. Ben presto si convertirono a questa nuova visione artistica il veneto Vincenzo Cabianca, i toscani Cristiano Banti, Telemaco Signorini e il nostro giovane Fattori, che infatti propugnava una pittura atta a riprodurre “l’impressione del vero” ed antiaccademica. Non a caso Fattori già nel 1852 aveva deciso di abbandonare l’Accademia per iniziare un percorso artistico personale ed una carriera autonoma. Negli anni successivi altri artisti condivisero il movimento che stava nascendo nelle sale del Caffè; si ricordano infatti  Vito D’Ancona, Silvestro Lega, Giovanni Boldini e Federico Zandomeneghi, mentre fu il fiorentino Diego Martelli, critico e mecenate d’arte, ad avere un ruolo fondamentale nella stesura del manifesto critico del movimento. Nasceva così il movimento toscano detto dei Macchiaioli. Il nome fu usato in senso dispregiativo nel 1862 dal critico della fiorentina Gazzetta del Popolo che voleva sottolineare il rifiuto di questi pittori verso il disegno e la forma, a favore invece dell’effetto: macchia è infatti quello stadio della pittura in cui il pittore mette sulla tela, senza cura dei contorni, una serie di macchie di colore al fine di studiare l’effetto dei toni.
L’innovazione dei macchiaioli fu comunque in senso realista cioè a favore della bellezza del vero; il vero non disgiunto da un interesse sociale ben definito e da una scelta politica in senso democratico. Difatti i temi trattati dai macchiaioli nei loro quadri sono le scene di vita comune, dell’umile lavoro quotidiano, i ritratti ed i paesaggi naturali. Non mancheranno neanche le rappresentazioni pittoriche di scene di vita militare e delle battaglie risorgimentali a cui molti macchiaioli difatti parteciparono in prima persona.
L’esaltazione dei macchiaioli per ambientazioni pastorali ed agresti, rappresenta l’inizio di una moderna pittura caratterizzata dal contatto diretto con la natura. I macchiaioli vivranno infatti a stretto contatto con la natura, in particolare quella intorno a Firenze e della costa tirrenica. A Firenze raffigureranno gli orti, i campi e le rive dell’Arno della la zona detta Pergentina (oggi è rimasto nella topografia cittadina Via Piagentina), l’area subito fuori Piazza alla Croce, che si estendeva fino al Varlungo e risaliva il torrente Africo, allora attraversato da sei ponti, fino a San Gervasio.  Qui, in una distesa di orti e campagne, operarono principalmente Lega, Banti, Signorini e Morelli che diedero vita così alla Scuola di Pergentina. Erano soliti riunirsi sulle spiagge ombrose dove tuttoggi l’Affrico si immette nell’Arno, in prossimità dell’’inizio dell’attuale Lungarno del Tempio, dove difatti sotto un pergolato mangiavano il pesce fritto presso la “trattoria del Gobbo alla Bellariva”, denominazione ancora presente in alcuni esercizi commerciali della zona.
Una natura però che anche a Firenze iniziava a subire irrimediabili trasformazioni, difatti sono gli anni in cui la città vede le prime modifiche urbanistiche che si sarebbero completate alcuni anni più tardi con i grandi lavori del Poggi per Firenze Capitale.
Ma i macchiaioli per rappresentare la Natura si spingeranno anche fuori Firenze, ecco così nascere la stagione di Castiglioncello, località in cui erano ospiti del Martelli, che in zona aveva alcune residenze di famiglia. Qui i macchiaioli sperimenteranno la pittura “en plain air” nascono qui i dipinti e disegni, tra cui numerosi quelli di Fattori dedicati alle marine e alle amate coste livornesi e maremmane.
Ulteriori temi trattati dai macchiaioli  furono quelli contemporanei della storia risorgimentale, celebri sono infatti i quadri di Fattori in cui rappresenta scene militari e di combattimenti, ma ponendo l’attenzione, ecco la novità del messaggio macchiaiolo, sempre sui vinti, dando risalto difatti alla sofferenza umana per celebrare in maniera antieroica le conquiste e gli obiettivi della politica sabauda. Infatti Il nuovo Regno d'Italia (1861) non corrispose mai alle aspettative e agli ideali del Risorgimento per cui gli stessi macchiaioli avevano creduto e combattuto e l’originario entusiasmo di rinnovamento e riscatto sociale annegherà ben presto, specialmente nei dipinti di Fattori, nel rimpianto e nella rassegnazione.
Nel 1865 l’Esposizione Nazionale di Firenze raccolse a Firenze molti artisti e segnò il trionfo del realismo compreso quello macchiaiolo, ma già sul finire degli anni sessanta la stagione dei macchiaioli si concluse, prendendo invece sempre più piede il naturalismo toscano. Fattori e Signorini svilupparono così un proprio stile, Fattori, uomo riservato, però non incontrò mai in vita il favore della critica, destino comune ad altri grandi artisti, e fu così indirizzato verso una vita estremamente povera e contraddistinta, nei più vicini affetti, da numerosi lutti. Molto povero era solito frequentare una piccola osteria di via del Pairone gestita da una certa Cesira. Più che la qualità, con l'appetito che lo perseguitava, cercava la quantità e, soprattutto, la faticosa digeribilità dei cibi, per non essere costretto troppo spesso a rimettersi a tavola. Spesso pagava con i propri quadri; quadri spesso di piccole dimensioni, che oggi invece valgono capitali e sono solennemente ospitati nella Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti e di Roma. Gli ultimi anni di vita li passò, come diceva lui, da “gran signore”, per merito di Ferdinando Martini, il Ministro dell'Istruzione, che nel 1869 gli procurò un posto di professore di pittura nell'Istituto di Belle Arti a Firenze, assegnandoli anche, all’ultimo piano dell’Istituto, due misere stanze che divennero per il maestro uno studio-abitazione che abitò fino alla morte che giunse tra queste mura il 30 agosto 1908. Oggi al numero 3 di Via Battisti, la strada che costeggia l’Istituto delle Belle Arti, è possibile ammirare un busto e una targa di marmo che il Comune di Firenze pose nel 1925 per ricordare così il grande maestro: “IN QUESTO STUDIO DELL’ACCADEMIA FRANCESCANAMENTE LIETO DI UN PANE GIOVANNI FATTORI PURISSIMO ARTEFICE ETRUSCO DISEGNO’ INCISE DIPINSE INSEGNANDO AI DISCEPOLI POSTERI CHE ARTE  E’ LIBERTA DA OGNI FORMULA NOVA ED ANTICA”. Sempre nello stesso anno gli fu dedicata la via che ancora oggi a Firenze unisce Via Frà Bartolomeo a Via Pico della Mirandola.
RDF

