lunedì 31 gennaio 2011

Borgognissanti, il balcone arrovesciato

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In Firenze, nella storica e centrale via Borgognissanti, al numero civico 12, vi è un signorile palazzo del Cinquecento, che al primo piano ha una particolare balcone, infatti è alla rovescia. Escluso, ovviamente, il pavimento che è posto in basso, questo balcone ha invece le piccole colonne della balaustra arrovesciate, le decorazioni e le mensole montate al contrario, ed i pilastri che lo sorreggono, alla rovescia.
La spiegazione al singolare stile adottato per questo balcone si trova nella storia di Firenze, in particolare negli anni intorno al 1530, cioè durante la Signoria di Alessandro de'Medici, primo duca della città.
Alessando, infatti, desideroso di dare alla città un volto più armonioso e moderno, stabilì il rigoroso divieto di costruire, sulle facciate dei palazzi, terrazze, balconi od altre strutture che invadessero le già strette vie cittadine.
In quel periodo, però, Messer Baldovinetti, il nobile proprietario del palazzo in questione, volendo dotare la propria dimora di un balcone, ritenendo, infatti, quel tratto di strada abbastanza largo, fece richiesta ad Alessandro per l'autorizzazione a costruire. Il duca però la negò giudicandola non opportuna.
Messer Baldovinetti non si lasciò perder d'animo, e quotidianamente ripresentò la questione del balcone all'attenzione del duca, convinto della ragionevolezza della sua richiesta.
Alessandro, di fronte all'ennesima iniziativa del Messer, rispose per scritto: "Sì, ma alla rovescia!", cioè un modo stravagante per dire ancora: "No!".
Messer Baldovinetti, invece prese alla lettera la risposta del duca e costruì così il suo balcone, ma alla rovescia.
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Borgognissanti, il balcone arrovesciato

domenica 30 gennaio 2011

Piazza della Libertà: Arco e Porta cittadina

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

L’elegante Arco che possiamo oggi osservare in Piazza della Libertà fu eretto tra il 1737 ed il 1739, su progetto dell’architetto francese Giadod ed ingentilito da statue di scultori fiorentini, in onore di Francesco Stefano dei Lorena, marito di Maria Teresa d’Austria, figlia dell’Imperatore Carlo IV. Francesco Stefano, infatti, nel 1737, in seguito ad accordi internazionali, salì al trono granducale della Toscana, con il nome di Francesco II, sostituendo  Giangastone, l’ultimo esponente della dinastia dei Medici.
Francesco Stefano entrò a Firenze il 19 gennaio 1739, passando proprio attraverso l’Arco, che da allora prese familiarmente il nome di Arco dei Lorena. Il nuovo granduca rimase in Toscana quattro mesi dopodiché rientrò in Germania, lasciando la guida del Granducato nelle mani di un Consiglio di Reggenza. Con la morte di Carlo VI, nel 1745, Francesco II divenne anche Imperatore d’Austria, alla sua morte, nel 1765, il suo terzo figlio, il diciottenne Pietro Leopoldo, fu nominato nuovo Granduca di Toscana.

Piazza della Libertà: l'Arco dei Lorena

L’Arco dei Lorena è sopravvissuto alle varie trasformazioni urbanistiche della zona: abbattimento delle mura, rinnovamento della piazza e nascita dei viali nel periodo di Firenze capitale, mentre quotidianamente resiste al traffico cittadino, destino condiviso dalla vicina trecentesca porta di San Gallo. Questa porta, sul cui arco interno è tuttora visibile un affresco del Ghirlandaio,  originariamente dava il nome alla piazza. Piazza che nei secoli successivi cambiò più denominazioni: nel 1865 fu dedicata a Cavour, nel 1930, intitolata all’ammiraglio Costanzo Ciano, da non confondersi con il genero del duce e nel 1944 al fascista Ettore Muti; solo nel dopoguerra prese l’attuale denominazione.
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Piazza della Libertà: Porta San Gallo

venerdì 28 gennaio 2011

I porti di Firenze

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Recentemente sono stati riportati alla luce i resti dell’antico porto fiorentino, quello del Pignone, che fino ai primi del Novecento fu attivo nell’area contenuta tra il Torrino di Santa Rosa e la riva opposta alle Cascine.
Questo porto, forse sorto sui resti di uno ancora più antico di età romana, ebbe il suo massimo splendore durante il potere dei Lorena. Infatti, in seguito all’abolizione dei dazi del grano, avvenuto nel 1766, questo scalo fluviale vide aumentare vertiginosamente l’importazione ed il traffico di viveri e merci. Merci provenienti principalmente da Livorno e trasportate con delle imbarcazioni da carico chiamate navicelli. Lo sviluppo commerciale del porto cittadino favorì nella zona, tra il fiume e la vicina strada regia postale per Livorno, la nascita di un piccolo borgo, abitato da commercianti, artigiani e barcaioli. Quest’area prese quindi dal porto il nome di Pignone, toponimo mantenuto fino ad oggi (Lungarno del Pignone e Lungarno del Pignoncino). Tale denominazione deriverebbe dal latino pinna (merlo delle mura), termine utilizzato nell’antichità per indicare un rostro, cioè un muraglione a barbacane, che, come nel caso del porto fiorentino, svolgeva una funzione difensiva.


L'area, presso l'attuale Ponte alla Vittoria dove sorgeva l'antico porto di Firenze

Nel 1842, proprio per sfruttare le risorse idriche e le opportunità logistiche offerte dallo scalo, sorse in questa zona, dove oggi c’è via della Fonderia, la fonderia di ghisa battezzata per l’appunto il Pignone. Nei decenni successivi in questa fonderia furono forgiati numerosi e pregevoli elementi di arredamento urbano, si pensi ad esempio ai caratteristici lumi dei lungarni fiorentini, che furono poi esportati in quasi tutte le città italiane.


i caratteristici lampioni fiorentini

La fonderia-officina del Pignone fu anche nella sua storia un polo tecnologico, qui infatti fu sperimentato e realizzato nel 1853 il primo motore a scoppio progettato dagli ingegneri lucchesi Niccolò Eugenio Barsanti e Felice Matteucci. Nel dopoguerra la fonderia visse alti e bassi per poi, negli anni Cinquanta, trasferirsi definitivamente a Rifredi, prendendo l’attuale nome di Nuova Pignone.
Il porto invece resistette fino agli anni successivi alla Grande Guerra, principalmente per farvi giungere il carbone utilizzato per il gasometro, in parte oggi ancora visibile, di via dell’Anconella.


