giovedì 29 dicembre 2011

L’Accademia degli Infuocati

Articolo Pubblicato su Firenze Informa, novembre 2011
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In Via Ricasoli, nella lunetta sopra l’ingresso del Teatro Niccolini (purtroppo da molti anni inattivo), vi è una grossa palla di pietra. Può sembrare un cocomero, infatti, il teatro in origine, e fino alla fine dell’Ottocento, fu chiamato “del Cocomero”, prendendo tale denominazione dalla strada, prima che fosse, anch’essa sul finire del XIX secolo, ribattezzata Ricasoli. Ma tale palla non è un cocomero, osservandola bene si riconosce una sfera incendiaria, tanto da essere rappresentato anche il fuoco ed il fumo dell’esplosione. Difatti questa bomba che esplode era il simbolo della celebre Accademia degli Infuocati, che fu fondata nel 1652 in seguito alla scissione della più antica Accademia degli Immobili.  Nel 1648 Don Lorenzo de’ Medici fondò l’Accademia degli Immobili, una compagnia stabile di prosa, che aveva come sede degli spazi di Via del Parione, ma in seguito alla costruzione del Palazzo Corsini fu costretta a trovarsi una nuova sistemazione. Grazie al sostegno del cardinale Giovan Carlo de' Medici, l’Accademia poté provare ed esibirsi presso il Teatro del Cocomero,  da pochi anni costruito da Niccolò degli Ughi ed uno dei primi esempi di teatro all’italiana in Firenze. In seguito alla scissione gli Immobili  si trasferirono al nuovo teatro della Pergola, chi rimase, invece, diede vita all’Accademia degli Infuocati, con il motto “a tempo infocato” e continuò a ritrovarsi ed a recitare nel teatro di via del Cocomero, che nel 1861 fu dedicato a Giovanni Battista Niccolini, grande tragediografo pisano, scomparso proprio in quell’anno.
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Via Ricasoli, il simbolo dell'Accademia degli Infuocati sopra l'ingresso del Teatro Niccolini
Via Ricasoli, l'ingresso del Teatro Niccolini

domenica 25 dicembre 2011

Gli studi fiorentini del giovane Marconi

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Firenze da sempre ha dato natali a illustri personaggi che poi si sono contraddistinti in vari campi della conoscenza, ma la Città del Fiore allo stesso tempo ha dato ospitalità, più o meno generosa, ad altrettanti menti illuminate. E nei secoli scorsi non potevano non passare e soggiornare a Firenze anche dei premi Nobel. Tra i più illustri Nobel italiani vi è sicuramente Guglielmo Marconi (1874-1937), insignito dalla Reale Accademia Svedese per le Scienze, nel 1909, del premio Nobel per la fisica. Nella biografia dell’inventore e scienziato bolognese, però, poco nota è la sua permanenza, brevissima e da giovanissimo, a Firenze. Infatti Guglielmo Marconi nasce a Bologna, ma ben presto la sua famiglia si trasferisce nella proprietà agricola di Pontecchio, presso Bologna, sulla via Porrettana. Nel periodo invernale però è usanza della famiglia Marconi di valicare l’Appennino e scegliere di vivere alcuni mesi nel clima più mite della Toscana. Nel 1885 i Marconi si trasferiscono quindi a Firenze, e qui Guglielmo è iscritto all’Istituto Convitto Cavallero di Via delle Terme a Firenze. Vi rimarrà fino alla fine dell’anno scolastico, infatti l’anno dopo la famiglia si trasferisce a Livorno dove Gugliemo si iscrive all'Istituto Nazionale ed abbraccia, per il forte volere della madre, di origine irlandese, la Chiesa Valdese. A Livorno, il giovane Marconi, sente una irresistibile vocazione verso la fisica e l'elettricità, ed è allievo dei professori Vincenzo Rosa e Giotto Bizzarrini; successivamente Marconi dirà: “ Il Rosa è stato per me l’unico vero maestro”.
Del passaggio fiorentino di Marconi invece ben poco sappiamo, altro che fosse un ragazzino gracile ed aveva rivelato un carattere poco espansivo, trascorrendo gran parte delle giornate in solitudine, mentre il suo rapporto con la scuola regolare fosse un conflitto continuo, tanto che la sua formazione scolastica, nei primi anni, fu alquanto frammentaria, discontinua e caratterizzata da insuccessi. Dei suoi studi fiorentini si ricorda un episodio così narrato da Luigi Solari: "il professor Cavallero chiamò presso la cattedra Guglielmo Marconi (...) " Occorre pronunciare meglio l'italiano, mio caro ragazzo (...) Avanti, ripeti ad alta voce la poesia del Manzoni S'ode a destra uno squillo di tromba". Dopo qualche istante di esitazione. Guglielmo Marconi iniziò a dire sottovoce e con una certa difficoltà: "A destra suona la tromba - A sinistra risponde una trompa". Una risata generale accolse queste prime parole. Il nostro piccolo compagno rimase così sconcertato che a nessun costo volle proseguire". Difatti l’anno successivo Guglielmo e la sua famiglia si trasferirono a Livorno.
Di quel breve soggiorno fiorentino dell’illustre genio di Guglielmo Marconi, rimane oggi semplicemente una targa, posta al numero civico 29 di via delle Terme, sulla facciata di palazzo Scali-Ricasoli, dove aveva sede l’Istituto Cavallero. L’epigrafe ricorda  così Guglielmo Marconi: “Qui dove ebbe sede l'Istituto Cavallero/Mosse i primi passi nella via del sapere/Guglielmo Marconi/Inventore della telegrafia senza fili/Gl'insegnanti ed i condiscepoli di lui/Questa memoria posero/Maggio 1903/E.LODOVICI DONÓ”.
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Via delle Terme, il palazzo dove ebbe sede l’Istituto Convitto Cavallero
Via delel Terme, la lapide che ricorda gli studi fiorentini di Marconi

lunedì 19 dicembre 2011

La Stella di David sulla facciata di Santa Croce

Articolo Pubblicato su Firenze Informa novembre 2011
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel timpano della facciata neogotica della basilica di Santa Croce spicca una grande Stella di David cioè l’intreccio di due triangoli equilateri, uno rivolto verso l’alto, ed uno verso il basso che simboleggiano la natura spirituale e quella umana. E’ un tipico simbolo ebraico (esegramma che gli ebrei chiamano mezouzah, e, come indicato nell’Antico Testamento, è spesso posto all’ingresso delle case ebree) e può apparire curioso vederlo in un luogo cristiano. Qui, invece, sarebbe una sorta di firma dell’architetto anconetano Niccolò Matas (1798-1872), di religione, appunto, ebraica, che a metà dell’Ottocento portò a conclusione la facciata della chiesa. Fino ad allora la facciata di Santa Croce si presentava in semplice pietra, come ancora oggi è la basilica di San Lorenzo.
La facciata della Basilica di Santa Croce prima del suo rivestimento
 Nel 1837 Matas fu incaricato di progettare il rivestimento della facciata, in collaborazione con lo scultore senese Giovanni Duprè. Per varie vicissitudine, nonché finanziare, il cantiere fu aperto solo nel 1853 e chiuso il 3 maggio 1863, come ricordano le lapidi poste sui bordi della parte superiore della facciata. Matas, docente della fiorentina Accademia di Belle Arti, in quel periodo fu un architetto molto apprezzato tanto da realizzare la villa ed il parco di San Donato (andati distrutti) per i principi Demidoff, il cimitero delle Porte Sante di San Miniato (1850-55) e partecipando anche al concorso per il rivestimento della facciata di Santa Maria del Fiore, vinto però dall’architetto Emilio de Fabris. La facciata di Santa Croce rimane comunque la sua opera più prestigiosa, tanto che sul punto di morte chiese, ed ottenne, di essere seppellito sul sagrato di questo pantheon delle eccellenze italiane. Infatti due lapidi dinanzi all’ingresso della chiesa ricordano con queste parole che lì riposano le sue spoglie: “NICCOLÒ MATAS DI ANCONA/GIUDICATO DEGNO DAL PARLAMENTO NAZIONALE/DI RIPOSARE FRA GLI ALTRI GRANDI/IN OSSEQUIO AI DESIDERI/L'UNDICI DI MARZO MDCCCLXXII/DA LUI MANIFESTATI MORENDO/QUI NEL MDCCCLXXXVI FU DEPOSTO/PERCHÈ LA FACCIATA DI QUESTO TEMPIO/FOSSE MONUMENTO ALL'ARTEFICE” e “ O.   P.   A./A.D. MDCCCLXV”
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Sul lato della facciata la scritta che ricorda l'architetto Matas
la tomba di Matas sul sagrato della basilica di Santa Croce

Gli arieti di Ponte Santa Trinita

Articolo Pubblicato su Firenze Informa novembre 2011
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Ponte Santa Trinita è un capolavoro di eleganza e tecnica architettonica. Cosimo I incarico Bartolomeo Ammannati di realizzarlo, forse fu consigliato nella progettazione da Michelangelo, e fu inaugurato nel 1571. La sua linea, detta ad arco di catenaria (ricorda infatti una catena sospesa), lo rende unico e come ogni capolavoro che si rispetti, il tutto è stato realizzato senza lasciare niente al caso. Si osservino i due stemmi che sono posti sulle arcate centrali del ponte, sono due enormi teste d’ariete, una guarda a monte e l’altra a valle del fiume. E sono qui collocati per un preciso significato, l’ariete infatti è un simbolo guerriero e qui è posto a guardia di eventuali minacce: quello rivolto verso il Ponte Vecchio guarda oltre, verso il Casentino, da dove sempre sono venute le minacce di alluvioni dell’Arno (i ponti precedenti a quello di Santa Trinita furono distrutti dalle alluvioni del 1333 e del 1557), invece l’altro è rivolto verso Ponte alla Carraia, guarda anch’esso più lontano, verso le minacce dal mare, in particolare verso Pisa, la nemica storica.