Il monumento a Fattori in via Battisti
La lapide che ricorda gli ambienti dove sorgeva il caffè Michelangelo in Via Larga (oggi via Cavour)


Stenterello: la maschera di Firenze

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa del 2008
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Stenterello è la maschera tradizionale di Firenze, l’unica maschera del Carnevale e del Teatro fiorentino. Essa fu ideata nel XVIII secolo dall'attore fiorentino Luigi Del Buono (1751-1832), creatore, tra l’altro,  delle commedie popolari, Ginevra degli Almieri sepolta viva in Firenze, La villana di Lamporecchio, Sempronio spaventato dagli spiriti, La bacchettona, Il padre giudice del figlio. Stenterello è rappresentato magrissimo, con un naso pronunciato, chiacchierone, pauroso ed impulsivo; ma anche saggio, ingegnoso e pronto a schierarsi dalla parte del più debole, nonostante la sua mancanza di coraggio; e proprio da questo contrasto che si basa la sua grande comicità.
A dare il nome alla maschera fu proprio il pubblico fiorentino. Infatti Del Buono, rappresentando egli stesso la maschera, era basso di statura e gracile, come colui "che pare cresciuto a stento", ed il pubblico bonariamente appellò quella figura come Stenterello.
Del Buono, orologiaio di piazza del Duomo, la sua bottega era infatti prossima all'Arco de' Pecori, a 25 anni decise di seguire la sua grande passione, il teatro. Si iscrisse così alla compagnia Giorgio Frilli e negli anni 1778-1779 divenne direttore degli Accademici Fiorentini al teatro Ognissanti, teatro rimasto attivo fino al 1887, oggi ospita la Chiesa Evangelica Battista. Una targa, posta sulla facciata del palazzo al numero civico 4 di Borgo Ognissanti, a cura della rivista Giullari, ricorda così questo antico teatro: “IN QUESTO PALAZZO EBBE SEDE DAL 1778 IL TEATRO BORGOGNISSANTI  DOVE LUIGI DEL BUONO 1751 ­ 1832 CREÓ LA MASCHERA DI STENTERELLO POPOLARE PERSONAGGIO FIORENTINO BURLONE CANZONATO ED ARGUTO RIMASTO NELLA MEMORIA CITTADINA”.

La targa che ricorda il teatro dove nacque la maschera di Stenterello
Nel 1782 Del Buono abbandonò l’attività d'orologiaio, per entrare nel 1785 nella compagnia di Pietro Andolfati, dove si specializzò come caratterista. Fondò così nel 1791 la propria compagnia ed arrivando all'apice del successo fondendo in una unica figura, appunto Stenterello, tutte le caratteristiche dei suoi personaggi che si rifacevano ai popolani fiorentini.
Luigi Del Buono, morì a Firenze nel 1832 ed è sepolto nella Chiesa di Ognissanti, chi volesse rendergli onore, la sua tomba è visibile nel corridoio, aperto gratuitamente al pubblico, che porta al chiostro monumentale del Ghirlandaio, adiacente alla Chiesa stessa. Le lapidi tombali ricordano, una, che qui è sepolto l’inventore di Stenterello, l’altra invece, su parole dettate dallo stesso Del Buono quando era in vita, chiede a chi passa di pregare la Vergine Maria,  a cui il commediografo era molto devoto.
RDF
La tomba di Luigi Del Buono