Il gasometro di Via dell'Anconella

Il porto del Pignone non fu però l’unico storico scalo fluviale cittadino, si ricorda infatti anche quello della Porticciola delle Travi davanti a piazza Mentana. Qui arrivava il legname (da cui il nome delle Travi) delle foreste del Casentino e di Vallombrosa; i tronchi d’albero infatti legati con canapi, come zattere, erano trasportati dalla corrente attraverso il Valdarno fino a Firenze. Sui tronchi destinati alle opere pubbliche, in particolare alla Fabbrica dell'Opera del Duomo, erano incise le lettere UFO (semplificazione di Usum Fabricae Operis) che indicavano che quel materiale era esente dal pagamento dei tributi per la dogana, da qui l’origine dell’espressione vernacolare: “A UFO”, che sta infatti ad indicare qualcosa che è gratuito. Il Porticciolo delle Travi fu smantellato a metà del Duecento per fare posto al Ponte alle Grazie.
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mercoledì 26 gennaio 2011

Il Marzocco

Articolo Pubblicasto sulla rivista Firenze Informa nel 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Tra i simboli di Firenze vi è certamente il Marzocco, il leone che sostiene uno scudo su cui è inciso il giglio fiorentino. Il leone appartiene da molti secoli alla tradizione fiorentina, e fu introdotto in riva all’Arno da alcuni veterani romani, i quali, dopo aver combattuto in Libia, si erano ritirati a Florentia, innalzando a grande onore il leone, simbolo della loro legione. Ma a Firenze non mancarono neanche i veri leoni, in carne ed ossa. Infatti nel periodo romano, in prossimità delle attuali Via Ghibellina e Via Verdi, sorgeva l’anfiteatro detto Parlascio, dove si svolgevano anche giochi gladiatori con il coinvolgimento di animali feroci (tuttora nella zona esiste Via Torta il cui percorso curvilineo dipende dal fatto che le case che si affacciano sulla strada sono state costruite sul perimetro dell'antico anfiteatro). Questi animali erano custoditi in alcuni gabbie e cunicoli stretti e mal illuminati adiacenti il Parlascio, tanto che oggi presso Via Torta esiste Via delle Burelle, il cui nome deriva proprio dal ricordo di quegli spazi bui.
Nei secoli successivi, divenuto il leone simbolo cittadino, fu deciso di offrire una dimora più dignitosa a queste nobili fiere, e furono cosìcostruite delle gabbie dietro a Palazzo della Signoria, in Via dei Lioni appunto (oggi Via dei Leoni). I leoni, ventiquattro se ne contavano nel Quattrocento, rimasero qui rinchiusi fino al 1550. In quell’anno infatti Cosimo I dei Medici, per realizzare i progetti del Vasari che avrebbero interessato l’ampliamento di Palazzo della Signoria e la costruzione degli Uffizi, decise di smantellare le gabbie e di costruirne delle nuove dove oggi si trova Piazza San Marco, precisamente all'angolo con l’odierna Via Battisti. Nel 1770, anche per mancanza di fondi, l'usanza di esporre in città i leoni fu definitivamente abbandonata. Da allora comunque i leoni sopravvivono a Firenze seppur in forma scultorea. Sull'arengario di Palazzo Vecchio infatti una copia ricorda l'originale Marzocco di Donatello, scolpito nel 1419, e qui rimasto esposto fino al 1865, quando fu definitivamente trasferito nel cortile de Bargello. Il Marzocco è presente anche sulla sommità della torre di Arnolfo di Cambio, sulla porta e sui lati di Palazzo Vecchio.
Più incerta invece l’origine della parola Marzocco; alcuni sostengono, presumibilmente, che derivi dal dio Marte (in latino Mars), nell’antichità protettore della città, e di cui, presso l’attuale Ponte Vecchio, sorgeva una statua che lo ritraeva accompagnato da un leone. Altre fonti invece sostengono che il nome deriverebbe da  marza (ramoscello), con cui i fiorentini, sembra, indicassero familiarmente la zampa del leone stesa a sorreggere lo scudo.
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La testa di toro sulla fiancata del Duomo

Articolo Pubblicato sulla rivista Firenze Informa nel 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Per molti secoli l’uomo ha utilizzato la forza degli animali per realizzare le sue grandi opere architettoniche, e talvolta ha riconosciuto questo sacrificio degli animali dedicando loro piccoli monumenti posti nelle stesse opere cui contribuirono a costruire.  A Firenze per esempio, oltre alla lapide in rilievo posta nel cortile di Palazzo Pitti, che ricorda i muli impiegati per la costruzione del palazzo (già segnalata in passato su queste pagine), è presente in Duomo un’altra testimonianza. Sulla fiancata della Cattedrale, lato via de’Servi, in prossimità del tamburo della Cupola, sotto il cornicione, sporge una piccola testa di una mucca in marmo, posta lì nei secoli passati a ricordare i vari animali che furono impiegati per trasportare ed issare il materiale necessario alla realizzazione del Duomo e della Cupola.
Una leggenda popolare vuole invece che quella scultura rappresenti la testa di un toro e che sia stata posta lì da un mastro carpentiere impiegato nel cantiere di costruzione del Duomo. Si racconta infatti che questi fosse l’amante della moglie del fornaio che aveva la propria bottega affacciata sulla piazza. Il fornaio, scoperto l’adulterio, denunciò la moglie e il suo amante al Tribunale Ecclesiastico che condannò con una solenne punizione il mastro carpentiere. Questi decise allora di vendicarsi, collocando la piccola testa cornuta sul lato della Cattedrale proprio di fronte alla bottega del fornaio, in modo da ricordargli quotidianamente la sua condizione di marito tradito.
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giovedì 20 gennaio 2011

Via de' Bardi, dove soggiornò San Francesco

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa nel 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Percorrendo via de’Bardi verso Ponte Vecchio, a metà di questa strada è possibile notare, sulla sinistra, un moderno tabernacolo in cui è raffigurato, in un bassorilievo di terracotta, San Francesco d’Assisi (1182(?)-1226). La targa sottostante ci ricorda infatti che: “Qui giunse nel 1211 per la prima volta a Firenze San Francesco d'Assisi", che in quella data si fermò a pregare ed a dare una parola di conforto agli infermi ospitati nel piccolo ospedale che sorgeva adiacente alla chiesa di Santa Lucia dei Màgnoli, chiesa ancor oggi presente proprio di fronte al tabernacolo. Dopo quel breve soggiorno San Francesco sarebbe ritornato a Firenze altre tre volte, nel 1213, nel 1217 e nel 1221, e sempre avrebbe trovato ospitalità in questa zona, dato che in città la prima chiesa francescana sarebbe sorta solo nel 1228, nell’Isola d’Arno. Nel Medioevo infatti l’Arno, all’altezza dell’attuale Piazza Beccaria, si biforcava; l’alveo principale scorreva lungo l’attuale percorso, mentre il secondario attraversava la città nei luoghi oggi occupati da Borgo La Croce, Via Pietrapiana, Via Verdi e Via Benci, costeggiando le antiche mura, per poi ricongiungersi a quello principale presso l’attuale Ponte alle Grazie. Tra i due alvei quindi si era creata nel tempo un’ampia isola naturale che fu scelta proprio dai Frati Minori di San Francesco per costruirvi una piccola chiesa ed un convento. Sul finire del Duecento, con la decisione di erigere nuove mura, il corso dell’Arno fu fatto rientrare facendolo scorrere in un unico alveo, e fu deciso di risistemare l’assetto urbanistico della zona. Cosi, nel 1294, i due edifici francescani furono abbattuti per fare spazio ad una più grande chiesa, completata nel 1320, che sarebbe diventata da lì a poco la Basilica di Santa Croce.
Via de'Bardi: il tabernacolo che ricorda il soggiorno fiorentino di San Francesco