Ponte santa Trinita, l'ariete che guarda verso Ponte Vecchio


Ponte Santa Trinita, l'ariete che guarda verso il Ponte alla Carraia

Il ponte, come gli altri ponti cittadini, escluso solo il Ponte Vecchio, fu minato e distrutto dai tedeschi in ritirata il 4 agosto 1944. Nel dopoguerra fu pazientemente ricostruito, utilizzando le originarie pietre che si erano inabissate nelle acque dell’Arno. Il 16 maggio 1958, il ponte fu inaugurato e riaperto, e anche i due arieti furono ricollocati al loro originario posto. Così come le quattro statue seicentesche, rappresentanti le stagioni, solo la “Primavera” rimase acefala fino a quando nel 1961 un renaiolo ne ripescò la testa in Arno.
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Ponte Santa Trinita, due dele quattro statue (stagioni)

A completamento di quanto scritto sopra, ricordo che:

L’Ariete inoltre ha una forte ed antica simbologia; infatti la parola greca “Zodiaco”, si tradurrebbe come “la vita divina che si veste di vello (di pelle-pelliccia)”, quindi si fa carne si manifesta, ed il primo segno dello Zodiaco è, per l’appunto, l’Ariete (che difatti è ricoperto dal vello). Il vello d’oro degli argonauti garantiva la trasformazione del piombo in oro, da un punto di vista alchemico significava: dalla non conoscenza (piombo), alla conoscenza (oro), quindi entrare in possesso degli strumenti per conoscere, illuminarsi, essere iniziato .
Non a caso il segno dell’Ariete (inizia il 21 marzo) principia con l’equinozio di Primavera (21 marzo), e da quel giorno in poi il le ore di luce (sole) aumentano. Da un punto di vista simbolico-alchemico l’Ariete coincide quindi con il risorgere dal letargo, lo svegliarsi, il conoscere. Nell’antichità remota spesso al posto dell’Ariete si usava l’Agnello (animale che ha anch’esso il vello), e la radice latina di agnello (anis), si ritrova in ignis (fuoco) ed in gnosi (conoscenza): ecco ritornare, vello-luce-sole-conoscenza.
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Piazza del Limbo e le antiche terme romane

Articolo Pubblicato su Firenze Informa novembre 2011
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Percorrendo Borgo Santi Apostoli e giunti a metà del suo tracciato, notiamo aprirsi un piccolo spazio, è piazza del Limbo. Il nome deriva da un piccolo cimitero che qui, fuori le mura cittadine, fu presente fino all’anno Mille, ed in cui venivano seppelliti i bambini che erano morti senza ricevere il sacramento del Battesimo e pertanto secondo la tradizione cattolica sarebbero finiti nel Limbo. Nell’aprile del 2007 la Commissione teologica interna della Chiesa cattolica ha stabilito che il Limbo non esiste, ma è semplicemente una interpretazione riduttiva che si è voluta dare nei secoli al concetto di salvezza (lo stesso Dante nella Divina Commedia descrive il Limbo quale luogo che ospita le anime non battezzate). Intorno all’anno Mille il cimitero fu dismesso ed al suo posto sorse la Chiesa dei Santi Apostoli, che diede il nome al borgo che fino al Duecento rimase fuori la cinta muraria, la piccola chiesa è conosciuta anche come il “Vecchio Duomo”, infatti è l’edificio tra i più antichi della zona. La leggenda vuole che chiesa sia stata inaugurata da Carlo Magno alla presenza dei paladini Rolando e Uliviero e del vescovo Turpino, come ricorda una scritta in latino posta a sinistra della facciata della chiesa, ma le date non corrisponderebbero alla realtà.


Piazza del Limbo
Piazza del Limbo, la lapide che cita Carlo Magno

La chiesa è in stile romanica e ha subìto modifiche nei secoli successivi. Il suo interno è ricco di capolavori alcuni dei quali furono seriamente danneggiati dall’alluvione del 1966, ad esempio i quadri del Vasari e dell’Orcagna ed il tabernacolo di Giovanni della Robbia che è posto nell’abside, sul lato sinistro. Nella chiesa si ospitano alcune pietre provenienti dal Sacro Sepolcro di Gerusalemme, condotte a Firenze da Pazzino de’ Pazzi in seguito alla Crociata del 1099. Per molti secoli queste pietre furono utilizzate per accendere il fuoco per lo scoppio del carro. La Chiesa fu un luogo caro ai crociati che prima di partire per la Terra Santa si recavano qui per ricevere la benedizione. Al numero 1 della piazza, la canonica, un tempo palazzo Altoviti, lo stemma della nobile famiglia è rimasto sul portale.
Sulla piazza è presente anche  un edificio che riporta sulla propria facciata la scritta BAGNI NELLE ANTICHE TERME. Nel 1826 Antonio Peppini incaricò l’architetto Telemaco Bonaiuti di realizzare in questa area un edificio termale,  che prese il nome di Bagni Peppini, oggi non più attivi, nella stessa zona dove in antichità, nella Firenze romana sorgevano le terme; non a caso la strada parallela è, per l’appunto, Via delle Terme. Delle antiche terme romane non vi sono oggi resti visibili in superficie, furono distrutte prima dalle invasioni barbariche e poi dalle ricche famiglie fiorentine che utilizzarono, come era usanza a quel tempo, le antiche pietre romane per erigere le loro case-torri che sono numerose lungo Borgo Santi Apostoli.
Una curiosità, sulla facciata del palazzo Peppini vi è una scritta in cui si ricorda che Peppini, nel 1826 chiese ed ottenne l’autorizzazione edilizia per chiudere dei vicoli a fianco dello stabilimento, distruggendo così  definitivamente alcuni passaggio medievale.
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Piazza del Limbo - Borgo S.S. Apostoli, i Bagni Peppini
La targa che ricorda la chiusura dell'antico vicolo

Letterati moderni a Firenze

Articolo Pubblicato su Firenze Informa  novembre 2011
Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Firenze ha sempre attratto scrittori ed intellettuali. Autori grandissimi, altri minori che in un certo periodo della loro vita hanno sentito il desiderio o il bisogno di soggiornare per brevi o lunghi periodi sulle rive dell’Arno. E Firenze ha gradito questa loro presenza, difatti numerose sono le lapidi e le targhe che li ricordano. Considerando gli autori più moderni possiamo imbatterci già in uno dei più sommi, Eugenio Montale (1896-1981). Difatti, in Viale Amendola, al numero civico 37, una targa ricorda che qui soggiornò il poeta italiano che ha ricevuto i più alti riconoscimenti di pubblico ed ufficiali: record di vendite di sue antologie, lauree ad honorem a Milano nel 1961, a Cambridge nel 1967 ed a Roma nel 1974, nominato senatore a vita nel 1967 e premio Nobel per la letteratura nel 1975. Montale successivamente alla pubblicazione a Torino (1925) della sua raccolta poetica, Ossi di Seppia, giunse a Firenze nel 1927 avendo ottenuto il lavoro di redattore presso l'editore fiorentino Bemporad. In quegli anni Firenze era un vivo centro culturale, molto attento alla poesia italiana moderna. Qui Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli e Umberto Saba videro le loro liriche pubblicate dagli editori locali, mentre le riviste fiorentine, La Voce e Lacerba ospitavano i versi dei giovani poeti italiani. Montale si introdusse quindi nel fervido mondo culturale di Firenze e frequentò i ritrovi letterari del caffè Le Giubbe Rosse conoscendovi Carlo Emilio Gadda e Elio Vittorini. Nel 1929 fu chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario Vieusseux (ne sarà espulso nel 1938 dal fascismo) e collabora alla rivista Solaria. Meno noto è che proprio a Firenze, Montale si avvicinò all’arte pittorica grazie al maestro siciliano Elio Romano, anch’esso frequentatore de Le Giubbe Rosse. La sua produzione letteraria nel soggiorno a Firenze fu, tra l’altro, Le occasioni (1939) e Finisterre (1943). Ma a Firenze però il poeta trascinò una vita anche di incertezze economiche e nel 1948 decise così di trasferirsi a Milano. Montale tornerà definitivamente a Firenze dopo la sua morte, avvenuta il 12 settembre 1981 a Milano, avendo deciso di essere sepolto, alle porte di Firenze, nel cimitero accanto alla chiesa di San Felice a Ema, dove oggi riposa accanto alla moglie Drusilla.
Ad un anno preciso della sua morte, il Comune di Firenze fece apporre la lapide di viale Amendola, che recita così: “QUI ABITÒ/NEL PERIODO DELLE “OCCASIONI” E “FINISTERRE”/EUGENIO MONTALE/PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA NEL 1975/E QUI SCRISSE ALTRI VERSI NEGLI ANNI DI GUERRA - IL COMUNE DI FIRENZE/CHE LO VOLLE CITTADINO ONORARIO/E NE CUSTODISCE LE SPOGLIE/ACCANTO A QUELLE DELLA MOGLIE DRUSILLA TANZI/POSE QUESTA MEMORIA/NEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE/12 SETTEMBRE 1982.”