Via de'Bardi: la chiesa di Santa Lucia
Ritornando però al tabernacolo di via de’Bardi, è da notare che questo è posto proprio nell’unico tratto della strada in cui non si affacciano edifici. Questa mancanza di case e palazzi è dovuta ad un antico divieto, tutt’oggi rispettato, decretato nel 1565 da Cosimo I de'Medici. Infatti il continuo slittamento del terreno della collina sovrastante verso valle aveva provocato in passato morti e gravi danni; perfino la già citata chiesa di Santa Lucia dei Màgnoli, costruita nel 1078, fu ripetutamente danneggiata dalle frane tanto che per un certo periodo prese il nome di Santa Lucia delle Rovinate, così come il vicino (numero civico 26) Palazzo Capponi anch’esso soprannominato delle Rovinate. Il Granduca quindi, per porvi rimedio, impose che su quel terreno non si edificasse mai più ed a ricordare anche ai posteri quel solenne divieto fece installare nel luogo pericoloso un’insegna marmorea, ancor oggi presente, che recita: Huius montis aedes soli vitio ter collapsa ne quais restitueret Cosimus Med. Florentin. Ac Senens. Dux II vetuit octobri MDLXV".
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Via de'Bardi: la targa con il divieto granducale

La numerazione civica nella Firenze antica

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa nel 2005
Testo di Roberto Di Ferdinando

La numerazione civica degli edifici in Firenze fu avviata solo in tempi relativamente recenti. Infatti fino al XVII° secolo le case ed i palazzi cittadini erano individuati sulla base del nome della famiglia proprietaria, oppure perché posti nelle vicinanze di un luogo d’interesse pubblico (monumento, chiesa, palazzi del potere, luoghi di ritrovo ecc…).
Intorno al Seicento quindi, in seguito ai decreti del Concilio di Trento (1545-63) che stabilivano che le parrocchie dovevano tenere un Registro degli stati d’anime, i sacerdoti avviarono il primo censimento delle case in città, un censimento comunque ancora molto approssimativo. Si dovette così aspettare il 1809 perché l’amministrazione cittadina decidesse di effettuare una registrazione ufficiale degli edifici, attribuendo loro dei numeri identificativi. Si ricorse però ad un complicato sistema che faceva partire la numerazione da Palazzo Vecchio (numero civico 1) per poi progredire più che ci si allontanava dal centro, arrivando così ad un numero civico superiore all’8000 per alcuni palazzi in prossimità delle mura. A Palazzo Pitti, sede del Granduca, non fu invece attribuito alcun numero.
Nel 1865, con il trasferimento a Firenze della capitale del Regno d’Italia e l’ampliamento della città, fu  deciso che la numerazione fosse fatta strada per strada. La delibera comunale stabiliva, com’è tutt’oggi, che nelle strade parallele al fiume si attribuissero i numeri progressivi ai vari portoni partendo da monte verso valle, con i numeri pari a destra; mentre nelle piazze si cominciasse in progressione sulla sinistra.
Nel 1861 invece, in base alla legge nazionale sul primo censimento della popolazione, fu deciso che ogni strada dovesse avere un solo nome per tutta la sua lunghezza, e non più, come era tradizione, da angolo (canto) ad angolo.
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domenica 16 gennaio 2011

Foto di Firenze: i lungarni

Firenze: i lungarni in un pomeriggio d'inverno
(foto di Roberto Di Ferdinando - clicca sulla foto per ingrandirla)

Firenze: i lungarni tra Ponte Santa Trinità e Ponte Vecchio
(foto di Roberto Di Ferdinando - clicca sulla foto per ingrandirla) 
Firenze: i lungarni tra Ponte Vecchio e Ponte alle Grazie
(foto di Roberto Di Ferdinando - clicca sulla foto per ingrandirla) 
Firenze: i lungarni visti da Ponte alla Carraia
(foto di Roberto Di Ferdinando - clicca sulla foto per ingrandirla) 
Firenze: lungarni al tramonto
(foto di Roberto Di Ferdinando - clicca sulla foto per ingrandirla) 

Una storia d'amore

Articolo Pubblicato sulle riviste Firenze Informa e Fiorentina Informa
testo e foto di Roberto Di Ferdinando

La storia d’amore della giovane Ginevra degli Almieri (o Amieri), vera o di fantasia non si è ancora in grado di stabilire, negli anni è stata raccontata in molte opere letterarie e teatrali, oltre che cinematografiche (famoso è infatti il film Ginevra degli Almieri del 1936 con Amedeo Nazzari e Elsa Merlini) contribuendo così ad aumentarne la popolarità anche al di fuori di Firenze.
Nel 1396 Ginevra era una ragazza appena diciottenne, apprezzata da tutti in città, non solo per la sua imparagonabile bellezza, ma anche per il suo dolce spirito e per la nobile virtù. Nonostante i numerosi pretendenti il suo cuore batteva d’amore solo per il bel giovane Antonio Rondinelli, che, ben felice, la contraccambiava. Il loro purissimo amore durò alcuni anni, fino a quando il padre di Ginevra, Bernardo degli Almieri, ricco mercante, non decise di darla in sposa a Francesco Agolanti, figlio di un commerciante con cui era solito concludere importanti affari ed esponente di una antica famiglia fiorentina.  L’accordo tra i due genitori fu concluso nella Loggia degli Agolanti, poco distante dal Canto degli Agolanti (dove oggi sorge l’angolo tra via de’Tosinghi e via Roma), luogo solitamente adibito dai fiorentini a concordare i matrimoni, tanto da essere conosciuto anche come “Canto del Parentado”.
Ginevra doveva così, contro il suo volere, sottostare a quello paterno, sposando Francesco e cercando inutilmente di soffocare nel suo intimo l’amore per Antonio; mentre quest’ultimo, sconfortato dal destino avverso, non riusciva a trovar pace per l’amore perduto. Nelle settimane successive al matrimonio, Ginevra si avviò così verso un’esistenza triste e malinconica, senza più interessi e stimoli; e, privata dei riguardi del marito che era troppo occupato dai propri commercio, iniziò un lungo digiuno ed isolamento. Nel giro di pochi giorni la bellezza di Ginevra sfiorì apparendo sempre più malata, mentre le attenzioni dei parenti e le cure prescritte dal medico non le davano sollievo. C’era chi sospettava perfino che la responsabilità per quella particolare condizione di salute si dovesse attribuire alla peste che da alcuni giorni, siamo nel 1400, era comparsa in città. Sta di fatto che una mattina Ginevra fu trovata distesa sul letto con gli occhi socchiusi, il volto sereno e bellissimo, ma priva di vita. La disperazione colse tutti, ma profondo fu il dolore di Antonio per la perdita della giovane amata.
Il corpo di Ginevra fu quindi vestito di bianco con un abito da sposa, posato su di una tavola di legno imbellita di fiori, come usanza del periodo, e trasportato dalla casa degli Agolanti, di fronte alla Loggia della Neghittosa, sull’angolo dell’attuale via de’Calzaiuoli con via delle Oche (oggi questa loggia non esiste più, ma una targa su questo incrocio, detto anche Canto della Neghittosa, ne ricorda la sua passata presenza), al Duomo. Dopo la cerimonia funebre, il corpo fu disteso, in mezzo ad una confusione orrenda di scheletri, nel sepolcro della famiglia degli Almieri all’interno del cimitero che in quegli anni sorgeva accanto al Campanile di Giotto. Era la notte del primo martedì del mese, e Ginevra sepolta, all’improvviso aprì gli occhi e si risvegliò. Ciò che era sembrata una morte prematura non era altro, forse a causa delle lunghe sofferenze d’amore, che una morte apparente. Ripresasi dal terrore nello scoprire dove si trovava, colto dalla poca luce che filtrava dalla lapide riposta in mal modo, riuscì a trovare la forza per sollevare la pietra e ad uscire all’aperto. Impaurita, si trascinò lungo le mura degli edifici, fino a percorrere tutta la strada (oggi via del Campanile) che immette in via delle Oche, per giungere al palazzo del marito e bussare alla sua porta. Qui Francesco sentendo dei rumori, si svegliò dal sonno ed aprendo la finestra vide nella penombra una persona vestita di bianco e, credendo di aver di fronte il fantasma della moglie, si fece il segno della croce e richiuse la finestra dando ordine ai suoi servi di non aprire. Disperata per non esser stata riconosciuta e priva di forze, avanzò a fatica verso la casa del padre che si affacciava sulla piazza del Mercato Vecchio (presso l’odierna piazza della Repubblica). Giunta qui, bussò alla porta, le aprì la madre, che vedendo questa figura di donna dal viso pallido e stravolto non la riconobbe, scambiandola ancora per un fantasma che si faceva burla dei cari della giovane.  Respinta nuovamente, ed ancor più addolorata per non essere stata riconosciuta neanche dalla propria madre, stremata dalla stanchezza si sedette sul sagrato della chiesa di San Bartolommeo, quando decise di recarsi a casa della famiglia Rondinelli. Qui al suo bussare le fu aperto, ed Antonio, superato il primo momento di giustificato stupore, la fece entrare, la tranquillizzò, la ristorò e la ospitò nel suo palazzo. Nei quattro giorni successivi Ginevra sembrò questa volta sul momento di morire veramente, ma le cure e le attenzioni della famiglia Rondinelli le furono di estremo giovamento tanto da rimettersi facilmente in forze.
I due eterni innamorati dopo lunghe vicissitudini finalmente si ritrovavano. Francesco Agolanti, però saputo che la moglie era viva e si era riparata da Antonio, corse da questi per avere, quale uomo attento solo ai soldi, il suo rendiconto personale. Di fronte all’opposizione di Antonio ed all’indignazione di Ginevra per la condotta del marito, Francesco decise di denunciare i due al Tribunale Ecclesiastico. Furono convocati davanti al Vicario del Vescovo tutti i protagonisti della vicenda, ma di fronte alla deposizione drammatica di Ginevra, il Vicario convenne che "... che per essere stato disciolto lo primo matrimonio dalla morte, poteva la donna legittimamente passare ad altro matrimonio!". Ginevra ed Antonio potevano finalmente sposarsi.
La leggenda vuole che ogni martedì del mese il fantasma di Ginevra si aggiri per il centro di Firenze.
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Piazza delle Pallottole

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa del 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In prossimità dell’abside del Duomo, a sinistra guardando la Cupola, vi è una piccola piazza dal curioso nome: piazza delle Pallottole. L’origine di questo nome non ha niente a che fare con il mondo delle armi, deriva invece da quello di un antico gioco fiorentino che consisteva nel lancio di grosse bocce chiamate per l’appunto pallottole. Questa attività era così in voga nella Firenze passata che non vi era strada o piazza in cui non la si praticasse, provocando però confusione e danneggiamenti. Intorno al Cinquecento le autorità della città decisero quindi di permetterne la pratica solo in alcuni luoghi delimitati. In centro la scelta cadde su questa piazza che da quel momento prese il nome di piazza delle Pallottole. La piazza che oggi possiamo osservare è solo una piccola parte dell’originaria. Infatti, nell’Ottocento per dare più respiro al Duomo fu deciso di abbattere gli edifici più prossimi alla cattedrale tra cui quelli che facevano di contorno alla piazza delle Pallottole.
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lunedì 10 gennaio 2011

La Colonna dell'Abbondanza in Piazza della Repubblica

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa del 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

La colonna che si erge in piazza della Repubblica è la Colonna dell’Abbondanza (o della Dovizia) ed indica il centro esatto dell’antica Florentia romana.
Nel I° secolo avanti Cristo infatti Firenze si trasformò in insediamento urbano dotandosi di una fortificazione di forma quadrata (castrum). I confini del castrum giungevano a nord alle attuali via de’Cerretani e piazza del Duomo, a sud a via di Porta Rossa e via della Condotta, ad est a via del Proconsolo e ad ovest a Via dei Tornabuoni. A metà di ogni lato fortificato fu costruita una porta turrita: a nord in prossimità dell’attuale inizio di Borgo San Lorenzo, a sud dove oggi sorge via Por Santa Maria, ad est all’incrocio tra via dei Tornabuoni e via Strozzi e ad ovest dove oggi via del Corso incontra via del Proconsolo. La città era attraversata da due strade principali: il cardo maximum e il decumanum maximum. Il cardo collegava in linea retta la porta sud con quella nord (cioè percorreva le attuali via Roma e via Calimala), il decumano invece univa, sempre in linea retta, la porta est con quella ovest (percorrendo quindi oggi via Strozzi, via degli Speziali e il Corso). Le altre strade minori invece erano tracciate parallele alle due principali, che incrociandosi formavano tanti isolati (insulae). Il punto invece in cui si incontravano il cardo e il decumano era il centro esatto della città. Per i romani questo luogo era il più carico di buoni presagi e lo si indicava erigendo una colonna propiziatoria. Intorno ad essa si estendeva inoltre il forum, cioè lo spazio apeto in cui si svolgevano le attività politiche, commerciali e sociali della città. Nella Firenze romana il forum occupava parte dell’attuale piazza della Repubblica e vi si affacciavano il Campidoglio e il Tempio d’Augusto.