Viale De Amicis, la targa dedicata a Montale

A Firenze, Montale frequentò spesso Carlo Emilio Gadda, un altro sommo autore che trascorse e lavorò con profitto letterario a Firenze. Carlo Emilio Gadda è ritenuto dalla critica e dal pubblico uno degli scrittori più importanti del Novecento, in particolare gli si riconosce la grande passione per lo stile e la profonda conoscenza della lingua italiana scritta, parlata, gergale e dialettale. Tra le sue numerose composizioni spicca infatti il capolavoro: "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana", opera tra le principali del XX° secolo, da cui fu poi tratto anche il film di Pietro Germi, “Un Maledetto Imbroglio”. Il famoso romanzo, scritto in gergo romanesco, fu composto da Gadda proprio a Firenze dove egli visse dal 1940 al 1950. Gadda era giunto a Firenze, abbandonando definitivamente l’attività di ingegnere, per approfondire lo studio della lingua italiana e frequentare le biblioteche fiorentine ed i locali ambienti culturali. Si legò infatti a scrittori, critici ed editori, come Bonsanti, Montale, appunto, Bo, Landolfi e molti altri. Visse a Firenze anche i duri e drammatici anni della Seconda Guerra Mondiale durante i quali scrisse molto, di questi anni ricordiamo Gli anni (1943) e la raccolta L'Adalgisa (1944), ma è nel 1946 che fece uscire, sulla rivista letteraria "Letteratura" di Alessandro Bonsanti, per cinque puntate, da gennaio a novembre 1946, i primi capitoli di "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. Il Pasticciaccio fu composto da Gadda nell’appartamento, preso in affitto dallo scrittore, al terzo piano del palazzo al numero 11 di via Emanuele  Repetti, zona Viale Mazzini, come ricorda la lapide oggi posta sulla facciata dell’edifico: “In questa casa visse dal 1940 al 1950 il milanese ingegnere Carlo Emilio Gadda, sceso manzonianamente a Firenze a impararvi la lingua e a riscattarvi la vocazione letteraria, e qui in anni bui confortati da scelte amicizie scrisse la grande maccheronea del Pasticciaccio".
Ritornando verso Piazza Alberti, precisamente in Via Fra’ Giovanni Angelico, al numero civico 4, una targa ricorda un altro autorevole personaggio, Attilio Momigliano (1883-1952), illustre critico letterario italiano ed insegnante di storia della letteratura italiana all'Università di Catania, Pisa ed infine a Firenze, con queste parole: “QUI VISSE E SCRISSE/ATTILIO MOMIGLIANO/MAESTRO DI CRITICA LETTERARIA/CHE DALLA GRANDE POESIA ITALIANA/TRASSE CERTEZZA DELLA UMANITA’ DELLA PATRIA/ E CONFORTO ALLA PERSECUZIONE RAZZIALE/1883-19527IL COMUNE DI FIRENZE 1997.” Momigliano fu tra i firmatari nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce e nel 1938, a seguito delle leggi razziali fasciste, fu costretto ad abbandonare l’insegnamento, che riprese dopo il secondo conflitto mondiale, quando fu autore, tra l’altro, della Storia della letteratura italiana in tre volumi e di un commento alla Divina Commedia, (1945-1947).


Via Frà Giovanni Angelico, la targa dedicata a Momigliano

In questo girare tra i luoghi che ospitarono questi grandi nostri autori, non manchi il lettore di soffermarsi in via Giotto, presso il numero civico 7 rosso, a leggere la lapide che ricorda un altro letterato molto più antico e meno noto dei qui già citati, Alberto Fiorentino (fine XIII secolo–1332).  Alberto Fiorentino detto anche Alberto della Piagentina, difatti nacque in questo rione, allora un borgo di campagna fuori le mura cittadine, fu notaio, traduttore e poeta ed autore della traduzione in volgare del De consolatione philosophiae di Boezio. Rispetto ai letterati precedenti fece il cammino all’inverso, nacque a Firenze e morì a Venezia, la lapide così recita così: QUI EBBE LA CUNA/ALBERTO DELLA PIAGENTINA POETA FIORENTINO/CHE NEL MCCCXXXII/NELLE CARCERI DI VENEZIA DALLA LATINA ALL’ITALIANA LINGUA/VOLTO’ I LIBRI DELLA CONSOLAZIONE DI BOEZIO/E L’EPISTOLE D’OVIDIO/IL PADRONE DEL FONDO ETERNA/MEMORIA DI TANTO UOMO/POSE QUESTA LAPIDE NEL MDCCCXIII.
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Via Giotto, lapide che ricorda  Alberto della Piagentina

giovedì 15 dicembre 2011

La panca di via

Articolo Pubblicato su Firenze Informa di novembre 2011
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel centro storico di Firenze è possibile notare alla base delle facciate o delle pareti laterali di alcuni palazzi storici rinascimentali (ad esempio Palazzo Medici-Riccardi, Palazzo Strozzi, Palazzo Budini-Gattai, Palazzo de’Gondi, ecc..), delle lunghe sedute in pietra; sono le “panche di via”. Il loro scopo, in origine, oltre che di far riposare il viandante, era molteplice. Difatti funzionavano come protezione della muratura  dagli eventuali urti dei carri che passavano vicino al palazzo, oppure come rifinitura stilistica, dando difatti un certo spessore al basamento del nobile edificio, od ancora il luogo dove le persone umili attendevano dal signore del palazzo un lavoro o dei doni. Ma queste panche marmoree simboleggiavano anche una sorta di riconoscenza della nobile famiglia proprietaria del palazzo verso la città. Infatti i mercanti arricchitisi con il commercio od i banchieri, intorno al Quattrocento abbandonano la medievale casa-torre per una abitazione che dia più prestigio alla loro nuova e migliore condizione sociale. Ed ecco così nascere il palazzo rinascimentale: si estendono in larghezza le dimensioni, le finestre si ingrandiscono ed i piani da fuori appaiono tutti  uguali, ordinati e rivestiti di pietra bugnata (il piano nobile con il balcone ad indicare esternamente dove la famiglia soggiornava, arriverà più tardi), una porta ampia ad arco, ed alla base la panca di via. Il nuovo ricco così, quasi a voler ringraziare la città per le ricchezze ed il prestigio ottenuto, forniva il proprio palazzo di tale seduta come un’opera “pubblica”, perché ne godesse la popolazione.
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Via de'Benci, la panca di via di Palazzo Horne
Palazzo Strozzi, panca di via
Via de'Servi, la panca di via

mercoledì 14 dicembre 2011

SABATO 17 - Presentazione libro: FIRENZE INSOLITA E SEGRETA

Caffè Letterario °Le Murate
Piazza delle Murate, Firenze
caffeletterario@lemurate.it
(39) 055 2346872
http://www.lemurate.it/
SABATO 17
h 12:00     Presentazione libro
FIRENZE INSOLITA E SEGRETA
10:30 Visita guidata della "Firenze insolita e segreta" con l'On. Rinaldi
12:00 Presentazione della "Firenze insolita e segreta", proiezioni immagini del libro.
13:30 Pranzo a tema. La prenotazione è obbligatoria (*)
Saranno presenti, oltre all'Autore:
Chiara Brilli, moderatrice
Riccardo Michelucci, giornalista
Angela Tumminelli, giornalista, addetta stampa Idv Firenze
Waris Grifi, fotografo
Carlo Monni, attore

martedì 13 dicembre 2011

I cavallucci di Natale

Testo di Roberto Di Ferdinando

I cavallucci sono i tipici biscotti natalizi toscani. Il loro nome deriverebbe, secondo la tradizione, dall’ambiente degli scudieri, infatti questi dolci erano presenti in abbondanza sulle tavole delle stazioni di posta fin dal Cinquecento.
Pellegrino Artusi ne parla nel suo testo: “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, indicandone la ricetta: “300 grammi di farina, 300 di zucchero, 100 di noci sgusciate, 50 di arancia candita, 15 grammi di anice, 5 di spezie e cannella in polvere”. Il segreto della loro tenerezza sta nella capacità di far sciogliere lo zucchero con un terzo del suo peso nell’acqua finché non fa filo ed allora aggiungere gli ingredienti, infarinarli e quindi infornarli a temperatura bassa.
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Ad integrazione di quanto già ho scritto, ricordo che i biscotti cavallucci sono caratteristici di Siena dove si mangiano tutto l'anno, invece in Toscana e a Firenze si è soliti consumarli a Natale. Da ulteriori letture ho scoperto che nel 1515 il Concistoro decise di distribuire a tutti i suoi membri, nelle festività dell'anno, pampepati e berriguocoli che erano diffusi  nella Firenze di Lorenzo il Magnifico con il nome di biricuocoli, gli antenati dei cavallucci. Il nome cavallucci deriverebbe dal fatto, invece, che in passato, si usava impimere sulla pasta fresca di questi biscotti l'impronta di un cavallo a dimostrazione del fatto, già citato, di quanto questi biscotti fossero apprezzati nel mondo dei cavallai e nelle stazioni di posta.
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Mostra: Verso la capitale. La nuova Firenze di Giuseppe Poggi