La Colonna dell'Abbondanza in Piazza della Repubblica




Nei secoli successivi la colonna dovette più volte subire l’affronto del tempo.
L’originale colonna romana andò infatti distrutta nel Quattrocento e sostituita nel 1431, nello stesso luogo, da una nuova, sormontata da una statua di Donatello: una figura femminile che sorregge una cornucopia simbolo di prosperità e di fortuna. Ma nel 1721, la prolungata esposizione alle intemperie fece sbriciolare anche questa colonna facendo franare a terra la preziosa statua. Questa, restaurata, fu quindi posta al riparo (oggi è ospitata nell’atrio della sede fiorentina della Banca d’Italia, in via dell’Oriuolo), mentre fu eretta una nuova colonna con sopra una statua, la copia di quella di Donatello, realizzata dallo scultore Giovan Battista Foggini.
Alla fine dell’Ottocento, con la distruzione del ghetto, la colonna e la statua furono smontate, e solo verso la metà del Novecento, dopo esser state ritrovate in un cantiere di piazza della Calza, furono ricollocate nell’originario luogo.
Due ulteriori curiosità. La colonna delimita anche i confini di tre dei quattro quartieri storici di Firenze (Santa Croce, San Giovanni e Santa Maria Novella), e inoltre sul suo fusto sono ancora fissati due ferri, uno, in alto, che serviva per agganciarvi la campana che dava i segnali di apertura e di chiusura del Mercato Vecchio (smantellato per fare spazio all’attuale piazza della Repubblica), l’altro, in basso, era utilizzato invece per legarvi una campanella con collare che indossavano i commercianti disonesti esposti alla pubblica gogna.
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domenica 9 gennaio 2011

Il primo caduto alleato per liberare Firenze

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa del 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

A Firenze, in via Lupo, angolo Lungarno Serristori, vi è una lapide, scritta in italiano ed inglese, che ricorda che nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1944, in quel punto fu colpito mortalmente, in uno scontro a fuoco con i tedesch,i il tenente della guardia scozzese Hugh M. Snell, il primo caduto alleato per la liberazione della città. L’ufficiale infatti faceva parte di una pattuglia di ricognizione, composta da soldati britannici ed italiani, che si era addentrata in Firenze ancora sotto il controllo tedesco. Dalle ore 21 del 3 agosto i tedeschi, che si ritiravano da via Senese, percorrendo Piazza Romana, viale Petrarca e giungendo a ponte alla Vittoria, pressati dall’avanzata alleata, iniziarono a far esplodere in successione le mine poste sui ponti delle Grazie, di Santa Trinita, della Carraia, della Vittoria e di Ferro, oltre a distruggere i rioni d’accesso alla zona: Por Santa Maria, via dei Bardi, Borgo Sant’Jacopo e via Guicciardini. Alle ore 5 del 4 agosto un carro armato canadese fu fra i primi a fare ingresso in piazza Romana. Gli scontri, durissimi, durarono fino all’11 agosto, sebbene solo sul finire del mese Firenze fu definitivamente liberata.
La lapide, come si legge, posta dai compagni italiani della missione, vuole ricordare il sacrifico dell’ufficiale Snell e di tutti gli altri soldati alleati morti per la liberazione della città e dell’Italia. Ogni anno, in agosto, presso questa lapide si ricorda solennemente il sacrificio di questi soldati.
La lapide in Via Lupo che ricorda la morte del tenete Hugh M. Snell, il primo caduto alleato per la liberazione della città

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Teatro Verdi: da carcere a prestigioso palcoscenico

Articolo Pubblicato sulla rivista Microstoria nel 2005
Testo di Roberto Di Ferdinando
Il Teatro Verdi di Firenze da pochi anni ha celebrato i 150 anni di attività, ma la sua storia, caratterizzata anche da molte curiosità, è certamente più antica.
Nell’Ottocento, infatti, il teatro fu costruito al posto del vecchio carcere fiorentino delle Stinche, ubicato tra via del Palagio (oggi via Ghibellina), via de’Lavatoi e, appunto, via Isola delle Stinche.
Il nome Stinche derivava da quello del castello che a tutt’oggi sorge in Val di Greve, presso Lamole (Firenze), in passato di proprietà della famiglia Cavalcanti, che all’inizio del Trecento si ribellò a Firenze. Gli occupanti del castello, sconfitti, furono i primi reclusi delle nuove carceri fatte costruire dalla Repubblica Fiorentina tra il 1305 e il 1310 presso la chiesa di San Simone, su un terreno di proprietà degli espulsi Uberti, che per quell’occasione, come ci ricorda Niccolò Machiavelli nelle sue Istorie fiorentine, furono battezzate delle Stinche.
Nelle carceri delle Stinche erano solitamente reclusi i condannati per reati politici, i traditori, i ribelli, i debitori e i falliti, ma anche le prostitute ed i malati di mente, quando non trovavano posto nelle celle della Fortezza da Basso.
Tra i personaggi più famosi che vi soggiornarono, per reati vari, ricordiamo Niccolò Machiavelli, Giovanni Cavalcanti, Roberto Acciaiuoli, Giovanni Villani e Benvenuto Cellini.
Nel 1780 il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena  decise di ridimensionare l’importanza delle Stinche, trasferendo gradualmente i suoi ‘ospiti’ alle prigioni del Bargello che invece fino all’Unità d’Italia continuarono la loro funzione carceraria.
Nel 1815 il Granduca Leopoldo II, intenzionato a risanare la zona, decise di mettere in vendita il lugubre stabile delle Stinche. Fu acquistato da alcuni privati fiorentini (Faldi, Canovetti, Galletti e Massai) per costruirvi un ampio fabbricato che ospitasse alloggi, botteghe e sale ricreative.
Il progetto fu affidato all'architetto Leoni ed i lavori durarono dal 1834 al 1839. Il nuovo edificio, chiamato Fabbrica delle Nuove Stinche, molto più grande del precedente, era alto tre piani, dotato di  numerosi cortili ed incorporava gli antichi lavatoi dell’Arte della Lana (in prossimità, oggi, di via de’Lavatoi) che in quell’occasione furono definitivamente smantellati. La Fabbrica era dotata anche di un’ampia sala Filarmonica che rappresenterà il primo nucleo del futuro teatro.
Nel 1851 Girolamo Pagliano, un facoltoso imprenditore fiorentino, che doveva le sue fortune ad uno sciroppo purgativo e con un passato da modesto baritono, acquistò la Fabbrica per costruirvi un teatro sul modello dell’allora principale teatro fiorentino: La Pergola.
Il progetto fu realizzato dagli architetti Telemaco e Carlo Bonajiuti, padre e figlio, mentre per le decorazioni furono incaricati i pittori Luigi dell'Era e Cesare Maffei. Il risultato fu grandioso. Il teatro infatti poteva ospitare fino a 4000 spettatori, era dotato di 200 palchi disposti in sei ordini e l'illuminazione era fornita da 600 lumi a gas. In Italia, per dimensioni, solo la Scala gli era alla pari.
Il teatro, che prese il nome di Imperiale e Reale Teatro Arciduca Ferdinando, dal punto di vista architettonico rappresentò l'elemento di passaggio fra i vecchi modelli e quelli nuovi, quali le arene e i politeama. Questi, però, sebbene più ampi e quindi capaci di ospitare nuove modalità di rappresentazioni, più complesse e grandiose negli allestimenti, spesso erano strutture non coperte e quindi utilizzabili solo per brevi periodi dell’anno. L’ampio teatro di Pagliano suppliva quindi a questo limite diventando una struttura moderna, un luogo ideale anche per le grandi celebrazioni patriottiche.
Il 10 settembre 1854 il teatro fu ufficialmente inaugurato con il Viscardello, l’originario titolo del Rigoletto di Verdi. La rappresentazione fu un insuccesso di critica, ma un trionfo di pubblico. Pagliano infatti aprì l’opera lirica al popolo che per la prima volta poté recarsi a teatro occupando i palchi degli ordini superiori. La cittadinanza riconobbe a Pagliano questo merito soprannominando il teatro con il suo nome. Per molti decenni a Firenze questo luogo sarebbe stato chiamato, e non solo in via informale, Teatro Pagliano.
Nell'ottobre dello stesso anno la rappresentazione del Trovatore di Verdi ottenne un grande consenso come la Norma di Bellini, avviando così una viva e seguitissima stagione lirica, accompagnata anche da spettacoli patriottici, umanitari e culturali, che contribuirono al successo del nuovo teatro.
Nonostante ciò, nel 1868, Pagliano, accanito giocatore di carte, dovette per debiti di gioco cedere il teatro. Fu rilevato da Giuseppe Perti, che negli anni seguenti allestì numerosi programmi lirici, ospitando ancora opere di Verdi, quali la prima fiorentina dell’Otello e dell’Aida. Il legame con Verdi fu talmente forte che nel 1901, dopo la morte del maestro di Busseto, il teatro, che per un breve periodo si era chiamato Cherubini, fu definitivamente intitolato a Verdi.
Da allora fu un crescendo di programmazioni operistiche, alternate a quelle cinematografiche interrotte solo dalla prima guerra mondiale.
Nel 1922 il Verdi riaprì grazie alla Società dei Lavoratori del teatro e sotto la gestione della Società del Teatro Lirico che insieme misero a punto un cartellone operistico di prim’ordine: Gioconda, Rigoletto, Falstaff, Bohème e Aida.
La programmazione teatrale del Verdi subì una inevitabile flessione durante gli anni della guerra, sebbene nella stagione 1944-45 ospitò quasi tutte le manifestazioni dell'Ente del Teatro Comunale data l’inagibilità di quel teatro.
La fine del conflitto e il rinnovato desiderio della cittadinanza di ritornare a teatro resero necessaria una ristrutturazione del Verdi. Quindi nella stagione 1949-50 furono effettuati i restauri e gli interventi architettonici più importanti,  a cura dell'archittetto Nello Baroni e del professor Maurizio Tempestini. Questi, senza smantellare le decorazioni barocche ed alterare l’aspetto del classico teatro all’italiana, aggiunsero marmi rosa ai palchi ed ampliarono l'atrio. Fu inoltre demolito, quasi a cavalcare l’attualità politica, il palco reale per creare una spaziosa balconata che aumentò di 200 persone la capienza.
L'11 febbraio 1950 il nuovo Verdi fu inaugurato dalla Compagnia Grandi Spettacoli di Wanda Osiris che rappresentò la nuova rivista di Giovannini e Garinei Sogni di una notte di quest'estate.
Il Verdi si aprì così alla rivista, al varietà ed alla commedia musicale e tra i tanti che ne calcarono le scene troviamo: Totò, Anna Magnani, Alberto Sordi, Carlo Dapporto, Macario, Ugo Tognazzi, Renato Rascel, Aldo Fabrizi, ma anche cantanti nazionali e internazionali, fra tutti, Josephine Baker e Frank Sinatra. E poi la commedia musicale con Gino Bramieri, Nino Manfredi, Domenico Modugno, Delia Scala ecc.., fino ad ospitare anche importanti convegni culturali e scientifici.
Negli anni Ottanta il Verdi riprende ad ospitare le opere liriche e i concerti classici fino a diventare, nel 1998, la nuova sede della Fondazione dell’Orchestra della Toscana (dopo che l’originaria era stata distrutta dalla bomba di via dei Georgofili),  a cui è passata la gestione del teatro.
Il Verdi, in vista delle recenti celebrazioni è stato rivisitato nell’acustica, nell’accoglienza e nell’estetica, ma nel suo sottosuolo, volutamente, sono state mantenute alcune celle a ricordo dell’antico carcere delle Stinche.
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Arti, mestieri e… modi di dire