14 dicembre 2011 - 29 febbraio 2012
Mostra: Verso la capitale. La nuova Firenze di Giuseppe Poggi
a cura di Gabriella Orefice e Giuseppina Carla Romby
Organizzazione a cura dall'Archivio storico



 Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia trova significativa coincidenza con il bicentenario della nascita dell’architetto e ingegnere Giuseppe Poggi, avvenuta a Firenze il 3 aprile 1811. Si devono a lui l’ampliamento del piano urbanistico e il necessario adeguamento delle infrastrutture, dei servizi e dell’edilizia cittadina in vista del trasferimento della Capitale da Torino a Firenze.
L’esposizione, promossa dal Comune con l’Università di Firenze e la Società di Studi Geografici, presenta una selezione del ricco patrimonio di disegni, relazioni, progetti e fotografie, conservato presso l’Archivio Storico comunale, integrato da quello librario della Biblioteca delle Oblate e dagli interessanti materiali iconografici, messi a disposizione dall’Archivio di Stato di Firenze, dal Gabinetto Scientifico Letterario G. P. Vieusseux e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Grazie a queste collaborazioni è stata possibile la ricostruzione dei progetti, che hanno portato al cambiamento di immagine della città, di cui la mostra propone alcuni significativi momenti come quelli legati alla realizzazione, di qua e di là d’Arno, degli Stradoni o Boulevards, come li chiamava lo stesso Poggi.
La realtà urbana preunitaria e postunitaria è illustrata da documenti, cartografie, vedute pittoriche e suggestive immagini fotografiche. 
L’impegno del Poggi, nel determinare il nuovo assetto della città, emerge dai suoi numerosi disegni; mentre ritratti e oggetti personali, quali taccuini, tiralinee, scrittoi, contribuiscono a definirne la figura e la professionalità.
Alcune vedute di Parigi e di altre città francesi, di diretta proprietà dell’architetto o a sua disposizione negli uffici pubblici cittadini, testimoniano i suoi numerosi viaggi di studio e propongono riflessioni sulle possibili suggestioni e sui modelli di riferimento utilizzati per i grandi lavori fiorentini.
A corollario della mostra, elaborazioni grafiche e multimediali, realizzate dagli alunni assieme ai docenti della 5º A dell'Istituto per Geometri "G. Salvemini", illustrano un progetto non realizzato di Giuseppe Poggi per il centro di Firenze.

La mostra sarà inaugurata il 14 dicembre 2011 alle ore 17 nella sede dell' Archivio storico del Comune di Firenze, palazzo Bastogi, via dell'Oriuolo 35.
Rimarrà aperta fino al 29 febbraio 2012 con il seguente orario: dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 18

domenica 11 dicembre 2011

Il Teatro della Piazza Vecchia

Articolo Pubblicato su Firenze Informa nel 2011
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Se da Piazza dell’Unità ci dirigiamo verso Via del Melarancio, sulla facciata del primo palazzo che incontriamo sulla nostra destra, possiamo scorgere un curioso stemma, raffigurante un fanciullo che manovra una trappola mentre un topo vi sta entrando, il tutto circondato da una scritta: “Chi non rosica – Arrischiati”. Questo era il simbolo e parte del motto (la dicitura completa del motto era: “Chi non risica non rosica”) dell’Accademia Drammatica detta, appunto, degli Arrischiati, che nel Settecento aveva scelto questo luogo quale sede per le proprie rappresentazioni teatrali. Infatti, questo palazzo, prima di essere destinato, sul finire dell’Ottocento, a civili abitazioni ed essere poi inglobato nel vicino grande albergo, aveva ospitato tra le proprie mura, per oltre un secolo, un piccolo teatro, il Teatro della Piazza Vecchia, così chiamato perché prendeva il nome della piazza, Piazza Vecchia di Santa Maria Novella, oggi Piazza dell’Unità, su cui si affacciava. Il teatro, costruito completamente in legno, fu fondato nel 1759 dall’Accademia, e, seppur di dimensioni modeste (la platea si estendeva per 13 metri di lunghezza e 18 metri circa di larghezza), disponeva di tre ordini di palchi e poteva ospitare fino ad 800 persone. Nel 1766 il Teatro della Piazza Vecchia fu decorato delle insegne reali e così posto sotto la protezione del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, difatti a quel tempo era usanza che i teatri operassero sotto la protezione, economica ed artistica, di un nobile. Da ricordare che nel 1793 sotto la diretta guida di Vittorio Alfieri, in questo teatro si recitò il Saul e il Bruto minore.
Nel 1808 l’edificio fu restaurato a proprie spese dall’illustre geografo toscano Giovanni De Baillou che, appassionato di recitazione, aveva fondato una compagnia di giovani attori dilettanti, servendosi così del teatro per le sue rappresentazioni. Teatro che fu nuovamente ristrutturato nel 1813-14 dal famoso architetto fiorentino Luigi Cambray Digny (1778 – 1843). Da quegli anni in poi divenne la sede per le rappresentazioni di commedie popolari, in particolare quelle di Stenterello, messe in scena da Amato Ricci, uno dei più diretti prosecutori di Luigi Del Buono, il primo Stenterello. Il teatro rimase attivo fino all’Unità d’Italia, Unità Italiana a cui fu intitolata la piazza nel 1882 dal Comune di Firenze. Per l’occasione fu eretto al centro della piazza un obelisco, opera di Giovanni Pini, in memoria dei caduti delle tre guerre risorgimentali d'indipendenza, che da alcuni anni è divenuto il luogo in cui si celebrano solennemente le feste nazionali.
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Piazza dell'Unità d'Italia, il palazzo dove sorgeva il Teatro della Piazza Vecchia
(nel cerchio rosso lo stemma degli Arrischiati)
Piazza dell'Unità d'Italia - lo stemma degli Arrischiati

domenica 4 dicembre 2011

Il Canto degli Aretini

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In via di Ripoli 51, all’angolo (canto) con via Benedetto Accolti, zona Firenze sud, c’è il Canto degli Aretini, un piccolissimo spazio verde, recintato da una ringhiera e da aiuole, con al centro una colonna spezzata. Questi pochi metri quadrati, come dice il nome, sono sotto l’amministrazione diretta e giurisdizione del Comune di Arezzo per un fatto storico. Infatti, nel 1289 nella battaglia di Campaldino contro Arezzo, Firenze catturò un migliaio di nemici che furono rinchiusi nelle carceri cittadini. Molti di questi prigionieri finirono i loro giorni nelle carceri e per molti di questi, circa un centinaio, i più poveri, dato che nessuno ne reclamava i corpi, fu deciso di seppellirli in una fossa comune, proprio qui, lungo la strada (oggi via di Ripoli) ed Arezzo si preoccupò di averne cura. La colonna fu posta nel 1921 per volontà del comune di Arezzo e sul piedistallo furono incise le seguenti parole commemorative dettate da Isidoro del Lungo: “SULLA VIA LUNGO LA QUALE L’OSTE/GUELFA FIORENTINA MOVEVA LE INSEGNE/PER ANDARE IN TERRA DI NEMICI QUESTO/COSIDDETTO <<CANTONE DI AREZZO>> CHE/E’ DEL COMUNE GHIBELLINO PROPRIETA’/D’IGNOTA SECOLARE ORIGINE RICEVEVA/DAL VERSO IMMORTALE DEL POETA COMBATTENTE/IN CAMPALDINO MEMORIA DEGLI INFAUSTI/ODII DA CITTA’ A CITTA’ OGGI/NELL’ITALIANA CONCORDE POTENZA/ABOLITI PER SEMPRE.”
L’immortale poeta citato nella lapide è Dante che partecipò alla battaglia di Campaldino, ricordandola nell’Inferno.
Ogni anno, l’11 giugno sulla colonna le amministrazioni comunali di Arezzo e Firenze, oggi in pace, posano una corona di fiori in ricordo di quei morti.
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Via di Ripoli, il Canto degli Aretini

sabato 3 dicembre 2011

Le targhe delle alluvioni storiche

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Da sempre l’Arno ha rappresentato, e continua a rappresentare, un’importante risorsa per Firenze, anzi la fondazione della città dipese proprio da questo corso d’acqua, infatti i coloni romani scelsero di far sorgere Florentia alle pendici di Fiesole, perché qui vi cui scorreva il fiume Arno. Il nome Arno deriverebbe dalla radice indoeuropea er/or che significherebbe “mettere in movimento, agitare”, con riferimento al movimento delle acque. A giustificare questa tesi vi è l’esistenza di numerosi omonimi che si riferiscono a corsi o luoghi d’acqua, ad esempio il fiume Arna (Francia), il torrente Arno (Provincia di Varese) e il Lago d’Arno (Val Canonica); oppure, altra teoria, il nome Arno trarrebbe origine dalla parola prelatina arna, che significherebbe alveo, letto del fiume.
Nei secoli l’Arno però si è dimostrato anche una minaccia, una pericolosa e drammatica minaccia per Firenze. Infatti nel passato più volte, almeno otto, il fiume ha straripato nel centro urbano provocando vittime ed ingenti danni. Oltre a quella del 4 novembre 1966, la più recente, la più documentata e, inevitabilmente, la più viva nella memoria dei fiorentini, le altre storiche e più rovinose esondazioni dell’Arno furono quelle del 4 novembre 1333, 13 agosto 1547, 13 settembre 1557, 31 ottobre 1589, 3 dicembre 1740, 1 dicembre 1758 e del 3 novembre 1844. Più difficile invece accertare con sicurezza alluvioni verificatesi precedentemente all’anno Mille, sebbene, durante la ricostruzione, nel secondo dopoguerra, del quartiere di Por Santa Maria, distrutto dalle bombe tedesche, furono rilevate tracce di una alluvione che avrebbe devastato la città nel 500 dopo Cristo.
Le due ultime alluvioni, quella del 1844 e del 1966, quasi a monito per l’uomo non sempre rispettoso del Natura, sono ricordate in città con numerose targhe che indicano i vari livelli che le acque dell’Arno raggiunsero invadendo le strade. Spesso le targhe di queste due alluvioni sono poste accanto tra loro, come drammatico confronto. Invece è più raro imbattersi in targhe che ricordino alluvioni precedenti, comunque di esse esistono varie testimonianze ancora ben conservate.


Via della Vigna, una targa ricorda le alluvioni del 1844 e del 1966

Ad esempio, la più antica è quella posta in Via San Remigio, proprio all’angolo con Via de’ Neri. Una trecentesca lapide quadrata, sormontata da una croce, ricorda, con una mano scolpita tra i flutti, il livello raggiunto dalle acque nello straripamento del 4 novembre (data sempre tragica per Firenze) 1333, un giovedì, in cui l’Arno provocò la distruzione di tutti i ponti i cittadini, in particolare il più antico e centrale che fu subito ricostruito diventando il famoso Ponte Vecchio.


La targa di Via San Remigio

Rimanendo nella zona di Santa Croce, uno dei quartieri più colpiti, per la sua vicinanza alle rive del fiume, dalle esondazioni dell’Arno, possiamo osservare un’altra targa-testimonianza delle storiche alluvioni fiorentine. E’ una pietra angolare, posta in Via Ghibellina all’angolo con Via delle Casine, sulla quale sono state scolpite queste parole: “1547 ARNO FU QUI A 13 D AGOSTO”. La pietra ricorda infatti, con una linea incisa, il livello raggiunto dalle acque dell’alluvione dell’agosto del 1547, alluvione insolita per la stagione in cui si verificò, che provocò, secondo le testimonianze dello storico fiorentino Giovanni Battista Adriani (1511-1579), oltre cento vittime. Accanto a questa lapide cinquecentesca, come consuetudine, una targa in ferro che ricorda invece l’alluvione del novembre del 1844.


La targa di via Ghibellina

In Piazza di Santa Croce, in prossimità con Via Verdi sono poste vicine altre due targhe. Una, quella più alta, indica il livello raggiunto dall’alluvione del 1966, quella più in basso, cinquecentesca, ricorda invece l’alluvione del 13 settembre 1557.


La targa di piazza di Santa Croce

L’alluvione del 1557, fu anch’essa rovinosa e tragica per Firenze, ed è ricordata solennemente da un’altra targa posta in Via di San Niccolò, sulla facciata dell’omonima chiesa. Infatti una ricca lapide cinquecentesca, fatta apporre dal locale priore Leonardo Tancio, riporta scolpita una mano indicante il livello che raggiunsero le acque in quel giorno di settembre e la scritta in latino  che indica come quella tracimazione spazzò via, coi suoi gorghi, ponti, castelli, chiese e uomini.
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La targa di Via San Niccolò

mercoledì 30 novembre 2011

Galileo Chini e il quartiere di Piagentina

Testi e foto di Roberto Di Ferdinando

Galileo Andrea Maria Chini (Firenze, 2 dicembre 1873 – 23 agosto 1956), fu artista completo, pittore, grafico, architetto, scenografo e ceramista del Liberty italiano. Lavorò in Toscana, Italia e perfino nell’estremo Oriente, ma ogni volta che rientrava a Firenze era solito frequentare il quartiere della Piacentina, dove difatti ebbe il proprio laboratorio e la propria abitazione. Galileo Chini, dopo gli studi di decorazione presso la Scuola d'Arte di Santa Croce, fu apprendista decoratore, prima nell'impresa di restauri dello zio paterno Dario, e poi nelle botteghe di Amedeo Buontempo e Augusto Burchi, entrambi affermati pittori fiorentini; mentre dal 1895 al 1897 frequentò saltuariamente la Scuola Libera di Nudo all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Ma è proprio nel 1896 che prende contatto con il quartiere, allora scarsamente popolato. In quell’anno infatti quattro giovani, Galileo Chini, Vittorio Giunti, Giovanni Montelatici e Giovanni Vannuzzi, sdegnati per il passaggio di proprietà della famosa fabbrica di ceramiche di Doccia, dai Marchesi Ginori all'industriale milanese Richard, fondarono il laboratorio Arte della Ceramica in via Arnolfo, i cui prodotti ben presto ottennero un grande successo riuscendo ad avere clienti in tutta Europa. Galileo Chini la diresse artisticamente, sperimentando nel campo della ceramica l'applicazione delle sue teorie modernistiche, dando vita ad oggetti dall'aspetto assolutamente insolito, su cui erano raffigurati elementi floreali o geometrie, secondo i dettami dello stile Liberty mitteleuropeo, ma Chini non volle però tralasciare tecniche e stili della tradizione ceramistica italiana e toscana. Negli anni successivi divennero soci del laboratorio anche gli altri fratelli Chini, Guido, Augusto e Chino, ma all’inizio dell’900, il sodalizio del laboratorio venne meno; così i fondatori man, mano si ritirarono per percorrere personali strade artistiche. I Chini abbandonarono il laboratorio nel 1906 per fondarne uno nuovo nel Mugello, la manifattura Fornaci San Lorenzo, che ebbe subito un tale successo che costrinse l'Arte della Ceramica a chiudere nel 1909.
Negli stessi anni Galilei Chini fu chiamato dal famoso architetto fiorentino Adolfo Coppedè a decorare il palazzo Antonini, sempre nel quartiere di Piagentina, nel odierna Via Orcagna al numero civico 53. Il palazzo in stile liberty, ma con tipiche variazioni in stile impero vide anche quattro affreschi del Chini sulle pareti esterne. Purtroppo oggi questi dipinti murali sono andati distrutti in seguito alla sopraelevazione del palazzo nel dopoguerra.


Via Orcagna, Palazzo Antonini

Dopo l’esperienza del laboratorio Arte della Ceramica, Chini ritornò ancora una volta nel quartiere, nel 1909, stabilendosi di fatto per sempre. In quell’anno in effetti incaricò l’amico architetto Ugo Giusti di costruirgli un villino, all’attuale numero 56 di Via del Ghirlandaio.


Via del Ghirlandaio, la casa-studio Chini

Il villino, tutt’oggi visibile, si rifà ai modelli modernisti, specialmente quelli tipici del Liberty viennese: una facciata movimentata da rilievi, decorazioni e una fascia marmorea verticale all'estremità sinistra che incorpora il portone di ingresso, sopra la quale vi è una finestra tripartita. Le decorazioni pittoriche furono opera di Umberto Pinzauti, mentre le vetrate, con motivi geometrici, di Vincenzo Ceccanti. Gli interni liberty furono decorati proprio dal Chini.


Via del Ghirlandaio, ingresso della casa-studio di Chini

Via del Ghirlandaio, particolare della targa della casa-studio di Chini
Nel 1911 Galileo Chini si recò nel Siam (attuale Thailandia) per affrescare e decorare il palazzo reale di Bangkok. Rientrato a Firenze con tutti gli onori, nel 1914 decise di farsi costruire, sempre dal Giusti, ed adiacente al suo villino, il proprio studio, anch’esso ancora oggi esistente al numero 52 di Via del Ghirlandaio. Anche lo studio fu decorato, sopra il portone di ingresso, con degli altorilievi anch’essi di Pinzauti che rappresentano un uomo ed una donna che richiamano le opere di Michelangelo; i vetri colorati delle finestre furono ancora una volta di Vincenzo Ceccanti mentre Galileo Chini dipinse il pannello decorativo sovrastante andato ormai quasi del tutto perso.
Galileo Chini morì il 23 agosto 1956 nella sua 'casa - studio' di via del Ghirlandaio 56. La storica dimora dell’artista nei decenni successivi ha subito varie trasformazioni architettoniche, passaggi di proprietà e di destinazione divenendo anche sede di istituti scolastici.
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domenica 27 novembre 2011

La guida di Firenze Capitale

Alcuni mesi fa il quotidiano fiorentino, La Nazione, per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia uscì in edicola con in regalo la ristampa di una guida ottocentesca di Firenze. Questa guida era stata edita per la prima volta nel 1865 e fu realizzata per dare informazioni pratiche al personale amministrativo piemontese, e non solo, che di lì a poco si sarebbe trasferito a Firenze, la nuova capitale del Regno. La guida trattava di Firenze la topografia, il clima, la popolazione, le  circa gli usi, gli costumi e modi di vivere, i mercati, i prezzi, le abitazioni, le scuole, i passeggi, i teatri ecc.
Di seguito ho trascritto alcuni passi della guida che ritengo essere curiosi ed interessanti per conoscere come era vista la Firenze dell’Ottocento da i non fiorentini e come si viveva e quali erano i costumi in quella Firenze prossima capitale d’Italia. Da notare anche l’italiano che allora si utilizzava nella scrittura.
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La Nuova Capitale – Guida Pratica Popolare di Firenze – ad uso specialmente degli Impiegati, Negozianti, delle Madri di famiglia, e di tutti coloro i quali stanno per trasferirvisi – colla pianta della città – indicante la località dei Ministeri, Pubblici Uffici, Stabilimenti, ecc. – Torino, 1865 – Tipografia Letteraria

Usi e costumi
Le donne alla finestra - Le donne fiorentine amano moltissimo di stare alla finestra.
Ei cittadini delle parti d’Italia che giungono a Firenze per la prima volta notano quest’uso, che non di rado fa loro concepire un giudizio non troppo favorevole.
Ma è un giudizio temerario – assolutamente temerario. –
E perché di questo peccato non si macchi anche il nostro lettore, ci facciamo un dovere di spiegargli la ragion del fatto. Abbiam già detto, poco prima, che nel centro, specialmente, della città le case sono piccole, e senza cortili. Se le case sono piccole, piccole sono naturalmente anche le camere; non essendovi cortili, oppure essendo questi strettissimi, sì che dir si potrebbero piuttosto bussole, voi capirete benissimo che l’ambiente di quei quartieri non debb’essere sempre il più respirabile. Ora se l’aria è uno dei principali elementi di vita, e se la donna, colà come ovunque, ha da esser casalinga, è pur troppo giusto ch’essa cerchi d’ossigenare i suoi polmoni stando alla finestra. Avete capito?