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa del 2006
Testo di Roberto Di Ferdinando

A Firenze il verbo garbare è solitamente usato per indicare ciò che suscita piacere, in particolare quando ci si riferisce a cose ben fatte ed armoniose. L’etimologia di questo verbo sarebbe stretta-mente legata alla storia delle Arti di Firenze, le associazioni dei mestieri presenti in città già dal Trecento, e in particolare a quella della Lana. Gli artigiani di questa Arte, infatti, concentravano le loro botteghe in via del Garbo, l’attuale via Condotta, dove producevano eleganti e costosi panni, conosciuti ed apprezzati in tutta Europa, con una lana pregiata proveniente dal Sultanato arabo di Garbo, nell’Africa Settentrionale.
Nelle vicinanze di via del Garbo operavano anche gli affiliati all’Arte dei Mercatanti (mercanti). Essi importavano dall’estero i panni grezzi per rivenderli in Italia ed all’estero dopo averli cardati, cimati, cilindrati e tinti in città (oggigiorno, intorno a Piazza della Signoria, molti luoghi ci ricordano quelle attività: via de’ Cimatori, corso dei Tintori e volta dei Tintori).
Inizialmente le botteghe dei mercanti furono raggruppate nell’odierna via Calimaruzza, un tempo chiamata Calimara Francesca dal luogo di provenienza dei panni grezzi (i panni francesi, i più im-portati dai mercanti fiorentini, erano infatti chiamati franceschi). In seguito prese il nome di Cali-mara Vecchia, per distinguerla dall’altra via, via Calimala, dove si erano concentrate le altre botte-ghe dell’Arte dei Mercatanti, tanto da venir detta anche Arte della Calimala. Le origini del nome Calimala (anticamente scritto Kalimala) derivano, molto probabilmente, dalla parola araba kalì che significa spirito, la sostanza usata per trattare i panni e che doveva invadere con il suo acre odore tutta la strada.
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venerdì 7 gennaio 2011

Modi di dire: prendere una cantonata

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa del 2006
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando


Nei secoli passati, a Frenze alcune strade del centro prendevano il nome di canti: Canto de' Cimatori, Canto del Ramerino, Canto dei Cartolai, ecc… Per la precisione con il termine canto (dal greco kanthós, angolo dell'occhio, e dal latino tardo canthu, angolo), si battezzava l'incontro delle pareti di due edifici; mentre quello di due strade era definito cantonata.
Il modo di dire 'prendere una cantonata', usato oggi per indicare un grossolano errore, trarrebbe quindi origine dalla viabilità di quei tempi. Infatti, nel percorrere le strette strade cittadini, erano richieste abilità e prudenza ai conduttori dei carri; in particolare, in prossimità di svolte, per non danneggiare il carro ed il carico, essi dovevano stare attenti a non far sbattere le ruote all'angolo della strada (cantonata).
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mercoledì 5 gennaio 2011

Perchè a Firenze la tuta sportiva si chiama toni(y)?

immagine tratta da: sussurrandom.it
Testo di Roberto Di Ferdinando

A Firenze ed in alcune località della sua provincia, il termine toni (o tony) è solitamente usato, nella comunicazione informale, per indicare la tuta sportiva. Questo particolare vocabolo fu introdotto tra i fiorentini, presumibilmente, dai soldati americani, subito dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. Infatti si racconta che nel 1945, quando il comando alleato decise di iniziare a rimpatriare le proprie truppe, i soldati statunitensi presenti in Firenze, dopo anni di guerra e di lontananza da casa, decisero di festeggiare e commemorare l'evento stampando su alcuni indumenti militari, da riposo e di taglio sportivo, la scritta TO NY, che tradotto dall’inglese all’italiano significa: A New York (il To indica infatti il moto a luogo, mente NY  la sigla di New York).
Al momento della partenza i soldati regalarono questi indumenti ai fiorentini quale loro ricordo, ma anche come semplice aiuto ad una popolazione sofferente per le privazioni causate dalla guerra, favorendo così la diffusione in città del termine toni (o tony) per indicare un indumento da indossare per svolgere attività sportiva.

Molto probabilmente questo curioso avvenimento ha consolidato l’usanza ad usare il termine toni (tony) per indicare una tuta sportiva. Ma a quanto pare questo avvenimento non ne avrebbe determinato l’origine. Infatti, già negli anni Venti del Novecento, quindi prima del nostro evento, sul quotidiano fiorentino, La Nazione (come si legge sul sito dell’Accademia della Crusca), in un articolo apparirono queste righe: "...quando mi vedrai vestito con un "tony" di tela turchina, né più né meno elegante di un motorista...". Qui con tony si volle indicare una tuta da lavoro, precisamente quelle intere, di tela. L’origine di questo termine per indicare una tuta, deriverebbe dall’inglese, precisamente dall’abbreviazione del nome Anthony, nome con cui, nei paesi anglosassoni, era solito soprannominare la figura del pagliaccio (usanza espressiva successivamente importata anche in Italia), che indossava, appunto, una tuta intera di colore celeste o blu. Non a caso, la parola toni, in alcune regione del nord Italia, ancora oggi è usato per indicare una persona sciocca, sempliciotta o pagliaccesca.
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I bombardamenti ed i rifugi a Firenze nel periodo della guerra

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa del 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Durante la seconda guerra mondiale Firenze fu vittima di bombardamenti
alleati che provocarono morti e rovine. Da ricordare è l'incursione aerea
anglo-americana del 25 settembre 1943, presso lo snodo ferroviario di Campo
di Marte. In quell'occasione le bombe, oltre a colpire i binari ed i
magazzini, caddero sulle case adiacenti alla ferrovia provocando 215
vittime. Quella triste giornata è oggi ricordata da una targa posta in Via
Mannelli, angolo Via Frà Paolo Sarpi.
La targa posta in Via Mannelli che ricorda il bombardamento alleato del 25 settembre 1943

 
Il 25 settembre 2013, nel 70° dell'accaduto, l'amministrazione comunale ha collocato sul luogo un'ulteriore targa a ricordo delle vittime e che la pace sia lo stumento per ogni proposito umano.


La popolazione fiorentina cercò comunque di difendersi dai bombardamenti
usando rifugi antiaereo (spesso cantine di palazzi o condomini trasformate
per l'occasione in ricoveri) che furono allestiti in varie zone della città.
Molti di questi si trovavano nei pressi di Piazza del Duomo e di Borgo San
Lorenzo. Oggi dei rifugi rimangono alcune testimonianze: in Via
Panicale, angolo Via Chiara, sulla parete esterna dei portici è disegnata
una "R" maiuscola, bianca su sfondo nero, con accanto una freccia. Questa
indicava la presenza di un vicino rifugio e la direzione da seguire. Infatti
spostandosi verso l'altro lato della Piazza del Mercato, compare un'altra
"R" con la freccia rivolta verso Borgo la Noce, indicante il ricovero presso
la Chiesa di S. Lorenzo.
La "R" in Piazza del mercato di san Lorenzo, che indicava il rifugio più vicino
Una "R", tra via Panicale e Via Chiara

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Perchè il colore viola per la Fiorentina?

Testo di Roberto Di Ferdinando

A Firenze il colore viola si identifica inevitabilmente con la Fiorentina, la squadra di calcio della città. Eppure nel 1926, l’Associazione Calcio Fiorentina nasceva con dei colori sociali diversi da quello viola.
La prima divisa da giuoco, infatti, si componeva di una metà bianca e di una rossa, sia sul davanti che sul dietro, che, pur riprendendo i colori della città, si ispirava allo stemma cavalleresco di Ugo di Toscana, nobile benefattore fiorentino. Questa maglia fu utilizzata solo per la prima stagione calcistica; nell’anno successivo, infatti, la società preferì una tenuta da gioco a strisce verticali bianco-rosse; questa volta ispirata allo stemma dei Marchesi di Toscana.
Le stagioni sportive 1927-28 e 1928-29, povere di soddisfazioni, spinsero la dirigenza dell’A.C. Fiorentina ad un cambiamento radicale, anche nei colori sociali. Nel 1929 le strisce bianco-rosse furono così sostituite da una divisa viola a tinta unita.
Sulle motivazioni della scelta del colore viola, in mancanza di una spiegazione ufficiale, sono state avanzate numerose tesi. Tra le tante vogliamo ricordarne due.
La prima, quella più diffusa, vuole il viola quale risultato di un errato lavaggio delle maglie bianco-rosse. Sebbene questa tesi sia confermata da alcuni testimoni del periodo, molti la ritengono infondata. Si fa notare, difatti, che l’effetto di un lavaggio sbagliato di panni bianchi e rossi, avrebbe determinato un rosa tiepido e non un viola vivo. Inoltre si giudica la dirigenza del periodo (guidata dal Marchese Luigi Ridolfi, mecenate dello sport fiorentino), troppo attenta alla tradizione ed alla cultura della città per permettere che il colore della squadra cittadina fosse suggerito da un erroneo candeggio.
La seconda tesi, più incentrata sulla tradizione fiorentina, afferma invece che il viola fu scelto in quanto colore legato alla storia di Firenze. In effetti le cronache del passato ci ricordano che i fondatori romani diedero alla città il nome di Florentia in quanto le colline e i prati che la circondavano erano invasi dai fiori di giaggiolo. Inoltre il simbolo di Firenze, il giglio, trarrebbe origine proprio dal giaggiolo, fiore nobile, dal colore viola e detto anche iris fiorentina.
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Quello che resta della casa di Niccolò Machiavelli

 Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa del 2005
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

A metà di via Guicciardini vi è una stretta galleria commerciale alla cui parete di destra, in alto, è stata murata un’antica trave di legno. Una targa ricorda che quella trave è, oggi, l’unica testimonianza rimastaci della casa di Niccolò Machiavelli, che si affacciava su quella strada e che fu definitivamente distrutta dalle mine tedesche nell’agosto del 1944.
La trave di legno, tutto ciò che rimane della casa di Machiavelli