Abitazioni
Capitolazioni - […] i trasferimenti d’alloggio si fanno due volte l’anno, cioè al 1° maggio e al 1° novembre. […]

Pigione -  ed ecco alcune norme in proposito. Chi vuole avere un quartiere (appartamento) pel 1° maggio, ordinariamente lo cerca negli ultimi giorni di febbraio, e trovatolo e stipulatone la pigione, si stende la scritta, e all’atto della medesima l’inquilino paga un semestre anticipato; e così di sei in sei mesi fino alla durata del contratto.
Chi vuole trovare il quartiere pel 1° novembre fa le stesse operazioni in fin d’agosto. […]


Economia domestica
Pane – A Firenze in generale si mangia pane non salato; ma è un pregiudizio il credere che sia insipido per questo; è anzi molto gustoso, e se i Fiorentini non lo salan al pari di noi, ne avranno le loro buoni ragioni. Fatto è che colui il quale ignorasse quest’uso, non si accorgerebbe nemmeno dell’assenza del sale.
Ma siccome i Fiorentini sono per indole ospitali, e non pretendono d’imporre i loro usi estranei, così le nostre lettrici non debbono allarmarsi pel pane della nuova capitale. Troveranno dei fornai che lo fabbricano col sale; troveranno perfino di quelli che fabbricano i grissini alla torinese. […]. Il pane casalingo si paga da cent. 28 a 35 il chilogramma; il pane di prima qualità da cent. 35 a 45.

Pasticcerie e liquori – […] Chi poi fra i buoni piemontesi trasferiti volesse gustare il vero vermouth di Torino, vada in via Tornabuoni, in faccia a palazzo Strozzi, dal liquorista Giacosa, torinese puro sangue. Ivi si può anche parlare liberamente la madre lingua di Gianduia.

Vino – […] A proposito di cantina dobbiamo farvi una rivelazione importante. Le botti e i barili a Firenze sono per regola un privilegio delle famiglie agiate. La massima parte dei Fiorentini, o per dire più esattamente, dei Toscani – come gli Umbri e dei Romagnoli – tiene il vino in fiaschi impagliati. In fiaschi si mette sulla mensa; in fiaschi si compra dal mercante, col medesimo sistema col quale si acquista da noi alle birrerie la birra, la gazosa o l’acqua di Seltz. I fiaschi vuoti si rendono per averne di nuovi pieni.
Gli è solo da un paio d’anni che nelle trattorie di primo ordine si serve il vino in bottiglie. Solo al tempo dell’Esposizione, nel 1861, si serviva ancora nei fiaschi e a consumo; non si pagava che quel tanto che si beveva. Quest’uso è ancora vigente nelle osterie e negli altri luoghi ove si vende vino da bere sul luogo.


Caffè – Per chi è abituato a fare colazione al caffè, diremo che a Firenze si ha un eccellente caffè e latte con, o senza, arrosto per 30 centesimi.
Come? – direte voi – per 30 centesimo un caffè e latte e un arrosto?
Adagio! Quando voi entrate in un caffè a Firenze e ordinate un caffè e latte, il fattorino vi chiede immediatamente se lo volete con arrosto? Se voi rispondete che sì, vi porta sopra il tondo quattro belle fette di pane abbrustolite e spalmante di burro fresco. – Ecco l’arrosto – Se dite che no, vi porta dei kiffel  delle paste.
[…] Con la non cospicua somma di cent. 70 o tutt’al più 80 si mangia la bistecca con un pane o due, e si prende una tazza di caffè. Se volete bere vino, poi, è un altro affare.
Una tazza di caffè costa come a Torino cent. 15 o cent. 20 secondo che vi portano zucchero in polvere o raffinato e a pezzi.
Alla trattoria – fra parentesi- la tazza si paga cent. 30. […]


Gigi Porco – Il nome non è bello, ma la colpa non n’è nostra. Lo chiamano così. Gigi Porco è una specie di pizzicagnolo che vende salami d’ogni qualità, da consumarsi sul sito. Vogliamo dire che col salame vi dà anche il pane, il vino e da sedere. E tutto ciò per pochissimi quattrini.
Gigi Porco è una celebrità fiorentina; e sarà una vera provvidenza per quegli applicati ai quali, non piacendo digiunare col caffè e latte, lo stipendio non consentisse di farlo al restaurant.
Crediamo superfluo darvi l’indirizzo di questo benefattore dell’umanità. Non avrete che a domandarne conto al primo che incontrerete. Lo conoscono tutti, vi ripetiamo.


Passeggiate e dintorni
Giardino Zoologico  (Cascine) – A destra del gran viale trovasi il prato destinato alle evoluzioni militari; e prima del prato, cioè, più vicino alla città havvi il Giardino Zoologico ricco di animali, si indigeni che esotici, e assai vagamente disposto. Quivi tuttavia per avere ingresso si paga la tassa di centesimi 50.

Il Giardino di Pitti – […] Gli servono di cinta le stesse mura della città che si convergono quasi ad angolo al culmine del colle; e quivi a quest’angolo, in cima cioè, sta il forte detto il Belvedere, che giustifica pienamente il nome suo. Gli è da questo forte, in comunicazione col Palazzo Reale, che uno dei figli del Granduca nel 1859 voleva bombardare la Città. Ma, poi, non avendo trovato cannonieri disposti a compiacerlo, pensò meglio di prendere il largo con papà e mamma e fratelli, per non più ritornare.

Il Parterre – che viene terzo in ordine e terso per importanza non è né molto vasto, né molto rimarchevole per isfoggio d’arte. Trovasi appena fuori la Porta San Gallo. Al costrutto è un prato cinto da siepi attraversato da parecchi viali paralleli e costeggiati da alberi. E’ un luogo insomma, che par fatto apposta per lasciarvi trastullare, e scorazzare i bambini, intanto che le serve fanno all’amore coi soldati del presidio, amore al quale possono abbandonarsi senz’apprensioni, perciocché in quel recinto non entrano né vetture, né cavalli. Ai puristi non rechi, poi, meraviglia il nome tutto francese di questo giardino. La Metropoli della lingua italiana, si piace anzi moltissimo, per antitesi, di gallicismi; né questo è il solo. Vi abbiamo citato, a suo luogo anche il frisore (parrucchiere).

Scuole
Tenendoci nei limiti modesti di questa nostra Guida popolare notiamo, come dicesi di passaggio,
- Il R° Istituto di studii superiori pratici e di perfezionamento
- Il R° Collegio Medico
- L’osservatorio Astronomico
- L’Accademia delle Belle Arti
[…] crediamo opportuno di dare qui un elenco delle minori scuole e la loro situazione. E sono esse:
Il Liceo Fiorentino nel Convento di Santa Trinita;
Il Ginnasio Liceo delle Scuole Pie di S. Giovanni Evangelista (dette scuole di San Giovannino) in via Martelli.
Le Scuole Elementari di San Carlo, sussidiarie al liceo predetto, in via sant’Agostino;
Scuola normale maschile, nel chiostro della SS. Annunziata;
Scuola normale femminile, in Via Pinti, n° 29
L’istituto Tecnico, in Via San Gallo
Oltre a questi pubblici istituti contasi in Firenze molti ed ottimi istituti privati d’educazione, fra i quali ricordiamo, pei maschi:
Il Collegio Convitto italiano-francese (via Sant’Egidio, 12, palazzo Batelli)
L’Istituto dei padri di famiglia (via dell’Ardiglione, 32)
L’Istituto e convitto Panzani (fondachi di Santo Spirito, 34)
Istituto Cappelli (piazza S. Simone, 3)
Istituto Olivieri (via de’Posti, 15)
Istituto Alessandri (via Guelfa, 25)
Per fanciulle:
L’Istituto francese-inglese (via de’Serragli, 132)
Istituto Cappelli (vedi sopra)
Istituto Palomba (via Palazzuolo, 26)
Istituto Meucci (via San Gallo, 64)


Teatri
Noveransi in Firenze 11 teatri, fra i quali due diurni.
Il primo, che è pur fra i migliori d’Italia per gli spettacoli di musica e ballo, si è quello della pergola, posto nella via dello stesso nome.
Il prezzo d’ingresso è di lire italiane 2,50.
Il Pagliano in via del Diluvio, opera e commedia; pel primo spettacolo il prezzo d’ingresso è di L. 1,50; per le commedie L. 1.
Il Niccolini in via Ricasoli.
Il teatro Nuovo, detto degli Intrepidi dal nome dell’accademia che ne è proprietaria. E’ posto in via dei Cresci.
L’Alfieri, via Pietra Piana.
Il Goldoni, via Santa maria Oltrarno. Il prezzo d’ingresso di questi tre teatri è di L. 1.
Il Nazionale, via dei Cimatori
Il Borgognissanti, nella via dello stesso nome.
Di Piazza Vecchia, in piazza Vecchia di Santa Maria Novella.
Il Politeama, sul Corso Vittorio Emanuele, e l’Arena Goldoni, in via dei Serragli (diurni).
Il prezzo d’ingresso di questi ultimi è ordinariamente di centesimi 40.