Machiavelli, nacque nel maggio del 1469 a Firenze e crebbe nel palazzo di famiglia di via Santo Spirito. Nel 1494, dopo la cacciata da Firenze dei Medici e l’instaurazione della Repubblica, si avviò alla vita politica diventando prima segretario ed in seguito ambasciatore di Firenze. Nel 1512, con il ritorno dei Medici, fu privato delle sue cariche ed imprigionato con l’accusa di congiura. Rimesso in libertà si ritirò nella sua casa ‘L’Albergaccio’ presso San Casciano in Val di Pesa, dove si dedicò alla sua principale opera “Il Principe”. Solo nel 1526 gli venne affidato un incarico importante: quello di cancelliere dei Procuratori delle mura , preposti alla difesa di Firenze. Ma i Medici furono di nuovo allontanati e Machiavelli, sospettato anche dal regime repubblicano, fu definitivamente lasciato da parte. Morì in solitudine nel giugno 1527 nella casa di via, oggi, Guicciardini di fronte al palazzo di Francesco Guicciardini (1483-1540) il politico-ambasciatore che di lì a poco, con l’opera “Considerazioni intorno ai Discorsi di Machiavelli sopra la prima deca di Tito Livio”, avrebbe criticato le idee di Machiavelli.
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La lapide, posta sul palazzo moderno dove una volta sorgeva la casa di Machiavelli

Tombini del Ventennio

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa del 2004
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Quando attraversiamo Piazza della Repubblica o Piazza del Duomo, oppure percorriamo Via Tripoli, Via de'Pescioni od altre strade del centro storico di Firenze, e rivolgiamo il nostro sguardo a terra, possiamo imbatterci in alcuni tombini su cui sono stampati i simboli del ventennio fascista. I tombini, infatti, oltre a recare il giglio e la scritta del Comune di Firenze, sulla parte sinistra, in alto, riportano il fascio littorio e l'anno, in numeri romani, dell'era fascista o dell'Impero in cui furono realizzati. Nella parte bassa invece è inciso il nome della fonderia produttrice: "Fonderia Giovanni Berta", che aveva sede alle Cure.

Un tombino "fascista" in Via Tripoli

Giovanni Berta, fascista e figlio di noti industriali fiorentini, morì, diciannovenne, ucciso durante il turbolento periodo 1920-21. Il 28 febbraio 1921 Giovanni Berta, mentre stava percorrendo in macchina il Ponte Sospeso, oggi Ponte alla Vittoria, fu fatto scendere da un picchet-to di operai e scaraventato in Arno. Al suo disperato tentativo di attaccarsi alla spalletta gli furono amputate di netto le mani.
In tutta Italia le autorità fasciste locali intitolarono vie, piazze e monumenti al proprio martire, nel 1932 a Firenze queste decisero di dedicargli, oltre la Fonderia delle Cure, anche lo Stadio Comunale di Campo di Marte, che porterà questo nome fino alla fine della guerra.
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Le Strade della Giustizia

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa 2004
Testo di Roberto Di Ferdinando

A Firenze le condanne a morte, nonostante la momentanea abolizione del 30 novembre del 1786, furono eseguite fino alla vigilia dell'unità d'Italia.
Lo spazio adibito a tale triste pratica era Il Prato della Giustizia, oggi Piazza Piave, allora un ampio spazio verde appena fuori le mura cittadine.
I condannati, che muovevano dalle prigioni del Bargello o delle Stinche (dove oggi sorge il Teatro Verdi), erano condotti al loro tragico destino attraverso due strade del quartiere di Santa Croce: Via de' Malcontenti (allora Via della Giustizia) e Borgo la Croce.
A metà di Via de' Malcontenti, era questo il soprannome dato dai condannati e dai cittadini alla via, si trova la quattrocentesca chiesa di Santa Maria della Croce al Tempio in cui si custodiva il Crocifisso che accompagnava sul luogo della morte i condannati.
Il nome Al Tempio deriva dallo Spedale dei Templari, che qui aveva sede, e dove si dava assistenza ai giustiziati. Infatti le vie che costeggiano la chiesa di Santa Croce, oggi Largo Bargellini e Via S. Giuseppe, in passato erano in parte unite sotto il nome di Via del Tempio. Non solo, da questo Spedale prende e mantiene tutt'oggi il nome anche il vicino Lungarno del Tempio.
Durante il percorso verso il patibolo i condannati potevano appellarsi, per la salvezza della loro anima, ad alcuni tabernacoli che ancor oggi possiamo ammirare in via dell'Isola delle Stinche, all'angolo con via Ghibellina, in Via de' Malcontenti, angolo con Via Delle Casine, e in Borgo la Croce.
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Lucchetti sul Ponte Vecchio

Foto di Roberto Di Ferdinando
Testo di Roberto Di Ferdinando
Se ci affacciamo dalla terrazza centrale del Ponte Vecchio, lato nord, possiamo notare, sulla desta e sulla sinistra, numerosi lucchetti agganciati a due sporgenti tubi di ferro. Questi alveari di lucchetti sono il prodotto di una curiosa usanza, nata dopo il secondo dopoguerra, di cui però non conosciamo, con certezza, gli ideatori. C'è chi sostiene che essi furono gli allievi ufficiali della vicina Scuola di Sanità Militare di Costa San Giorgio. Questi, infatti, al momento del congedo, sarebbero stati soliti lasciare qui agganciato, come gesto portafortuna, il lucchetto che aveva assicurato il proprio armadietto durante il loro servizio militare. Negli anni seguenti, questo gesto di buon augurio, modificandosi, è stato portato avanti fino ai giorni nostri dagli innamorati di tutto il mondo. Questi - che secondo altri sarebbero invece i veri ideatori di questa usanza - infatti, da anni si recano sul Ponte Vecchio ad agganciare un lucchetto, che porta scritto i loro nomi e la data del loro fidanzamento o matrimonio, e ne gettano poi in Arno la chiave, in modo da rendere il loro legame sentimentale indissolubile.
L'ormai poco spazio rimasto a disposizione sui tubi di ferro ha spinto le coppie a chiudere i loro lucchetti anche presso l'altra terrazza, sulle colonne del Corridoio Vasariano e presso i ponti e lungarni vicini.
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Alcune curiosità del Corridoio Vasariano

Articolo Pubblicato sul mensile Firenze Informa 2004
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Il Corridoio Vasariano, nel tratto che corre sopra il Ponte Vecchio, presenta due curiosità. La prima è osservabile se ci poniamo al centro del ponte e voltiamo lo sguardo al Corridoio nel suo prolungamento verso via de'Guicciardini; da qui possiamo infatti notare che questo subisce una strana deviazione presso la Torre de'Mannelli. La deviazione è del 1564, quando la potente famiglia dei Mannelli, opponendosi al progetto del Vasari che prevedeva di far passare il Corridoio attraverso la propria torre, costrinse Cosimo I de'Medici a deviare il passaggio, aggirando, come possiamo vedere oggi, la loro proprietà.
La torre della famiglia Mannelli

La seconda curiosità è visibile proprio sopra la terrazza centrale del ponte, dove vi è un gruppo di grandi finestre. Nei disegni del Vasari queste finestre non erano state previste, furono invece realizzate in epoca moderna. A volerle fu, infatti, Mussolini, alla vigilia dell'incontro fiorentino, nel maggio 1938, con Hitler.




Le vetrate volute da Mussolini

Il duce desiderava stupire il führer con un'ineguagliabile affaccio sul Ponte e la città, durante il loro attraversamento del Corridoio. Alcuni sostengono che Hitler fu così favorevolmente impressionato da quella vista, che nell'agosto 1944, durante il ritiro dei nazisti da Firenze, ordinò di sottrarre dalla distruzione solo il Ponte Vecchio.
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