Note
[…]
Più di frequente che la mazza, o canna, convien portare a Firenze il paracqua che – tra parentesi, chiamasi ombrello, forse per far credere che a vece delle pioggie frequentissime s’abbia a difendersi dai raggi di un sole troppo spesso assente.


Siccome in questo mondo – ove trovasi anche Firenze – il male va sempre di pari passo con il bene, così le case Lungarno le quali sono certo fra le più belle e più vistose, hanno l’inconveniente, in estate, dei molesti riverberi del fiume e della molestissima visita di sciami di moscherini.

Una buona istituzione di cui va dotata Firenze è quella dei Neri, appellativo popolare col quale i fiorentini designano le guardie urbane.
Allorchè un forestiere s’imbatte in un bell’uomo all’aspetto severo, vestito di un lungo frac nero, con un cappello orlato sull’alto di pelle nera, munito di una poderosa mazza a pomo di metallo, col giglio fiorentino ricamato sui risvolti del bavero, può far conto di avere in lui non solamente un protettore contro i mariuoli, ma anche una guida sicura che egli può fornire qualunque schiarimento o indicazione gli occorra e lo ravvii.


Numerosi sono in Firenze i negosi di musica e quelli nei quali si danno a nolo i pianoforti. Ad ogni tratto potrete leggere in puro francese: piano à louer.

Non crediamo che la nuova capitale abbia il primato sulle altre città in fatto di mariuoli tagliaborse; peraltro li vanta forse migliori e più destri.
Per appoggiare il nostro asserto con un esempio recente ricordiamo il furto di una lampada d’argento staccata colla scala all’altar maggiore di una delle principali chiese, coram populo, e nell’ora della gran messa in canto.

venerdì 25 novembre 2011

Firenze Insolita e Segreta

Presentazione del libro "Firenze Insolita e Segreta" di Niccolò Rinaldi alla presenza del Sindaco, venerdì  25 novembre, ore 18, Palazzo Vecchio - Sala degli Elementi

giovedì 24 novembre 2011

Modi di dire: “Fiorentin mangia fagioli…..”

Testo di Roberto Di Ferdinando

Il detto “Fiorentin mangia fagioli, lecca piatti e romaioli”, sembra essere un modo scherzoso, in alcuni casi anche sprezzante, con cui i non fiorentini descrivono i fiorentini, ma in realtà questo antico detto, per gli abitanti di Firenze serve a descrivere la loro attenzione, cura e piacere per la buona tavola e per i piatti della tradizione. E per l’appunto i fagioli bianchi o con l’occhio sono un ingrediente tipico della cucina fiorentina e fin dai secoli scorsi il loro consumo è stato sempre diffuso in tutte le categorie sociali. Inoltre a Firenze si usa mangiare i “fagioli di pollo” così nel passato erano chiamati i rognoncini di galletto (l’ingrediente principe per fare il famoso piatto "cibreo"), che per forma assomigliano difatti a dei piccoli fagioli. E la storia vuole che proprio un piatto di fagioli di pollo fu la causa di una delle più aspre rivalità tra le famiglie fiorentine, quella tra i Pitti e gli Strozzi. Nel Cinquecento la famiglia Strozzi offrì ad alcuni nobili fiorentini un banchetto principesco e tra le principali e più prelibate portate offerte vi era un piatto con queste interiora di pollo. Luca Pitti fu talmente impressionato da quella cena sontuosa e sfarzosa che decise, in rivalità con gli Strozzi, di costruire un nuovo palazzo (Palazzo Pitti) e il cui cortile interno avrebbe dovuto avere delle dimensioni tali da poter contenere l’intero palazzo degli Stozzi. Inseguendo questo sogno folle, però Luca Pitti dilapidò il patrimonio personale, la famiglia Pitti cadde così in disgrazia ed il palazzo fu completato, ancora più grande del progetto originale, solo successivamente dai Medici.
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martedì 22 novembre 2011

Alessandro Manetti, l’Eiffel italiano

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In via de’Servi, al numero civico 28, se si volge lo sguardo con attenzione tra il balcone del primo piano e l’ingresso di questo palazzo ottocentesco, si nota una lapide, ma quasi impossibile è leggervi cosa vi sia scritto, infatti il tempo e gli agenti atmosferici l’hanno resa quasi illeggibile. Chi è dotato di un ottima vista può cogliervi le seguenti parole: SAPPIANO I POSTERI/CHE/ALESSANDRO MANETTI/MORIVA IN QUESTA CASA/D’OLTRE LXXVIII ANNI/IL IX DICEMBRE/MDCCCLXV/ONORANDO IN LUI/UN ILLUSTRE IDRAULICO/E UN VALENTE ARCHITETTO/IL COLLEGIO FIORENTINO DEGLI ARCHITETTI/E INGEGNERI/QUESTA MEMORIA/VOLLE SCOLPITA NEL MARMO. La lapide ricorda così Alessandro Manetti uno dei più importanti ingegneri dell’Ottocento. Di seguito riporto un mio articolo su Alessandro Manetti e su una delle sue più avveneristiche, per il periodo, opere; articolo pubblicato quest’estate sulla rivista toscana "Microstoria".

Articolo Pubblicato su Microstoria (2011)
Testo di Roberto Di Ferdinando

Percorrendo la strada che congiunge le cascine di Tavola con il Parco della Villa medicea di Poggio a Caiano, sull’argine del torrente Ombrone, incontriamo due archi in pietra, uno sulla sponda pratese, all’altezza del podere Bogaia, l’altro sulla sponda di Poggio a Caiano, all’altezza del podere le Buche. Questi sono due piloni, oggi gli unici resti del ponte sospeso “Leopoldo II” qui costruito nel 1833 per collegare solennemente la villa alla viabilità locale, e che rappresentò il primo esempio assoluto di ponte sospeso con cavi realizzato in Italia (1) . Il merito di tale audacia ingegneristica va condiviso tra il cavaliere Alessandro Manetti, che lo progettò, ed il meccanico Raffaello Sivieri che ne diresse i lavori, il tutto sotto il patrocinio dell’”Augusto Regnante” Leopoldo II dei Lorena. Siamo, infatti, negli anni delle grandi opere leopoldine: bonifiche, opere idrauliche e viabilità, interventi sempre connotati da un elevato contenuto tecnologico come accadde anche per il ponte sull’Ombrone.
Ad introdurre in Toscana la tecnica per la costruzione di ponti ferrei è Alessandro Manetti (Firenze 1787-1865). Figlio d’arte - il padre, Giuseppe, era stato architetto alla corte dei Lorena - Alessandro Manetti, dopo aver concluso gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Firenze, si reca in Francia dove si forma negli studi di ingegneria. Infatti, nel 1809 è l’unico studente straniero ammesso alla Scuola Imperiale di applicazione dei Ponti e Strade di Parigi; qui si distingue negli studi e, come prevede la formazione francese del periodo, fa esperienza sul campo, nei cantieri pubblici dell’Impero, in Renania, Olanda ed in Provenza. In Francia Manetti si sposa ed ha una figlia, ma ben presto, nel 1814, in seguito alla Restaurazione ed all’impedimento per gli stranieri di lavorare presso gli enti pubblici, lascia la Francia e rientra a Firenze, dove accetta un semplice impiego nell’Amministrazione statale granducale, in posizione subalterna a Vittorio Fossombroni.  Ma da qui inizia un’importante carriera (nel 1834 è direttore del Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade, nel 1850 direttore del Consiglio d’Arte) che, in rivalità con l’architetto di corte, Pasquale Poccianti (autore, fra l’altro, a Poggio a Caiano della Limonaia e della Conserva d’acqua), lo condurrà a progettare per oltre quaranta anni le più importanti opere del Granducato (bonifica in Valdichiana, nel padule di Fucecchio e in Maremma, in collaborazione con Fossombroni, e di nuove strade di valico sull’Appennino: Muraglione, la Cisa e la strada dei “Due Mari”). Tra queste tante opere il ponte sull’Ombrone rappresenta una assoluta novità per la Toscana del periodo per la tecnica di progettazione e di realizzazione.
La Villa di Poggio a Caiano nei secoli precedenti era stata collegata alla locale rete stradale da antichi ponti esterni alla tenuta, e già nel Settecento qui era presente un ponte con degli assi di legno, smantellato qualche decennio più tardi. Agli inizi del XIX secolo, in seguito ad una deviazione del corso del fiume ed alla scelta di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, di dimorare qui, le autorità locali decisero di ridare splendore alla Villa, e così nel 1811 fu incaricato Giuseppe Manetti, padre del nostro Alessandro, di riprogettare la tenuta: un grande giardino neoclassico con elementi simbolici, viali irregolari e, appunto, un ponte sull’Ombrone. Il ritorno dei Lorena, però, fece cadere nel dimenticatoio il progetto. Spetterà così al figlio, Alessandro, realizzare l’opera del padre, ma con stile, materiali e tecniche d’avanguardia.
Nel 1831 Manetti, in una relazione pubblica al Granduca, prendendo ad esempio il Pont des Invalides di Parigi, di Claude-Louis Navier, aveva esaltato i vantaggi dei ponti sospesi: leggerezza, risparmio di materiale, celerità di costruzione, scarso spessore del calpestio, minor impedimento alle piene e quindi adatti per ammodernare la nuova viabilità granducale.  Manetti applicherà queste regole al suo progetto per il ponte di Poggio a Caiano: impalcature di quercia, a travi, e tavolato per marciapiede e corsia carrabile, mentre il sistema di sospensione è formato da sei coppie di funi alle quali è sospeso l’impalcato mediante funi a due cavi. Per contrastare le oscillazioni i carichi sono distribuiti su sei diverse funi per lato, in modo da ricevere  i carichi una dopo l’altra e non sommando i movimenti verticali. Le oscillazioni orizzontali, dovute al vento, sono limitate con incroci sotto l’impalcatura e con la rigidità della trave di parapetto (adotta elementi in legno uniti con perni metallici) . La direzione dei lavori, però, quasi clamorosamente, fu affidata al meccanico Raffaello Sivieri (1801-1839) che era il giovane e stimato direttore delle fonderie di Follonica. Da Follonica giungeranno, infatti, i cavi metallici, i fregi e le iscrizioni in ghisa che adornano i piloni. Manetti rimarrà deluso dell’esclusione dalla direzioni dei lavori, nella sua autobiografia parlerà, infatti, del ponte in modo riduttivo, lamentandosi della luce limitata della campata e di aver sovrastimato gli appoggi.
A questa delusione se ne aggiungerà un’altra, l’esclusione dalla costruzione di due ponti sospesi, in ferro e con una campata di 90 metri, in città a Firenze, sull’Arno. Infatti la progettazione e realizzazione dei ponti San Ferdinando e San Niccolò (oggi non più esistenti e sostituiti rispettivamente dal ponte di San Niccolò e dal ponte alla Vittoria), fu affidata alla ditta francese dei fratelli Marc e Jules Seguin, apprezzata anche per i tempi rapidi di realizzazione e per la mancanza di spese, in cambio la ditta otteneva i ricavi del servizio di transito (l’attraversamento di alcuni ponti cittadini, infatti, prevedeva il pagamento di una tassa), mentre a Manetti fu affidato, solo, il collaudo dei due ponti. Ma Manetti non abbandonerà la sua passione, realizzando, difatti, uno snello ponte a catene, finanziato da François Jacques de Larderel, sul fiume Cecina (1834-35) e un ponte sospeso da costruirsi in tre diversi luoghi della Maremma, dotato di una particolare novità tecnica: i piloni in metallo, non più in pietra (1840-44).
Il ponte sull’Ombrone, invece, svolse efficacemente la sua funzione per oltre un secolo dimostrando la qualità dei suoi materiali e progettazione. Tra le due guerre mondiali, però perse di agibilità e la continua e costosa manutenzione che richiedeva la struttura lignea spinse le autorità locali a chiuderne l’accesso. Ben presto trovò la sua fine; nel 1944, infatti, i tedeschi in ritirata lo minarono.
Ma la storia del ponte sospeso sull’Ombrone, non sembra definitivamente conclusa, infatti, nelle settimane scorse è stato reso pubblico il progetto vincitore del concorso di progettazione per un nuovo ponte ciclo-pedonale nella sede del “ponte Leopoldo II” bandito dalla Provincia e dal Comune di Prato e dal Comune di Poggio a Caiano.
RDF

Via de'Servi, 28, la targa dedicata a Alessandro Manetti


(1) Un ponte sospeso è un tipo di ponte in cui la struttura orizzontale che consente l'attraversamento, è appesa per mezzo di cavi o elementi rigidi verticali ad un numero di cavi principali.
Il primo ponte sospeso in Italia fu il Ferdinandeo, del 1832, sul fiume Garigliano nel Regno delle Due Sicilie. Quello di Manetti, però, fu una novità assoluta per l’Italia in quanto costruito non con catene, ma con cavi sospesi.
(2) La descrizione tecnica e progettuale del ponte è tratta dall’articolo di Salvatore Gioitta, Ponte sull'Ombrone, in "Opere" n. 2, giugno 2005.

sabato 12 novembre 2011

La centrale termica delle Ferrovie dello Stato

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Quando raggiungiamo via treno Firenze, arrivando alla stazione di Santa Maria Novella, sulla destra è possibile notare un edificio rosso scuro dall’architettura avveniristica. E’ la “centrale termica e cabina apparati centrali delle Ferrovie dello Stato”, un nome strano, come è l’edificio, opera del 1927 dell’architetto Bolognese Angiolo Mazzoni e definito da Marinetti “il modello” dell’edificio futurista. La centrale nasce con il doppio scopo di riscaldare l’intera stazione (grazie a 4 caldaie a carbone a tubi verticali) e come cabina elettrica (dotata di 280 leve per il comando di segnali e scambi ferroviari). In alto dietro una lunga serie di vetri, il curioso, stilisticamente, osservatorio su tutta l’area della stazione e dei binari. Le sue forme futuristiche sono ancor più visibile da via Cittadella e via delle Ghiacciaie. Curioso, una centrale termica in una via chiamata delle Ghiacciaie. Qui, prima dei lavori di urbanizzazione per Firenze Capitale correvano le mura ed a ridosso di queste erano state scavate le ghiacciaie, delle profonde buche in cui in inverno era conservata la neve che era utilizzata e venduta per conservare i cibi. D’estate queste ghiacciaie erano ricoperte con numerosi strati di paglia che isolavano le buche ed impedivano lo scioglimento della neve.
RDF
La centrale vista da Via delle Ghiacciaie

Il Giardino di Palazzo della Gherardesca

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Il Giardino del Palazzo della Gherardesca è lo spazio verde privato più esteso in città (4,5 ettari). Esso è delimitato dal Viale Matteotti, Borgo Pinti, Via Capponi (da queste tre strade è possibile accedervi) e dalle corti interne dei palazzi di Via Giusti. Per molti anni rimasto chiuso, oggi il parco fa parte della proprietà del lussuosissimo albergo che è stato allestito nel Palazzo della Gherardesca (ingresso principale in Borgo Pinti, 99).
In origine in questi spazi vi erano orti privati che erano chiusi dalle mura che si distendevano dove oggi scorrono i viali di circonvallazione; l’Arte della Lana (l’associazione medievale dei lavoratori della lana) aveva proprio qui il loro orto, un vivaio e la ragnaia (un sistema di reti per la cattura degli insetti) ed anche  l’Ospedale degli Innocenti vi aveva un terreno coltivabile.
Successivamente questa zona fu in parte edificata. Bartolommeo Scala, uomo di corte e letterato, incaricò Giuliano da Sangallo di costruire un elegante palazzo-villa (1472-1480). Nel 1585 l’edificio ed il giardino furono acquistati dal cardinale Alessandro de’Medici, arcivescovo di Firenze e futuro Papa Leone X che ampliò ed abbellì il parco. Nel 1605, eletto Papa, Alessandro cedette la proprietà alla sorella Costanza che aveva sposato Ugo della Gherardesca, da quel momento il palazzo e il principesco giardino avrebbe preso il suo nome. Durante i lavori di Firenze Capitale, le mura furono abbattute e la parte lungo gli attuali viali fu chiusa con un muro e balaustre, il parco veniva così sottratto alla vista e vita della popolazione del quartiere. L’architetto Giuseppe Poggi, per rendere meno monotono quel muro, dotò il parco di un solenne ingresso, che si affaccia oggi su Piazza Donatello, costituito da un arco monumentale, una cancella alta e due più piccoli ingressi laterali. Nel 1880 la proprietà venne ceduta all'ex-Viceré d'Egitto Ismail Pascià, il quale però la cedette poco dopo per non aver ricevuto l'autorizzazione a sistemarvi il proprio harem. Passò quindi alla Società Strade Ferrate Meridionali e poi alla Società Metallurgica Italiana.
La sistemazione del parco è secondo la moda dell’Ottocento, sebbene nel 1940 il famoso architetto di giardini, Pietro Porcinai lo avesse un po’ ridisegnato, e l’ ultima sistemazione di alcuni anni fa ha recuperato il disegno del Porcinai:  un tempietto, vialetti, una vasca, colline artificiali e strutture decorative in stile neoclassico. Oltre a questi elementi architettonici il parco ospita una varietà estesa di alberi storici (145), tra cui una tuya gigante, sequoia e aceri, e fiori. Il giardino è visitabile se si fruiscono alcuni servizi dell’albergo (bar, ristorante e spa benessere).
RDF

Borgo Pinti, il Palazzo della Gherardesca
La lapide sulla facciata del palazzo che ricorda Bartolommeo Scala
Piazza Donatello, il monumentale ingresso al parco, opera di Giuseppe Poggi
targa all'ingresso di Piazza Donatello
targa all'ingresso di Piazza Donatello